Non c'erano molte persone, tra gli abitanti dei Sobborghi, che potevano vantarsi di aver conosciuto il Sole.
La sensazione di essere penetrati dalla sua luce calda era un ricordo paragonabile a un gioiello prezioso che viene custodito con cura, chiuso a chiave nel cassetto della memoria di qualche anziano che, paralizzato su un lettuccio vecchio quanto lui, ancora sperava di morire per le rughe sul suo viso, anziché per le piaghe della maledetta.
La superficie della Città Alta, infatti, si estendeva per centinaia di migliaia di chilometri, impedendo la visuale del cielo agli scarti del pianeta che ancora abitavano al di sotto di essa: le ultime, sfortunate generazioni non avrebbero mai conosciuto nulla di quella leggendaria stella, se non tramite alcune vecchie fotografie conservate dai nostalgici o attraverso i pomposi racconti di qualche fantasioso bugiardo che inventava di viaggi interminabili, fino ai confini del Cielo Nero ╴così chiamavano la distesa di metallo che copriva la volta celeste ╴per poter vedere il Sole.
Da quando la fondazione e la costruzione di Diskòs stabilì chi fosse degno di vivere e chi di sopravvivere, gli abitanti della Città Bassa erano stati lasciati al loro destino come un qualcosa di fastidioso che si finge di dimenticare per sbaglio. I continenti erano diventati una landa desolata ricoperta di terra arida: l'erba non cresceva più, gli alberi perdevano vita, le specie di animali si estinguevano di giorno in giorno, lasciando gli uomini senza cibo di cui nutrirsi. Questo portò gli ultimi contagiati di tutto il mondo a migrare sotto la superficie di Diskòs: avrebbero rinunciato per sempre al cielo, è vero, ma avrebbero ricevuto sostentamento da piccoli rifornimenti alimentari che le autorità della Città Alta concedevano loro giornalmente ╴forse per reprimere quell'ultimo briciolo di umanità che gridava alle loro coscienze di aver ucciso, in quel modo, più della malattia stessa.
L'ora della distribuzione alimentare poteva essere descritto come l'emblema del pietoso declino della razza umana: file interminabili e scombinate di persone che spingevano, rubavano, persuadevano e picchiavano per quel tozzo di pane in più che, infondo, non avrebbe poi fatto tanta differenza.
E fu esattamente in quell'ora di un giorno qualsiasi che Fabrizio, un uomo dal viso colmo di cicatrici di insoddisfazione e dalle lontane origini italiane, dovette assistere all'ennesima, pietosa scena che vomitava sulla dignità umana: un ragazzetto sulla venticinquina, gli occhi neri e un braccio paralizzato dalla malattia, aveva appena finito di prendere la sua parte di cibo, ma non aveva smesso un solo istante di tenere d'occhio una coppia di ragazzini a un paio di persone più avanti nella fila. I due bambini ╴fratello e sorella, il maggiore non superava i dieci anni di età ╴camminavano mano nella mano, guardandosi attorno col terrore negli occhi e stringendo col braccio libero la loro porzione. Il ragazzino più grande strattonava la bambina con la metà dei suoi anni e dei suoi centimetri, suggerendole di guardare soltanto lui, forse per proteggerla da quello che aveva attorno, come se volesse ancora provare a salvaguardare un'innocenza perduta fin dalla nascita.
Il ragazzo dagli occhi neri si parò davanti a loro, trascinando a fatica una gamba che da lì a poche settimane avrebbe fatto la stessa fine del braccio, che gli penzolava come un appendice morta lungo il corpo.
« Come vi chiamate? » domandò, con la voce melliflua di chi si presenta con una serpe velenosa nascosta dentro un bel pacco regalo infiocchettato.
« Volete venire a casa mia? » continuò, avvicinandosi a loro abbastanza rapidamente da afferrare una mano alla ragazzina, prima che potessero pensare di darsela a gambe.
« Lasciala! » strillò il bambino, strattonando il braccio della sorella, inconsapevole che non avrebbe portato a nulla se non a farle del male, motivo per il quale la piccola iniziò a piangere a dirotto.
« Shh! Sta' zitto » sibilò il bastardo « sta' zitto che ci guardano tutti, e se me ne vado da qui senza la vostra roba giuro che vengo a cercarvi e vi stritolo » e mentre diceva l'ultima parola, serrò più forte la presa attorno al polso della bambina, che non riuscì neanche più a piangere dal dolore: sgranò gli occhi, spalancò la bocca e le si irrigidì ogni pelo del corpo, mentre la mano gli diventava bianca per l'assenza di flusso di sangue.
« Sai, col fatto che non ho più un braccio, l'altro è diventato molto più forte » sussurrò al ragazzino, inginocchiandosi per raggiungere la sua altezza e potergli parlare in un orecchio « quindi ti conviene fare il bravo, giusto? »
Il bambino si morse le labbra, gli occhi che se avessero potuto avrebbero sanguinato, alla vista della sorella in agonia. Ricordò in fretta come si faceva a muovere i muscoli del corpo e annuì, con le palpebre che iniziarono a gonfiarsi di lacrime che il suo giovane orgoglio non poteva permettere di far sgorgare.
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T O U C H ▪︎ MetaMoro
Fanfiction₪ Pianeta Terra, anno 2192 d.C. In qualche remoto angolo ai confini della Via Lattea, una gigantesca stella in fin di vita esplode con una violenza tale da generare un'onda radioattiva di una potenza incredibile. Quest'ultima, oltre a polverizzare t...
