Prologo: La diagnosi

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James

James Emory si alzò dalla poltrona allargando le mani sui braccioli di legno. Restare seduto gli era diventato insopportabile.

Lo studio del dottor Clarke era immerso in un silenzio irreale. Ogni oggetto occupava il proprio posto con una precisione maniacale; sembrava che lì dentro nulla potesse andare storto.

Non era difficile capire perché fosse considerato il miglior andrologo di Londra.

Raggiunse la finestra e scostò la tenda di qualche centimetro. L'aria filtrò dalle imposte socchiuse e lo fece rabbrividire. Rimase immobile lasciando che il freddo lo ancorasse al presente. Aveva bisogno di respirare. Di sentirsi vivo, anche solo per un istante.

Margot era seduta alle sue spalle, la schiena dritta.
Non lo guardava.
I suoi occhi erano fissi sulla scrivania in vetro, ma sembrava non vederla davvero.

James si passò una mano tra i capelli; le dita che gli tremavano appena. Le infilò subito nelle tasche dei costosi pantaloni Armani, nel tentativo di nascondere la tensione che lo irrigidiva.

Il silenzio si dilatava, denso, quasi fisico.
Pensò all'esame.
La porta del laboratorio era ancora chiusa.

Non erano state le procedure a fargli male. A ferirlo era il motivo per cui si trovava lì.

Lei si mosse. Il semplice fruscio della gonna bastò a farlo sentire in difetto.

«Quanto manca?» chiese la moglie.

Lui inspirò lentamente.
«Ha detto che ci sarebbe voluta una mezz'ora.»

Era vero.
Ma non era quello che lei stava chiedendo.

Margot intrecciò le dita sulle gambe magre; le nocche le sbiancarono per la pelle tesa.

«Non potevamo rimandare all'infinito.»

James annuì, fece un paio di passi verso il centro della stanza, allontanandosi dalla finestra.

Sapeva perfettamente cosa significava quel non potevamo rimandare.

Tre anni di matrimonio.
Il desiderio di avere un figlio sempre più ossessivo.
Le settimane erano diventate mesi e Margot non aveva nulla che non andasse.

E allora restava lui.

Si era sentito sotto accusa. Il suo corpo doveva dimostrare qualcosa che non era più sicuro di possedere. Il passo successivo era stato inevitabile: la clinica dove si trovava adesso.

E se fossi io?

Il pensiero gli attraversò la mente, netto, doloroso. Non osò condividerlo. Non con lei.

La porta del laboratorio si aprì con uno scatto secco e l'anziano medico entrò con una cartellina verde stretta tra le mani.
James sussultò senza rendersene conto.
Accanto a lui, la moglie si irrigidì.

Il responso era scritto in quei fogli, non ancora pronunciato.

Eppure ebbe la netta sensazione che il rapporto con Margot si fosse già spezzato.

AmberWhere stories live. Discover now