Un gruppo di giovani investigatori e un professore di storia affrontano gli orrori nascosti dietro la facciata della loro tranquilla cittadina costiera.
Tra antichi rituali, entità dimenticate e segreti accademici, la loro vita cambierà per sempre.
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16 Novembre 2019, Alfrid Quel sabato Alfrid si alzò presto, nonostante non avesse impegni di alcun genere. Si era svegliato all'alba per un motivo che nemmeno lui sapeva spiegarsi, forse solo per il gusto di godersi il silenzio. Gli altri dormivano ancora; per loro il giorno precedente era stato particolarmente pesante e meritavano di riposare, o di "spegnersi come sassi", nel caso di Logan. Alfrid raccolse silenziosamente le cose più importanti, telefono e portafoglio, si vestì e uscì. Usò il bagno in comune del piano terra per lavarsi: a quell'ora di sabato non c'era anima viva. Durante il breve tragitto verso l'edificio della mensa, respirò l'aria pulita del mattino. Era una giornata nuvolosa, come molte nell'ultimo periodo, ma il cinguettio dei pettirossi riusciva a rilassarlo. - Che pace - mormorò tra sé - E che profumino... - Annusò l'aria: l'odore di brioche appena sfornate proveniente dalle cucine lo convinse ad affrettare il passo. Il bar era praticamente vuoto. All'interno c'erano solo pochi studenti di economia e giurisprudenza, già chini sui libri per preparare gli esami di dicembre. - Che stac... - Alfrid si interruppe bruscamente, poi si ricordò con un sorriso che gli effetti collaterali del rito erano svaniti: non avrebbe più rischiato di colpire qualcuno per sbaglio semplicemente parlando. Si avvicinò al bancone, studiò le leccornie esposte e ordinò: - Buongiorno, Caroline. Prendo questa brioche alla crema e... un succo all'arancia rossa -. Caroline era una donna tarchiata ma molto curata, l'esatto opposto di suo marito. Quando al bancone c'era lui, la clientela scarseggiava; non che fosse una cattiva persona, ma non era esattamente il ritratto della pulizia per qualcuno che lavorava a contatto con il pubblico. - Oh, caro - esclamò la donna con un'espressione rammaricata - Il succo all'arancia rossa è finito, il fornitore è in ritardo con le consegne. Ho quello all'ACE, se vuoi -. - Ah, peccato. Vada per l'ACE, allora -. - Perfetto - La donna lo servì con una grazia d'altri tempi - Ecco a te, buon appetito... Ah, se ti interessa c'è anche il giornale -. - Sì, grazie - Per Alfrid era una fortuna che il bar tenesse i quotidiani; gli permetteva di portare avanti una tradizione imparata da suo nonno italiano. Pagò e andò a sedersi a un tavolino isolato, lontano dai ragazzi che studiavano per non disturbarli. Iniziò così il suo "rito" della colazione: sfogliò velocemente le notizie del Kingfisher, il giornale cittadino, finché il suo sguardo non si posò su un titolo che catturò immediatamente la sua attenzione.
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Già, era lo stesso corpo che lui e Scarlett avevano trovato. Elijah aveva fatto in modo che fossero i ranger del parco a recuperarlo, ma solo dopo aver analizzato quei miseri resti; i risultati, purtroppo, erano stati scarsi. Il pensiero di Alfrid corse poi al momento in cui avevano incendiato il bunker: sentì di nuovo il cuore battere all'impazzata e l'adrenalina scorrere, accentuando quel fastidioso prurito alle estremità del corpo. Chiuse il giornale, finì il suo succo all'ACE e decise di fare l'unica cosa sensata: prepararsi per gli esami. Si diresse in biblioteca e provò a studiare, ma con enorme fatica. La testa era affollata da mille pensieri, finché uno in particolare non lo fece smettere di dondolare con la sedia: il concerto di quella sera. - Merda, era oggi - sussurrò rivolto a se stesso - Che faccio, ci vado? Da solo? Con gli altri? Logan e Scarlett non verrebbero mai... Scarlett di sicuro, visto che è una fan, e Tomàs... boh -. Rifletté un attimo, poi il pensiero andò al suo amico non morto - Tre giorni fa era il suo compleanno... potremmo andare al Loto Nero stasera, prima che scatti il coprifuoco -. - Shhh! - lo