Il nemico

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Era il crepuscolo quando Ain e Naos arrivarono al Distretto Sedici. Il carro che distribuiva regolarmente i soldati era passato presto e li aveva fatti salire assieme ad altri militari che erano stati assegnati altrove. Durante il breve tragitto i due amici avevano varcato le cinte interne, alte una dozzina di iarde cadauna, che separavano i distretti tra loro. Non si trattava di veri sistemi di difesa, ma di recinti per persone. Erano stati eretti due secoli prima, durante la Grande Epidemia che aveva ucciso un decimo della popolazione del regno. Se si sviluppava una qualche malattia contagiosa nessuno poteva uscire e chiunque entrava doveva restare dentro fino al cessare del pericolo.

Il carro si fermò, Ain e Naos scesero in silenzio e andarono incontro al sottufficiale che li attendeva oltre il portone. «Lode alla Dea!» salutarono.

Ain, che si era lucidato gli stivali, trovò l'ambiente deprimente: il terreno non era lastricato, i paesani erano lerci e dagli sguardi sospettosi o tristi, i pochi bambini stavano aiutando gli adulti nei lavori. «Nome, numero, accademia, grado e medagliette!» Il sottufficiale era una donna dal volto tondeggiante, con un naso che Ain paragonò a quello del suo amico. Trovò gli occhi molto belli e non seppe dire se fossero di un marrone chiaro o di un verde scuro. 

«Naos figlio di Nessuno, recluta numero quattrocentootto, accademia Alioth numero venticinque, fiamma arancione». Il tono lasciò presupporre che concordasse il giudizio estetico.

Ain si presentò a propria volta, ma il soldato semplice gli lasciò l'amaro in bocca.

«Il mio nome è Alrai, fiamma arancione a tre fasce. Vi rivolgerete a me chiamandomi "signora". Seguitemi!» comandò la donna che li aveva accolti.

Ain non capì cosa intendesse con "a tre fasce". Wasat non aveva mai parlato di quei gradi. 

Nel seguire la superiora, Ain cercò d'individuare i punti di riferimento: era facile vedere il patibolo per le esecuzioni, sporco di sangue rappreso, il campanile, i cui rintocchi scandivano le ore, e il tempio divino, sulla cui cima era stata posta una fenice in pietra dalle ali spiegate. Il sacerdote locale stava parlando dalla finestra con le braccia aperte e il volto austero. «... la salvezza non è solo nella preghiera, bensì nelle opere. Il dono è necessario per provare a noi stessi che siamo veramente pentiti delle nostre colpe...»

Davanti all'entrata si erano radunate centinaia di persone che scalpitavano come un branco di animali chiusi in una gabbia. Quando l'ennesimo urto fece cadere un sacchetto, una decina di persone si gettò a terra per raccogliere più monete possibile. Si dettero pugni, calci e perfino morsi.

"Sono disperati. Vogliono chiedere l'assoluzione o la fuga?" pensò Ain studiandoli.

La sottufficiale si fermò. «Fatela finita, pezzenti!» gridò colpendo il terreno col manico dell'alabarda.

I cittadini smisero di azzuffarsi e si alzarono lanciandosi occhiate piene di rabbia, ma non dissero niente.

Alrai sputò per terra. Il suo viso era teso e gli occhi infossati. «Feccia della feccia. Solo i protetti sono peggiori di loro».

Quelle parole le valsero la simpatia di Ain. 

Il trio proseguì con in sottofondo la voce del mago che tornava a incitare alle donazioni. Ain si domandò come quell'uomo avrebbe usato i soldi.

«Ciao, bei ragazzi, volete compagnia?» chiese una voce gracchiante alla loro destra.

Sobbalzò: la donna che aveva cercato di abbordarlo aveva il volto segnato da rughe e pustole, le guance cadenti e i denti, quando c'erano, erano storti e marci. Gli abiti puzzavano di sudore e i capelli erano unti. Dietro di lei venivano altre donne ancora più brutte e trasandate.

L'avvento dell'ImperatriceDove le storie prendono vita. Scoprilo ora