Prima di tutto... un po' di Storia!

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Sì, lo so, non mi uccidete, okay?
Lo so che volevate subito iniziare con la storia, ma prima mi sembrava giusto mettervi al corrente di un paio di cose. Ovvero, come tutto questo è iniziato e, be’, chi sono io.

Mi chiamo Centro Italia, altresì conosciuto – se così si può dire – come Lorenzo Maria Vargas; fratello maggiore di Seborga, Italia del Sud e del Nord. Sono stato al fianco di Nonno Roma in tutte le sue guerre; ho visto l'Impero Romano nascere e crollare; mi sono guadagnato il soprannome di Città Eterna; mi sono preso cura dei miei fratellini, li ho supportati in tutto, ma dopo un solo e unico litigio, tutto è finito. Neanche a farlo apposta, sono diventato più trasparente di Canada e Molise messi insieme. Sono stato trattato come uno zerbino, o peggio. Sono stato dimenticato, lasciato solo, abbandonato a me stesso.

Nel frattempo, Feliciano si è arricchito, ha stretto un rapporto fin troppo stretto con Germania e ci ha lasciati indietro. Sì, esatto, ho detto ci. Perché neanche Lovino e Marcello se la passano bene. Soprattutto quest'ultimo, ché è quasi come me; tranne che per lui, se lo nomini casualmente in una conversazione, il tuo interlocutore saprà sicuramente di chi si tratta.

Ma tornando a noi.
Tutto accade nell'ormai lontano 1896, in un giorno come un altro. Io e i miei fratelli avevamo da poco smesso di lavorare, dato che era appena iniziata l'estate, quindi ci eravamo tutti e quattro trasferiti in Sardegna per passare dei tranquilli giorni di mare. Il sole splendeva alto nel cielo, le cicale cantavano, i vecchietti leggevano il giornale della domenica in veranda, i bambini giocavano al parco, e noi ci stavamo preparando per andare al mare. Insomma, un giorno come un altro, giusto? No, ovvio che no.

Io stavo infilando il costume di ricambio nello zaino del mare, quando mi vidi arrivare un Lovino tutto agitato incontro.

“Hey!” lo salutai con gentilezza, lui mi si fermò davanti e annuì leggermente con il capo in risposta. “Tutto okay?” chiesi, notando il suo strano silenzio. Lovino mi osservò per qualche frazione di secondo, facendo scorre il suo sguardo verde sulla mia figura un paio di volte, poi sospirò e chiuse gli occhi. Quando rialzò le palpebre, la sua espressione era più sicura che mai.

“Io, Feliciano e Seborga, stavamo pensando una cosa.” iniziò, e io già sapevo che sarebbe finita male. “Vorremmo che tu rinunciassi al tuo ruolo di nazione.” ecco fatto, detto, bomba sganciata. Le parole mi arrivano quasi attutite, e ancora oggi, se ci ripenso, sento lo stesso dolore al cuore che avevo sentito allora.

È finita, fu l'unico pensiero che riuscii a formulare dopo una buona manciata di minuti, la mia vita è finita.

“Io- perché?” un singhiozzo lasciò la mia gola, senza che io neanche potessi riuscire a fermarlo. Chiusi gli occhi, tentando di allontanarmi da quella situazione, almeno per qualche secondo, di modo da riprendere controllo di me stesso.

“Siamo in troppi e... credo sia meglio tu debba rinunciare alla tua porzione d'Italia. Io mi prendo il Centro-Sud e Feliciano il Centro-Nord.” Lovino fu brutale nella spiegazione, mentre io, ad ogni nuova parola da lui pronunciata, mi sentivo morire sempre di più.

Non ce la facevo più, perciò scoppiai.

“Voi... voi non potete farmi questo!” urlai improvvisamente. Lovino sgranò gli occhi stupito, mentre Seborga e Feliciano facevano irruzione nella stanza. “Io mi sono preso cura di voi! Se oggi siete così è solo grazie a me!” Feliciano si portò una mano a coprirsi la bocca spaventato e Lovino aggrottò le sopracciglia,  ora più infastidito che altro. “Voi,  senza di me, non valete nulla!” ancora oggi, quando ripenso a quelle parole, darei tutto per rimangiarmele, dato che sono state decisamente queste a rompere definitivamente il nostro rapporto.

Infatti Lovino sganciò un pugno, dritto al mio naso, che non feci in tempo a schivare. Io barcollai un po' prima di ritrovare l'equilibrio. Grugnii, ora incazzato più che mai, e gli tirai un calcio. La pianta del mio piede colpì con forza il suo stomaco. Lovino si piegò in due dal dolore, Feliciano urlò terrorizzato e Seborga – che al tempo era ancora molto piccolo – corse a nascondersi dietro di lui. Mi guardai un attimo attorno: Lovino a terra che tentava di uccidermi con lo sguardo, Feliciano che mi guardava come se fossi il diavolo in persona e Seborga – il piccolo e dolce Seborga – che mi osservava spaventato. Sapevo di aver esagerato, di aver oltrepassato la fine linea tra l'amore e l'odio e di essere sboccato in quest'ultimo. Quello non era più il mio posto. Così raccatai le prime cose che trovai e me ne andai.

Quella fu l'ultima volta che li vidi e che entrai a far parte della vita politica dell'Italia.

Io esisto!Onde histórias criam vida. Descubra agora