PROLOGO

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La morte è una cosa strana, forse la più strana di tutte, perché è l'unica certezza che ogni essere umano possiede fin dal momento in cui viene al mondo eppure, nonostante questo, passiamo tutta la nostra esistenza a comportarci come se fosse qualcosa che riguarda sempre qualcun altro, come se fosse una porta destinata ad aprirsi davanti agli altri e mai davanti a noi, così ci svegliamo ogni mattina, facciamo colazione, andiamo a scuola o al lavoro, ci innamoriamo, litighiamo, facciamo promesse, costruiamo case, facciamo progetti per il futuro e ci affanniamo a riempire le nostre giornate di cose che sembrano importanti, come se il tempo ci appartenesse davvero, come se avessimo la certezza di arrivare al giorno dopo, al mese dopo, all'anno dopo, come se ci fosse sempre un domani ad aspettarci dietro l'angolo. Eppure sappiamo come va a finire, lo sappiamo tutti, anche quelli che fanno di tutto per non pensarci, anche quelli che cambiano discorso quando qualcuno pronuncia la parola morte, anche quelli che hanno paura persino di sentirne parlare, perché in fondo l'essere umano è una creatura particolare, forse persino contraddittoria, è capace di comprendere la propria fine e allo stesso tempo di vivere come se fosse immortale, sa che un giorno smetterà di respirare ma continua a fare progetti per il futuro, sa che potrebbe perdere le persone che ama e continua ad amarle, sa che ogni giorno potrebbe essere l'ultimo e continua a rimandare le cose che vorrebbe dire, come se il tempo fosse infinito e le occasioni non dovessero mai finire. Forse è proprio questo che rende l'essere umano così particolare, il fatto che non abbia paura soltanto di morire ma anche di tutto ciò che la morte si porta via con sé, perché quando una persona muore non scompare soltanto il suo corpo, scompaiono anche tutte le possibilità che esistevano intorno a quella persona, tutte le parole che avrebbe potuto pronunciare, tutti i posti che avrebbe potuto vedere, tutte le persone che avrebbe potuto incontrare, tutti gli errori che avrebbe potuto correggere, tutti i giorni che avrebbe potuto vivere e che invece non vivrà mai, ed è forse questo che spaventa davvero, non tanto il fatto di smettere di esistere quanto il pensiero di non poter più fare nulla di ciò che ancora non abbiamo fatto. Gli esseri umani hanno paura della morte perché non possono controllarla, e gli esseri umani odiano ciò che non possono controllare, vogliono sapere cosa succederà domani, vogliono sapere quanto durerà una relazione, quanto durerà un'amicizia, quanto durerà la loro fortuna, vogliono avere risposte, certezze, promesse, vogliono sapere che le persone che amano resteranno accanto a loro, ma la morte non fa promesse e non dà spiegazioni, arriva e basta, senza chiedere il permesso, senza preoccuparsi di quanto una persona sia importante, senza guardare quanto denaro abbia, quanti amici possieda o quante cose abbia ancora da fare. E forse la cosa più crudele della morte è proprio questa, il fatto che non abbia alcun rispetto per l'importanza che una persona ha per qualcun altro, perché una persona può essere tutto per qualcuno e niente per qualcun altro, può essere il centro dell'universo di una figlia e soltanto un volto sconosciuto per un passante, può essere il grande amore della vita di qualcuno e un semplice collega per un'altra persona, può essere un padre per un bambino, un marito per una donna, un fratello per qualcuno, un nemico per qualcun altro e un perfetto sconosciuto per il resto del mondo. Quando muore, tutte quelle versioni di lui continuano a esistere nelle persone che rimangono, ma non nello stesso modo, per sua figlia sarà la perdita di un padre, per sua moglie sarà la fine di una parte della propria vita, per suo fratello sarà un vuoto che forse non riuscirà mai a colmare, per il collega sarà magari soltanto una scrivania rimasta vuota e per il panettiere che lo vedeva ogni mattina sarà semplicemente una persona che non entrerà più dalla porta, mentre per il resto del mondo non sarà successo assolutamente niente. Il sole sorgerà comunque, le automobili continueranno a passare, i negozi apriranno, qualcuno riderà, qualcuno piangerà, qualcuno si innamorerà e qualcun altro nascerà, mentre in una casa qualsiasi una persona starà cercando di capire come sia possibile che il mondo continui ad esistere senza qualcuno che per lei era tutto. Questa è una delle cose che ho sempre trovato più strane della morte, il modo in cui riesce a distruggere un universo senza che nessuno, al di fuori di quell'universo, se ne accorga. Ho visto persone morire, alcune importanti, altre molto meno, almeno per me, e col tempo ho imparato che il valore di una vita non è qualcosa di assoluto, non perché alcune persone valgano più di altre, ma perché il significato che una persona ha per gli altri cambia continuamente, una morte può significare dolore per qualcuno, sollievo per qualcun altro, vendetta per un altro ancora, può significare la fine di una famiglia, l'inizio di una guerra, la fine di una paura oppure semplicemente