zittì una ragazza lì vicino. Non si era accorto di aver alzato troppo il tono della voce. - Scusa - rispose lui in un sussurro, sorridendo per l'imbarazzo. Si spostò velocemente nel bagno esterno per non disturbare. Propose l'uscita nel gruppo e poi decise che la cosa migliore era chiamare direttamente la ragazza al numero che gli aveva dato. La chiamata partì, ma non appena sentì la linea attivarsi, riattaccò subito. Lo aveva fatto d'istinto, per paura di aver frainteso qualcosa o che lei si fosse già dimenticata di lui. E poi, era saggio? Elijah gli aveva detto di sfogarsi ogni tanto, ma forse un concerto era troppo. Il telefono squillò: era lei. Rispose col fiato corto - Pronto? Chi sei? - Alfrid riconobbe subito la voce incontrata nel negozio. - Ciao, sono il ragazzo del negozio... ti ricordi? -. Seguirono secondi di silenzio, lunghi abbastanza da fargli rischiare l'infarto e convincerlo che lei non avesse idea di chi fosse. - Scusa - riprese lei infine - sono appena uscita dalla sala prove. Sì, mi ricordo... allora, stasera vieni? -. - Sì... è un problema se porto qualcuno? -. - Nessun problema - Dal tono, però, sembrava il contrario; pareva quasi delusa. - Se è un problema, vengo da solo - aggiunse lui prontamente. - Non c'è nessun problema, dimmi solo in quanti siete - il tono si era fatto di nuovo distante. - Tre - mentii. In realtà sospettava che ci sarebbero andati solo lui e Riley, ma voleva testare la reazione della ragazza. - Ok - il tono tornò leggermente più spigliato - Il concerto inizia alle 21:00, fatevi trovare alle 20:30 al Cinema Lumière, sulla spiaggia -. - Grazie ancora... ma ora che ci penso, non ci siamo nemmeno presentati -. Ci furono altri secondi di silenzio. In sottofondo si sentiva qualcuno picchiare sulla batteria. - Thalia Halzette. Ma tutti mi chiamano Dusk... sai per l'aspetto da vampiro -. - Alfrid Kingale. Ma tutti mi chiamano Al... sai, da Alfrid -. Sentì una risata trattenuta dall'altra parte. Una risata dolce, ma che sembrava nascondere qualcosa di molto più profondo. - Devo tornare a provare le canzoni, a sta sera allora - chiuse la chiamata. Alfrid rimase fermo imbambolato per diversi minuti, il suo piccolo cervello non aveva ancora elaborato cosa era appena successo, poi l'adrenalina scese facendo spazio al terrore. - Eh ora? Mi tocca andarci... - parlava fra se e se, per sua fortuna era solo o almeno così credeva. Qualcuno gli venne addosso. - Hey! - esclamò il ragazzo, spinto in avanti dall'urto. - Oh... scusa, non ti avevo visto... - Si trattava di un giovane che Alfrid non aveva mai incrociato al college: capelli neri e spettinati con rasature laterali molto definite, occhi scuri cerchiati dalle occhiaie e un naso leggermente aquilino. Nel complesso, somigliava a un corvo - Ero impegnato a ripassare. Tutto bene? Ti ho fatto male? -. Alfrid abbassò lo sguardo su ciò che lo sconosciuto teneva tra le mani: un libro di psicologia o qualcosa di simile, visibilmente rovinato dall'uso. - No, nulla - rispose Alfrid. Lo scrutò più attentamente; più lo guardava, più cresceva la sensazione di averlo già visto - Ci conosciamo? -. - Non credo...- rispose l'altro sorridendo. Alfrid notò che su uno dei suoi canini era incastonata una piccola gemma rossa - ...Sono del terzo anno, forse mi hai incrociato a qualche festa o in giro per il cortile -. - Può darsi - Alfrid non sapeva perché, ma quel ragazzo lo turbava. Forse era solo il sano pregiudizio che Elijah aveva instillato in ognuno di loro durante gli addestramenti. - Comunque, piacere: William Blake - Allungò la mano; la pelle era pallida e punteggiata di lentiggini. Alfrid la strinse con una punta di diffidenza - Piacere mio, Alfrid Kingale -. Il ragazzo sorrise di nuovo, ritrasse la mano e aggiunse - Allora alla prossima, Kingale. È stato un vero piacere - Non appena finì di parlare, tornò con la testa sui libri e riprese a camminare. - Che tipo strano - mormorò Alfrid tra sé e sé. Rientrò in biblioteca e continuò a studiare fino all'ora di pranzo, momento in cui raggiunse gli altri alla mensa.