1 . Caramelle a Na-ta-le

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Selene

Sapeva di caramella. Una di quelle caramelle gommose che rimangono incastrate tra i denti. Una bocca che sa di caramella può essere piacevole, se le gengive non implorano pietà e non urlano di smettere di farsi ispezionare da una mucosa estranea. E dire che la lingua non è una brutta cosa, in sé. Ma la lingua di questo tizio...

Trovo il modo di staccarmi e lo guardo con un mezzo sorriso. Finto. «Devo andare.»

Lui non sembra felice. Detto tra noi, lo capisco. Perché dovrebbe esserlo? È la vigilia di Natale, è in discoteca, ha conosciuto una ragazza che ci sta ma che all'improvviso, tipo all'ultimo secondo, cambia idea. Ha tutte le ragioni per non essere felice.

«Come?» chiede.

Non è male. Ha un bel taglio di occhi e delle braccia accoglienti, solo che non riesco a smettere di guardare il nulla mentre la sua bocca va in avanscoperta della mia. Proprio non ce la faccio.

«Devo andare. Si è fatto tardi», aggiungo. Tanto per dare più enfasi alla cosa.

«Dove?»

A questo non avevo pensato. Dovrei semplicemente dire la verità, e cioè che voglio andare verso il bar, perché dentro il bar c'è il ragazzo che mi piace. Dentro che non è dentro, visto che il locale è connesso alla zona bevande. Il ragazzo che mi piace è semplicemente dietro il bancone e so, senza bisogno di girarmi, che mi sta guardando. Intensamente.

«Dove devi andare?» domanda ancora sorridente. Mi attira a sé e da come si appoggia capisco che le cose sotto i suoi pantaloni sono in movimento. Un movimento piuttosto solido.

«Devo andare al bar», ammetto e mi districo dalle sue braccia. Mi fermo un attimo a guardarlo. Quanti anni avrà? Venticinque? Ventotto? Difficile a dirsi.

«Vengo con te.» Muove un passo e appoggia la mano sulla mia schiena, schiena seminuda, perché ho avuto la brillante idea di mettere un abito che la lascia scoperta. Il tutto per il ragazzo del bar. Ragazzo del bar che mi guarda malissimo e che non si lascia sfuggire niente, in particolare la mano del tizio che mi sta vicino.

«Non c'è bisogno», borbotto. Borbotto, sì, perché da dietro il bancone la persona di cui parlo da mesi e di cui sono innamorata, ma innamorata di brutto, getta un asciughino per terra, sposta un bicchiere con forza e abbandona la postazione. La abbandona proprio.

Cerco di non pensare che ho il suo regalo in macchina. Che domani avrei voluto presentarlo alla mia famiglia, che la sua bocca ha il sapore di una confetto buono, setoso, dolce e amaro al tempo stesso. Mi concentro sui suoi movimenti. E sulle parole da dirgli.

«È Natale», puntualizzo rapidamente quando è ormai vicino. «Na-ta-le», ripeto.

Non è chiaro con chi stia parlando. Se con me stessa, con il ragazzo-caramella-appiccicosa o con lui. Quando risponde, capisco a chi erano indirizzate le mie parole.

Muove la testa per gonfiare ciò che sta per dire e il ciuffo ribelle che gli dondola sulla testa si sposta sulla fronte e copre i suoi occhi. «Natale, sì, e la tua lingua era nella bocca di questo tizio.»

Ah-ah! È arrabbiato.

«Perché la tua lingua non ha ancora deciso dove vuole stare», riconosco.

Tizio si è sottratto allo sguardo irato di lui. Lui. Lui. Lui si chiama Nathan. Ha un nome curioso, ma non si può dire lo stesso della sua persona. Occhi di ghiaccio, capelli scuri. Bello senza essere esagerato. Normale ma di impatto. Di impatto per me. Vitale, per me. Vita pura, quasi imprescindibile. Amore. Solo amore. E mi manca come l'aria.

Un Natale... di cartaLeggi questa storia gratuitamente!