3. Fagioli di Natale

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Selene

Lancio dei fagioli in un paiolo, quello che usiamo per la polenta. Non credo che facciano parte della cena natalizia. Lo spero, soprattutto. Non sarebbe divertente se mia zia capisse che sto giocando con il cibo. A ventiquattro anni non si dovrebbe giocare con il cibo. Si dovrebbe mangiarlo.

Io ci gioco. Ci gioco a lungo. Prendo un fagiolo e lo lancio, ascolto il rumore che produce quando atterra e ricomincio.

Aveva detto che a Natale lo avrebbe fatto. Che sarebbe riuscito a dirmi tutte le cose belle che sentiva per me e che non trovava modo di farmi sapere. Sarebbe stato il suo regalo. Un regalo magico. Un regalo che gli avrebbe permesso di farsi perdonare. Non tanto per la sua ex. Beh, anche, perché è una stronza che non si doveva mettere in mezzo, ma non è stata lei a creare lo scompiglio iniziale. Lei è tornata con i capelli scintillanti e la bocca perennemente imbronciata e lo ha avviluppato tra le sue viscide braccia. Ma Nathan non l'ha voluta, e anche se dovrei esserne felice non ne sono capace, perché non è riuscito a dire il motivo. Come al suo solito, non è riuscito a dire niente a proposito di ciò che sente.

È pomeriggio e la mia famiglia è di sotto, in taverna, intenta a smaltire le calorie del pranzo in attesa di ripartire con la cena. Io non ho fame. Per questo gioco con i fagioli.

L'albero di Natale continua a illuminarsi e spande il suo candore per tutto il soggiorno, riflettendosi pure sui fagioli. Fagioli di Natale. Chissà come sarebbe addobbarci l'albero. Di sicuro, non sarebbe bello come quello che ho fatto io, decorato con finti biscotti e dolcetti, intervallati da palle rosse, dorate e marroni. Ne vado molto fiera. Peccato che non riesca a sentirmi felice mentre lo osservo.

Una lacrima mi scivola lungo la guancia. Provo a convincermi che dipenda dall'intermittenza delle luci, ma so bene che non è così. Dipende da lui. Lui. Lui. Nathan. Il mio lui. Il ragazzo che fa palpitare il mio cuore, che non mi fa dormire. Il ragazzo che non è capace di dire cosa sente per me.

Guardo il suo regalo e tento di non perdermi al ricordo della sua voce che fa una delle tante battute che mi fanno ridere. Gli ho comprato una felpa con una renna e Babbo Natale che giocano a scacchi seduti a un tavolino di un vecchio pub, mentre fumano sigari e bevono superalcolici. Si era fissato, così gliel'ho presa, ma l'idea che non riuscirò mai a dargliela mi fa piangere. Molto. Quasi non riesco più a vedere i fagioli.

Il campanello suona. Mi guardo intorno, come se uno spiritello dei boschi potesse andare ad aprire al posto mio, appuro che sono sola e vado. Apro la porta, convinta di vedere uno dei parenti invitati al pranzo natalizio che mangia uova di pesce anche a colazione, e mi ritrovo due occhi di ghiaccio che mi puntano.

Faccio un sospiro senza tempo e lascio che l'aria si compatti tra di noi in una buffa nuvoletta che dice "ti amo, trova il modo di farti perdonare". L'ultima volta che ci siamo toccati è stato cinque giorni fa. Cinque giorni senza la sua bocca, le sue mani, la sua voce su di me.

«Scusa.»

I suoi splendidi occhi azzurri mi fissano divertiti ed emozionati. Quando Nathan si emoziona, il suo viso si trasforma, e io sono ancora più innamorata.

«Mi dispiace», va avanti.

Fuori è freddo, gelato, ma il sole del pomeriggio è vivo e si spande su una distesa di neve. So bene che non è l'opaca sfera dorata a scatenare questa sensazione di calore nel petto, ma le sue parole.

«Per cosa?» domando.

«Perché sono un cretino che non sa mettere in fila tre parole. O magari le so mettere in fila, poi però non riesco a dirtele. Le sento tutte, giuro, le sento. Ma non so come farle uscire.»

Mi stringo nel maglione. «Quali?»

«Quelle che tu mi dici sempre.»

«Quelle che avevi promesso mi avresti regalato per Natale?»

«Quelle», risponde. Si volta, si abbassa e prende una scatola appoggiata a terra. «Sono tutte qui. Non so dirle, Selene. Non sono capace. È come se avessi un blocco. Ma ci sono tutte», annuncia d'un fiato.

Un Natale... di cartaLeggi questa storia gratuitamente!