Settimo giorno - 4

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Il capannone era più alto di quanto gli era sembrato da fuori. Mike pensava di finire in un edificio a due, massimo tre piani, ma se alzava lo sguardo faceva fatica a individuare le luci del soffitto, minuscole come stelle lontane.
Che razza di scherzo, pensò.
Davanti a lui, lunghe file di scaffalature a più livelli si susseguivano per decine e decine di metri, perdendosi nelle profondità del magazzino. Non se ne vedeva la fine, quel luogo sembrava un deposito per depositi IKEA.
Un muletto su ruote sfrecciò a una cinquantina di metri da lui, da sinistra verso destra, a pilotarlo era mister berretto blu.
«Ehi!» gridò Mike.
Il muletto sparì tra gli scaffali.
Mike si spostò lateralmente, sperando di intercettarlo, ma il ronzio si allontanava e fu costretto a correre. Lesse di sfuggita alcune scritte sulle corsie. Consegne urgenti, oppure: Calhun (Terre del sud). C'era anche un cartello nero con su scritto Imitazioni / Camuffamenti. Quando giunse a Difettosi / Inutili (Helmut) si arrestò.
Il muletto era in fondo alla corsia, acceso e incustodito.
Poco distante, delle scale di metallo salivano verso l'alto, fungendo da ponte tra il pavimento e una specie di stanza di controllo soprelevata. Lassù, Mike vide l'uomo sparire oltre una porta e richiudersela alle spalle. Forse aveva visto il fucile ed era entrato per armarsi a sua volta. Se era così, data la posizione, possedeva un indiscutibile vantaggio.
Avanzò, stando il più possibile aderente allo scaffale alla sua destra. Mentre procedeva diede un'occhiata alle mensole. C'erano cianfrusaglie di ogni tipo e dimensione, persino dei giocattoli. Toccò un orsacchiotto di peluche con la punta del fucile, quello si staccò dai suoi simili e rotolò per terra. Una vocina amichevole disse: «Ciao, sono Teodor. Il tuo amichetto orsacchiotto peloso. Ti voglio bene.»
«Vai a fare in culo, Teodor» disse Mike.
Poi vide l'altro oggetto.
La prima cosa che pensò fu: È magnifico. Dio, questo è davvero incredibile. Appoggiò il fucile, si avvicinò alla teca che proteggeva il gingillo. Dentro c'era una specie di sfera traslucente, sfolgorava di un colore insolito a metà strada tra il verde oceano e il blu. Si chiese se esisteva, un nome per quel colore. Il nastro attorno alla teca metteva in guardia su quanto quell'affare fosse fragile, e potenzialmente letale. Mike vi appoggiò sopra mani e fronte.
«Può giocare con l'orsacchiotto spia quanto vuole, Mike. Fossi in lei, però, quello lo lascerei stare.» La voce proveniva da un interfono.
Lui scosse la testa, come in preda a uno stordimento. Vide a terra il fucile, lo raccolse e si appiattì contro lo scaffale. In alto, su una parete della sala di controllo, c'era una finestra nera a specchio. Forse l'uomo era là dietro e lo stava spiando.
Ebbe un impeto di rabbia. «E se invece lo rovesciassi?»
«La prego, non lo faccia. Vede, quel congegno è progettato per inibire certe... forze, mettiamola così. Abbiamo però riscontrato un fastidioso effetto collaterale. Inverte la gravità. Se non è sua intenzione spedirci a gambe all'aria, e con questo intendo lei, io, e l'intera zona dell'interporto, la scongiuro, lo lasci nel suo imballaggio.»
Va bene, basta farsi prendere per il culo. Mike si sporse, puntò il fucile verso la finestra. «Vanessa dov'è?»
«Le porgo le mie scuse, Mike. Nulla di personale.»
«Come no. So chi sei, e da quanti mesi mi stai spiando. Fingi di fare le pulizie nel mio ufficio, porti avanti e indietro i tuoi pacchi, sequestri le persone. C'è altro che ti diverte fare?»
«Lei è davvero molto perspicace.»
«Chi cazzo sei?!»
Le luci si spensero, Mike si ritrovò immerso in un buio denso e totale. Caricò il fucile, sentì la sua eco metallica perdersi tra i canyon invisibili delle corsie.
«Mi chiamo Helmut» disse la voce nell'interfono. «Sono l'addetto di questo reparto.»


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