niente, e forse è proprio quest'ultima possibilità quella che fa più paura, l'idea che qualcuno possa morire e che nessuno si accorga davvero della sua assenza. Perché non tutte le morti finiscono sui giornali, non tutte le persone hanno qualcuno che piange davanti a una bara, non tutti i nomi vengono ricordati, non tutti lasciano fotografie, lettere o storie abbastanza importanti da sopravvivere al tempo, alcune persone muoiono e dopo qualche anno il loro nome non significa più niente a nessuno, eppure anche quelle persone hanno avuto paura, hanno avuto sogni, hanno amato qualcuno, hanno odiato qualcuno, hanno avuto giornate belle e giornate terribili, hanno fatto promesse che forse hanno mantenuto e altre che hanno dimenticato, hanno avuto un posto preferito, una canzone che amavano, un ricordo che custodivano, una persona che aspettavano e qualcuno che, almeno una volta, le ha guardate pensando che fossero importanti. Forse è questo che rende la morte così difficile da comprendere, il fatto che una persona possa essere insignificante per il mondo e fondamentale per un solo essere umano, e quel singolo essere umano può essere abbastanza da trasformare una morte in qualcosa di enorme. Io l'ho imparato molto presto. L'ho imparato perché il mio lavoro consisteva proprio in questo, nel trasformare persone vive in ricordi appartenenti ad altri. Una sicaria, alla fine, non è altro che questo, una persona che entra nella vita di qualcuno per far sì che quella vita finisca, una persona che conosce un nome, un volto, una storia e che deve soltanto fare in modo che, dopo un certo momento, quel nome diventi passato. La gente pensa che sia semplice, forse perché preferisce pensare che chi fa il mio lavoro non provi niente, che non abbia dubbi, che non guardi davvero le persone che deve eliminare, che le consideri soltanto degli obiettivi, delle sagome, dei nomi scritti su un pezzo di carta, ma non è così, almeno non per me, io li vedevo, vedevo tutti, vedevo l'uomo dietro il nome, la donna dietro la fotografia, vedevo le persone che erano state prima di diventare il mio obiettivo e, soprattutto, cercavo sempre di immaginare le persone che sarebbero rimaste dopo. Perché il morto, in un certo senso, è la parte più semplice della morte, il morto non deve più affrontare niente, non deve più preoccuparsi, non deve più avere paura, non deve più chiedersi cosa succederà domani, sono quelli che restano a dover imparare a vivere con un'assenza, sono quelli che devono entrare in una casa e vedere una sedia vuota, sono quelli che devono prendere il telefono e ricordarsi che non possono più chiamare quella persona, sono quelli che devono imparare a pronunciare il suo nome senza aspettarsi che qualcuno risponda. Io non ho mai avuto paura della morte come la maggior parte delle persone, o almeno non nel modo in cui avrebbero pensato, non avevo paura di smettere di respirare, avevo paura di qualcos'altro, avevo paura di abituarmi, di diventare talmente brava nel mio lavoro da non vedere più le persone che avevo davanti, avevo paura del giorno in cui avrei ricevuto un nome, avrei guardato una fotografia e non avrei più pensato che, da qualche parte, qualcuno avrebbe aspettato quella persona a casa. Quella era la cosa che mi spaventava davvero, l'indifferenza. Perché alla morte ci si può abituare, anche se nessuno dovrebbe farlo, ci si può abituare alle assenze, alle fotografie, ai funerali, ai nomi pronunciati una volta sola, alle sedie vuote, alle persone che non tornano, e io avevo imparato ad abituarmi a tutto questo, fino a quando non mi sono accorta che il problema non era più quello che facevo, ma il fatto che cominciavo a non chiedermi più chi sarebbe rimasto. Forse è questo che succede quando passi troppo tempo vicino alla morte, smetti di guardare la fine e inizi a guardare soltanto il processo, il lavoro, il compito da portare a termine, dimenticando che dietro ogni persona esiste un mondo che non puoi vedere. Una volta mi capitò di osservare una donna che aveva perso suo figlio, non conoscevo quella donna e non conoscevo nemmeno il ragazzo, ma ricordo ancora le sue mani, le teneva strette l'una nell'altra come se avesse paura che, aprendole, potesse perdere qualcos'altro, e guardandola capii che per quella donna la morte di suo figlio non era semplicemente la morte di una persona, era la distruzione di una parte della propria vita. Eppure fuori da quella casa il mondo continuava. Il supermercato apriva alle otto, il postino consegnava le lettere, i bambini andavano a scuola, le persone litigavano per il traffico, qualcuno si lamentava del lavoro e qualcun altro si innamorava, nessuno sapeva che dentro quella casa una donna stava cercando di capire come fosse possibile che il mondo continuasse a esistere senza suo figlio. Ed è allora che ho capito che il dolore non è democratico. La morte non pesa allo stesso modo su tutti, e forse non potrebbe essere altrimenti, perché non amiamo tutti le persone allo stesso modo, non conosciamo tutti le stesse persone, non viviamo le stesse vite, e quindi non possiamo sentire la stessa perdita. Per qualcuno una