Let It Be

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Parker doveva aver preso fin troppo seriamente le parole di Tony sul mantenere un certo contegno, dato che era rimasto silenzioso e attento da quando si erano messi a lavoro, ormai da un paio d'ore. Non se lo era aspettato, a dirla tutta. Vedeva quel ragazzino logorroico del Queens come una specie di mina vagante, pronta ad esplodere da un momento all'altro; e invece ora era lì, con gli occhialini di protezione addosso, a guardarlo saldare alcune parti elettriche con del piombo fuso, in un solenne e quanto mai inaspettato mutismo.

Continuava a non andargli esattamente a genio, ma doveva ammettere che il suo fare accondiscendente non faceva di lui un pappamolla, come invece gli aveva dato modo di pensare. Piuttosto, nel corso di quel tempo passato insieme, aveva compreso che se da una parte il suo carattere risultava estremamente brioso, dall'altro ne era così consapevole da saperlo contenere all'occorrenza. L'iperattività era una bestia difficile da ammaestrare e Tony doveva ammettere che, dopotutto, Parker ce la stava mettendo davvero tutta per entrare un minimo nelle sue grazie, trattenendo in gabbia il suo entusiasmo.

Un po' ammirava quel fatto.

«Guarda che puoi parlare, se hai qualcosa da dire», gli disse, continuando a tenere la mano ferma tra due componenti con la penna saldatrice e facendo cadere una goccia di piombo fuso per unirli.

«Oh, no. Non voglio deconcentrarti e, soprattutto... non ho mai visto nessuno usare una saldatrice con una tale precisione come fai tu. È una figata!» rispose Parker.

Tony sbuffò una mezza risata. «Sì, lo è. Se fai il bravo, magari te la faccio pure usare», lo canzonò.

«Ci proverò!» ridacchiò l'altro, «A proposito... se non sono indiscreto: da quanto fai parte di questa cosa degli Avengers? Da come sei ambientato sembra una vita», gli chiese. Come se all'improvviso quel silenzio spezzato gli avesse dato il permesso di fare certe domande senza pentirsene. A Tony poi non piaceva particolarmente raccontare gli affari suoi - o meglio, amava raccontare i fatti suoi solo ciò che gli faceva comodo, ma dopotutto avrebbero passato le successive ore in quel laboratorio a lavorare insieme. Anche se non gli andava a genio, potevano pure scambiarle, due parole.

«Da sempre. Da che ricordi. Mio padre mi portava con sé, quando ero piccolo e mi scaricava da una parte all'altra dell'edificio. Passavo più tempo qui che a casa.»

«Figo! Quindi è così che hai imparato a fare tutte queste cose? Tipo saldare o costruire parti meccaniche da zero.»

«Passami quella pinza con la punta stretta», gli ordinò e Parker obbedì subito, tornando poi a chinarsi insieme a lui sul pezzo di tuta che cominciava ad abbellirsi di un'ordinata ragnatela fatta di piombo e fili di rame; ironia della sorte, che avesse assunto proprio quella ragnesca forma. Tony sorrise tra sé e sé, mentre ricordi frammentati gli riempivano la testa. «Mi intrufolavo nei laboratori. Sfinivo la gente, finché non mi dedicavano del tempo per insegnarmi qualcosa. Sono sempre stato svelto ad imparare, questo ha reso le cose decisamente più semplici. Anzi,» si bloccò. Gli porse la saldatrice spostandosi lateralmente per fargli spazio, «dopo due ore che non fai nulla e mi guardi, vediamo se hai imparato qualcosa, Parker», lo sfidò e quello alzò le sopracciglia, mentre i grandi occhi castani si spalancavano dietro a gli occhiali protettivi. Era buffo. Un sacco Buffo.

You Say Goodbye, I Say Hello [ Young!Starker - Tony/Peter -WINNER WATTYS 2020 ]Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora