11 aprile, 2002 - Rockford, Illinois
«Papà, no!» Un urlo squarcia il silenzio di quell'istante, quando la sua mano possente incontra il mio viso ancora candido, soffice, da bambina di otto anni. Cerco mia madre con lo sguardo oramai offuscato, finendo per terra. Mi faccio forza con le flebili braccia per alzarmi e, quando incontro la sagoma di una donna che so essere mia madre, la vedo riempirsi un ennesimo bicchiere di Chartreuse. La osservo mentre assapora il suo liquore. Le sue labbra si increspano in un sorriso, mentre i miei occhi piangenti le chiedono aiuto, silenziosi. Ed eccolo, un altro tonfo. Sento un forte dolore alla schiena e mi accascio ancora, senza forze. Un colpo alla testa e il buio.
Mi risveglio confusa, mentre sento farfugliare altra gente. Un -bip- regolare continua ad insinuarsi nella mia testa confusa. Sbatto più volte le palpebre e mi ci vuole qualche secondo per mettere a fuoco la scena e, quando lo faccio, mi ritrovo in un lettino d'ospedale accerchiata da diversi uomini dal camice bianco e capisco di trovarmi in ospedale. Un uomo sulla cinquantina si avvicina al mio lettino.
Sarà sicuramente il dottore, penso. Immediatamente viene affiancato da una giovane donna, bassina e mora dai tratti del sud. «Madison?» Gemo quando, provando ad alzarmi, tutto intorno comincia a ruotare e la testa comincia a dolermi, così come le costole a destra. Due dei ragazzi dell'equipe mi si avvicinano e, gentilmente, mi costringono a distendermi nuovamente. L'uomo mi dice di aprire gli occhi e di seguire la luce che punta dritta nel mio sguardo e che lentamente muove da destra a sinistra, in alto e in basso, e così faccio.
Sento qualcuno schiarirsi la voce «Buongiorno, bellissima. Come ti senti?» La donna minuta di poco prima mi si avvicina, sorridendomi affettuosamente.
«Io... non, non capisco. Dove sono? Perché?» Mi inumidii le labbra secche come la mia bocca, in quel momento. Vedo il suo sorriso trasformarsi in una smorfia seria e i suoi occhi riempirsi di compassione. «Io sono la dottoressa Valerie», mi sorride «sei in ospedale e hai dormito giusto qualche giorno.»
Senza accorgermene comincio a piagnucolare. So cosa significa "dormire qualche giorno", anche a Jake lo hanno detto il suo ultimo pomeriggio prima che il suo cuore decidesse di fermarsi quella stessa sera.
Avevo subito altri maltrattamenti da quando mio fratello non c'era più, ma mai era arrivato a tanto quell' "uomo". Arriccio il naso e mi rattristo ancora di più quando non incrocio lo sguardo di mia madre tra le persone presenti. Non avrei dovuto volerla vedere, non avrei dovuto cercare la sua presenza ma dopotutto sono sola. Sono una bambina sola.
Qualcuno entra nella stanza ed io rimango immobile, sul lettino bianco, e le macchine che mi avevano tenuta in vita continuano a riprodurre sempre lo stesso suono regolare. Osservo il vuoto perché nulla è, come me, e ci affondo. «Madison?» mi richiama la dottoressa. Non mi accorgo fino ad allora di essermi persa nel mio mondo, come sempre. Mi studia con lo sguardo e sorride, ancora.
«Loro mi volevano bene», gli occhi gonfi e le labbra arricciate. «prima che Jake non ce la facesse, loro mi volevano bene» La dottoressa Valerie comincia a scrivere velocemente quante più cose possibili, probabilmente sta appuntando cosa dico per provare a capirmi.
Quasi sicuramente mi avrà classificata come pazza, ma non mi importa.
«Lui diceva che Jake è morto per colpa mia, perché mentre mio padre guidava si è girato a guardare me che imitavo mio fratello», la freddezza della mia voce tremante impaurisce anche me «lui rideva e ha perso il controllo della macchina»
Mi volto un attimo verso la dottoressa Valerie e il dottore che mi ha visitata appena sveglia, rimasto davanti al mio lettino d'ospedale «lui dice che è colpa mia», ridacchio nervosamente e mordicchio il pollice «ma è lui che ha perso il controllo, la macchina ha sbattuto contro un albero e Jake...» mi volto verso la finestra che lascia entrare raggi di luce fioca che leggeri mi accarezzano il viso.
«Jake è stato schiacciato ed è stato in coma per due giorni, ma si è svegliato. Il suo cuore, però non ce l'ha fatta» mi volto ancora e non parlo più.
I miei occhi vuoti sono immobili, puntati verso un punto impreciso di quella camera fredda, fredda quanto me mentre le persone continuano a fissarmi come se si aspettassero qualcosa da me, come se dovessi piangere da un momento all'altro. Continuano a fissarmi come si guarda una bambina sola. Ma non mi importa. No, neanche quello.
Sono Madison.
Non Madison Hall.
Da quel giorno io non ho più un padre, una madre e neppure una casa nonostante la proprietà rimanga mia. Ma non la voglio. Non voglio più niente che mi ricordi di lui, lei e i suoi bicchieri colmi di vino. Non voglio ricordare i sensi di colpa, non voglio ricordare ogni livido che quell'uomo ha deciso di causarmi dentro e fuori solo perché frustato dalla sua colpa.
Io non avrei avuto più niente che potesse farmi ricordare di essere una "Hall", solo Jake. Lui lo avrei tenuto per sempre.
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THE MASKS| Un amore mascherato #WATTYS2017
General FictionMadison Hall è una diciottenne fuori dal comune con un passato tormentato e indelebile. Dopo la tragica morte del fratello non ha mai potuto non sentirsi in colpa della sua scomparsa e tra gli abusi da parte del padre e l'indifferenza della madre al...