morte può essere la fine del mondo, mentre per qualcun altro può essere soltanto una notizia ascoltata distrattamente mentre prepara il caffè. È crudele, ma è vero. E forse è proprio questa verità che gli esseri umani cercano di nascondere quando parlano della morte, perché vogliono credere che ogni vita lasci qualcosa di enorme, che ogni persona sia destinata a essere ricordata, che ogni nome continuerà a vivere per sempre, ma il tempo non funziona così, il tempo cancella, lentamente, senza fretta, e prima o poi anche le persone che sembravano impossibili da dimenticare diventano fotografie, poi fotografie ingiallite, poi nomi, poi ricordi vaghi e infine niente. Ma forse essere dimenticati non significa essere stati insignificanti. Forse basta essere stati importanti per qualcuno. Forse una vita non si misura dal numero di persone che la ricordano, ma da ciò che quella persona ha lasciato dentro anche una sola anima. Un gesto, una parola, un ricordo, una paura, un amore. Qualcosa che continua a esistere anche quando il corpo non esiste più. Questa era la cosa che non riuscivo a dimenticare. Perché io potevo togliere una vita, ma non potevo decidere cosa sarebbe successo dopo. Potevo far sparire una persona, ma non potevo cancellare ciò che quella persona aveva lasciato negli altri. Potevo eliminare un corpo, ma non un ricordo. E forse era proprio questo il potere che gli esseri umani avevano sulla morte, l'unico che non potevano perdere completamente, perché anche quando una persona muore può continuare a vivere dentro qualcuno, non come prima, non davvero, ma in una forma diversa, più fragile e più dolorosa. Ed è per questo che, nonostante tutto quello che ho visto, nonostante tutti i nomi che ho conosciuto e dimenticato, nonostante tutte le vite che ho incrociato senza che nessuna di loro sapesse davvero chi fossi, continuo a pensare che la morte non sia mai soltanto la fine di una persona. È la fine di una versione del mondo. Perché ogni persona vede il mondo in un modo diverso, lo attraversa con i propri occhi, gli dà significati che nessun altro potrebbe dargli, ama cose che qualcun altro odia, ricorda momenti che nessun altro ricorda, custodisce segreti che moriranno insieme a lei. E quando quella persona muore, quel mondo scompare con lei. Forse è questo che rende ogni morte diversa. Forse è questo che rende l'essere umano così fragile e allo stesso tempo così straordinario. Sappiamo che moriremo, eppure amiamo. Sappiamo che perderemo le persone che amiamo, eppure continuiamo a legarci a loro. Sappiamo che tutto ciò che costruiamo potrebbe un giorno essere dimenticato, eppure continuiamo a costruire. Forse non viviamo nonostante la morte. Forse viviamo proprio perché esiste. Perché se il tempo fosse infinito, niente avrebbe davvero lo stesso valore. Una giornata non sarebbe preziosa. Una persona non sarebbe insostituibile. Un abbraccio potrebbe essere rimandato. Una parola potrebbe aspettare. Un addio potrebbe essere pronunciato domani. Ma la morte ci ricorda che non sempre esiste un domani. Ed è proprio questo che rende la vita così importante. Non il fatto che duri per sempre. Ma il fatto che non lo faccia. Io questo l'ho capito stando dalla parte della morte per troppo tempo. Ho imparato a riconoscere la paura negli occhi delle persone, ho imparato a capire quanto possa essere fragile una vita, ho imparato che basta un istante perché tutto ciò che una persona credeva certo smetta di esserlo. E ho imparato soprattutto che la morte non è mai soltanto di chi muore. Appartiene a chi resta. A chi piange. A chi ricorda. A chi dimentica. A chi prova sollievo. A chi prova rabbia. A chi non prova niente. Perché la morte di una persona può essere la fine di un universo per qualcuno e soltanto un momento insignificante per qualcun altro. E forse nessuna delle due cose è una bugia. Forse possono essere vere entrambe. Perché una vita può significare tutto e niente nello stesso momento, dipende soltanto dagli occhi che la guardano. Ed è questa, forse, la cosa più inquietante che abbia mai imparato sulla morte. Non che tutti dobbiamo morire. Quello lo sappiamo fin dall'inizio. La cosa inquietante è che, quando arriverà il nostro momento, il mondo continuerà comunque. Qualcuno piangerà. Qualcuno non si accorgerà di nulla. Qualcuno ci ricorderà per anni. Qualcuno pronuncerà il nostro nome per l'ultima volta senza sapere che sarà davvero l'ultima. E poi, lentamente, il tempo farà il resto. Ma forse, da qualche parte, in una persona che abbiamo amato o che abbiamo incontrato anche solo per un istante, resterà qualcosa di noi. Una frase. Un ricordo. Un sentimento. Una parte minuscola della nostra esistenza che continuerà a vivere quando noi non potremo più farlo. Forse è tutto ciò che possiamo chiedere alla vita. Non di essere ricordati da tutti. Non di essere importanti per il mondo intero. Ma di essere stati importanti almeno per qualcuno. Perché alla fine la morte porta via tutto, ma c'è una cosa che non può decidere da sola. Il significato che abbiamo avuto per chi è rimasto.

DARK INTENTIONSHistorias para obsesionarse. Descúbrelo ahora