4. Un Natale... di carta

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Nathan

«Qui», dico indicandomi la testa, «e qui», continuo mirando al cuore per farle capire dove sono i sentimenti che provo per lei. Troppo sdolcinato, lo so. Ma sincero.

Prende la scatola. C'è la faccia di una mucca che tiene un cuore tra i denti. Mi sembrava divertente. È andata bene, dato che l'alternativa era la confezione di tazze che mia madre mi ha regalato il Natale scorso. Tra parentesi, quale madre regalerebbe delle tazze da tè a un figlio che beve solo caffè?

Selene apre il contenitore, con le mani infreddolite prende un bigliettino, lo scarta e lo legge.

Sono un cretino.

Sì mette a ridere. È già qualcosa. Ma a farla ridere sono sempre stato bravo. Quello in cui me la cavo male, è convincerla che ciò che le do senza parole si codifichi in modo strano nella mia mente. I sentimenti che provo per lei sono reali, è che poi non si trasformano in frasi. Rimangono lì, in aria. Spero che le arrivino per osmosi, ma non funziona così.

Va avanti, e ne legge uno dopo l'altro.

Vorrei poter dire che valgo quanto te, ma mentirei. Ho un sacco di difetti, ma non sono un bugiardo.

I fogliettini che ho usato sono uno diverso dall'altro. Per la maggior parte, li ho fregati a mia sorella. Alcuni sono cartoncini, altri fogli bianchi da stampante. Ci sono un paio si post-it a cui ho tolto l'adesivo, un bigliettino di Natale diviso a metà, un rotolo da cucina strappato e un foglio di giornale.

Lei non è niente, per me. Ci sei solo tu. Ma anche questo non so come dirlo. Non so proprio come dirlo. Prendi un altro bigliettino e riprova, magari ci sono riuscito.

Quello che sta per leggere è sulla carta da forno. Pessimo, lo so. Ma il messaggio è fondamentale, e quando ho sentito il bisogno di scriverlo non ho trovato altro.

Ti amo.

Mentre le parole le scorrono tra le mani, i suoi occhi lasciano cadere alcune lacrime e tra una lettera e l'altra mi fissano come se fossi finalmente riuscito a centrare il dunque. Il mio palmo, teso di fianco alla scatola, raccoglie la carta che ha letto e che, sono sicuro, vorrà tenere sul comodino per sempre. Un po' egocentrico, lo so, ma è da me fare pensieri come questo.

Non riesco a smettere di pensare a te.

Ecco che tocca alla carta del regalo di Natale, trovata in un cassetto a casa dei miei.

Questo è di oggi. Di questa mattina. 25 dicembre 2016. Mia sorella mi gira intorno e non la smette un attimo di rompere, ma non è lei il problema. Il problema sono io che a ventisei anni me ne sto a casa dei miei in pigiama, quando ho un appartamento tutto mio dove vivere. Sai perché non ci voglio tornare? Perché mi ricorda te. Te e tutto quello che abbiamo fatto lì dentro. E per quanto mi sia difficile ammetterlo, senza di te non ha nessun valore.

Piange. Selene piange spesso, non dovrebbe farmi effetto. È di quelle ragazze dalla lacrima facile. Specialmente quando ha il ciclo. Le altre si arrabbiano, lei piange. Le altre ti scatenano contro l'ira funesta delle loro ovaie, Selene ti inumidisce il maglione. Credo di essermi innamorato di lei in uno di quei giorni. O in tutti, a partire dal primo.

Continua a leggere e la mia mano è così piena che a un certo punto sono costretto a fermarla e a rovesciare il contenuto del palmo all'interno della scatola, ormai semivuota.

«Mi ami?» domanda. Quanto è carina. Adesso vorrei baciarla. Di brutto. Tipo come se ne dipendesse la mia vita. Vorrei baciarla ed essere capace di mettere in quel bacio tutto il sentimento che provo per lei.

«Sì», rispondo.

«Tanto?»

«Selene, sono fuori dalla tua porta come un idiota, con una scatola piena di bigliettini in cui ho scritto tutto quello che sono riuscito a raccontarti. Mettici anche che ho resistito all'impulso di rompere ogni bicchiere del locale quando quell'orso montano ti ha baciata», borbotto. Al solo pensiero mi si gonfiano le mani. «Non so stare senza di te. Non so dirtelo, ma ci sto provando. Se non basta nemmeno questo, l'unica alternativa che mi rimane è andare a vivere in Lapponia e farmi arruolare dall'esercito di Babbo Natale. Tra l'altro, è un vero dittatore, se tu non lo sapessi.»

Tra le lacrime, scoppia a ridere. E il mio cuore la segue. Cuore romantico che evidentemente c'era. Io lo ignoravo, e forse riprenderò a ignorarlo, ma c'è. Spero solo che mi faccia un favore. Che quando lei dubita, quando le cose si fanno difficili, mi ricordi che devo dirglielo, che quelle due paroline, per lei, valgono più di tutti i gioielli del mondo. O almeno, me lo auguro. Anche perché, con il lavoro che faccio, non posso permettermi niente che non sia bigiotteria delle uova di Pasqua. Ma questa è un'altra storia. Insomma, spero che mi rammenti che devo farglielo sapere. L'unica cosa che mi riesce bene è amarla. Ho solo bisogno di qualcuno che mi spinga a dirglielo.

Lei entra dentro casa e io la seguo. Conosco questo salone, ci sono venuto spesso. Non è stata qui, la nostra prima volta, ma alcune delle altre migliaia sì. Nel divano, nel tappeto. Nella camera, nel bagno, nel corridoio. Pure contro la parete davanti alla quale adesso troneggia un albero di Natale.

«È una padella piena di fagioli, quella?» domando dopo aver guardato il pavimento. 

Lei annuisce e mi dà un pacchetto, il mio regalo di Natale. Carta blu con pupazzetti di neve, nastro bianco, fiocco argentato. Sorrido e lo apro, trovandomi di fronte la felpa più stilosa dell'anno. Al bar me la invidieranno tutti.

I suoi occhi sono ancora pieni di lacrime. Lacrime e gioia, quella che vorrei regalarle sempre. Mi avvicino, dolcemente, e la guardo. «Tieni quei bigliettini sempre con te, come promesso. Perché farò ancora il coglione, è nella mia natura, ma tu non devi dimenticarlo.»

«Cosa?» chiede con la bocca rossa e gonfia dal pianto. Come fa a essere bella anche così?

«Che ti amo», dico, e prima che possa reagire mi fiondo su di lei e appoggio le mie labbra sulle sue. Aspetto un istante affinché si schiudano e lascio che la mia lingua si riprenda quello che il mammut di ieri sera ha provato a colonizzare. Le mie mani si posizionano sui suoi fianchi, salgono sulla vita e la stringono. La abbraccio, mentre continuo a baciarla, mentre vengo scosso da strani brividi con cui ho imparato a convivere negli ultimi cinque mesi. Senza fare pressione, la spingo dolcemente verso il muro e permetto ai miei palmi e alle mie dita di scoprirla. Di scivolare sotto il maglione, di verificare il calore della sua pelle. Ha un profumo incredibile, ricorda un dolcetto alla pesca.

Mi stacco un attimo e la guardo. «Buon Natale.»

I suoi giganteschi occhi mi fanno sciogliere. «Buon Natale», ripete. E senza che ci sia bisogno di niente, i nostri corpi diventano uno e festeggiano, finalmente, questo 25 dicembre.

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