Capitolo 2 | P a s s a t o

20 4 0
                                        


Esistono dei rumori "invisibili".

Dei rumori che si nascondono, mimetizzandosi nella quotidianità delle nostre vite. Dei suoni che ci sono, ma che non lo vogliono far sapere. Sono discreti.

Il ticchettare dell'orologio, la goccia d'acqua del rubinetto che perde, il sangue che scorre nelle vene della testa, il rumore del vento; sono suoni che danno corposità alla vita, che ne fanno parte in modo così profondo da aver bisogno della nostra concentrazione per poter essere trovati, nonostante siano sempre lì.

Mira era come uno di questi rumori: presente, reale, ma invisibile. Era un rumore per cui nessuno era disposto a perder tempo a concentrarsi ed ascoltarlo, nonostante quel grido muto avrebbe potuto far vibrare le pareti dell'anima di chiunque vi si fosse soffermato per un istante.

« Mamma... »

Ermal aveva tredici anni, ma la sensibilità di chi sa riconoscere la musica nel soffio del vento, la goccia di buio in una realtà solo apparentemente perfetta, la profonda richiesta d'aiuto in un mutismo che faceva tremare il mondo.

« Mamma, coraggio » il ragazzino – capelli scuri, pantaloncini che non venivano lavati da un po' e occhi incavati del colore di chi è dovuto crescere un po' troppo in fretta – ammorbidì la voce il più credibilmente possibile, inginocchiandosi di fronte alla madre, seduta a terra nella solitudine di una camera da letto dove non si faceva l'amore da anni.

"Coraggio".

Piaceva molto quella parola, ad Ermal. Sapeva di speranza, dell'ipotesi di qualcosa di nuovo e della possibilità di potervi aspirare.

Il bambino prese fra le mani il viso della donna, nascosto tra le ginocchia, e glielo sollevò dolcemente. Morì dentro, facendo attenzione a non darlo a vedere: aveva un occhio gonfio, di un orrendo colore che cozzava completamente col resto del suo incarnato pallido.

Ermal corse subito in bagno, prese un asciugamano e lo bagnò di acqua fredda, per poi tornare subito dalla madre e appoggiarle il panno umido sull'occhio ferito. Non appena il ragazzino fece questo gesto, la mamma gli prese il polso della mano che si stava prendendo cura di lei, abbassandogli il braccio con dolcezza per poterlo guardare negli occhi.

« Amore mio » sussurrò, trovando la forza in qualche cassetto segreto del cuore dedicato solamente ai suoi figli « sei già un uomo. Questa non è una cosa felice. »

Si portò le mani dietro al collo, e in pochi secondi slacciò un filo di cuoio che reggeva un pendente particolarissimo: una pietra verde, ovale e opaca, simile alla giada. La legò al collo del figlio, per poi prendegli il mento tra le dita di una mano e ancorarlo al suo sguardo.

« Ci sono così tante cose che non sai, tante cose di cui non puoi ancora portare il peso. Ma c'è tempo. Tu hai tempo, e devi lottare per avere più tempo possibile. Guadagna tempo e non fartelo rubare mai da nessuno. Da nessuno, hai capito? È vietato morire, mi hai sentita? »

Il suo tono diveniva sempre più duro man mano che parlava; diveniva il tono di una madre che educa un figlio, e l'anima di Ermal lo percepì perfettamente, predisponendosi a catturare ogni parola come un bambino che si prepara a scoppiare più bolle di sapone che può...

T O U C H ▪︎ MetaMoroLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora