Untitled part

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Lei era per terra, sanguinante. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, avevo un'espressione confusa, la bocca quasi completamente spalancata, le palpebre che tremavano e le pupille ghiacciate di malinconia. Era distesa, in condizioni pietose e insensate. Ero da solo, in mezzo alla strada, con la bicicletta che mi teneva stretto, mentre quasi cadevo. Avevo scordato il portafoglio al bar, vicino casa mia. Passai, la vidi velocemente. Mi fermai, afferrai la situazione, capii ciò che stava succedendo. Rimasi immobile, alcune automobili cominciarono a suonare il clacson, spazientite e non avendo compreso la situazione. Rimasi fermo, senza sentire alcun rumore. Il mondo intorno a me si era bloccato. Non riuscivo a chiudere gli occhi, stavo sudando. Piansi. A lungo. Finchè una luce potente e un suono incomprensibile mi trasalì dallo stomaco, al petto, alla gola, fino all'amaro in bocca. Una specie di furgone bianco, con alcune strisce rosse, stava accelerando verso di me e lei, la mia lei. Urlai. L'ambulanza la portò via, su una barella stretta, i quattro infermieri la posizionarono velocemente su quel lettino scomodo a rotelle, la caricarono di fretta sul mezzo, e sparirono in mezzo al buio della notte. Piansi. Piansi, non seppi che fare. Chiamai Bambi, confusamente gli ripetei ciò che era successo, la notte si era bloccato, io non vivevo più. Le mie gambe forti ed attive si erano immobilizzate, non riuscivo bene a respirare, i miei polmoni erano invasi dall'odor di sangue, i miei occhi erano offuscati da quelle immagini terribili. Ero fermo, guardavo le mie mani, piangendo, strofinandole violentemente, facendo scomparire lentamente il puro sangue di lei, della mia amata. Avevo paura, ero morto dentro. L'avevo vista a terra e in pochi secondi avevo ricordato tutto ciò che era successo quell'estate. Piansi, chiamai i miei, gli chiesi di andare in ospedale, immediatamente.

Il funerale ebbe luogo a Porte de la Marine, nel piccolo paesino dove ci eravamo conosciuti, quell'estate, quella meravigliosa estate. Indossavo una giacca nera, la camicia bianca, i pantaloni neri e una cravatta blu, a pois bianchi e neri. Non avevo mai indossato vestiti di quel genere, non avevo assistito ad occasioni speciali ed importanti. Quella mattina, ero andato velocemente al supermercato, avevo comprato una tavoletta di cioccolato Milka. Mi avviai in direzione della chiesa, preferii andarci in bicicletta, solitariamente. Ero vestito come uno sposino, in bicicletta. Il selciato era freddo, umido, quasi ancora bagnato, quella notte era piovuto tanto. Ero rimasto alla finestra fino alle tre e mezza, avevo pensato, avevo letto, avevo mangiato, avevo guardato le gocce di pioggia che facevano a gara sulla finestra per arrivare per prime

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in fondo. Avevo pianto, avevo anche sorriso, avevo ricordato e avevo riguardato alcune vecchie foto. Comparivamo in tutte, eravamo sempre sorridenti. Io, simpatico, estroverso, timido e indulgente, e lei, ribelle, creativa, dolce e sensibile. Ripensai al nostro primo giorno, al nostro primo incontro, al nostro primo bacio, e al primo ballo. Al nostro primo sorriso, alle nostre prime occhiate, ai nostri ti amo, e ho tanto freddo, ai nostri abbracci affettuosi e alle nostre passeggiate sulla spiaggia calda. Alle nostre biciclettate e alle nostre risate, alle nostre bevute e le nostre ubriacate, ripensai a tutto ciò che mi ricordava lei, e me la ritrovai davanti. Sorrideva, era splendida. Indossava un vestito bianco, da sposina. Eravamo pronti per sposarci, lei, col suo candido abito bianco e io, con il completo nero elegante. Chiusi gli occhi, non c'era. Quella notte avevo dormito poco, mi ero addormentato tardi, pensavo e continuavo a pensare. Immaginavo il nostro futuro insieme, alle nostre litigate e ai nostri abbracci. Il selciato era freddo, la ghiaia era rigida e poco calpestabile, l'erba zuppa, ricoperta di fanghiglia umida. Quella mattina ero io ad aver freddo. Anche con la giacca, e il resto del completo elegante, avevo freddo. Feci il giro lungo. Per arrivare alla chiesa, percorsi la strada del supermercato, arrivai al nostro bar, alle nostre discoteche, ai nostri bagni. Mi fermai in ognuno di questi luoghi, posai un fiore, e ripresi la bici. Continuai a pedalare, fino alla chiesa, fino alle dieci e mezza, fino all'inizio della messa. La bara era lucida, splendente come lei, color mogano, le venature del legno erano facilmente visibile; grandi mazzi di fiori bianchi e violetti ricoprivano la parte superiore di quest'ultima. Intravedi sua madre, piangeva, con il volto rivolto verso il basso, le mani congiunte al petto. Non era vestita di nero, come solito accade. Indossava invece una maglietta sdrucita, pantaloni grigi comodi. Io desideravo che per il suo funerale fosse tutto perfetto, desideravo che ognuno sorridesse commosso, desideravo che lei sentisse le parole dei suoi cari, desideravo che fosse un malinteso e che uscisse da quella cavità oscura e profonda, sorridendo, cominciando a correre per il paese, con il suo vestito bianco candido e quei riccioli d'oro che le ricadevano sul petto. L'amavo. Avrei voluto essere impeccabile, ma piansi. Le mie lacrime ricaddero sulla camicia lucente, formando dei piccoli pois d'acqua salata. "Preghiamo per la nostra cara ragazza, che è volata via, nel cielo, in Paradiso, nel fiore degli anni. Preghiamo". Ripeteva il vecchio prete. Già, preghiamo. Ma a che serve pregare. Ormai era volata in cielo, in Paradiso, nel Regno dei morti, Dio l'aveva chiamata, e non c'era nulla da fare. Sperai che da lassù ci stesse guardando, sorridendo. Avvertì fantasticamente le sue parole, le sue risate dolci, i suoi occhi espressivi e le sue semplici gote rosee.

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La immaginai felice. Forse, finalmente.

Qualche giorno più tardi, lasciai il paesino corsico che aveva accompagnato le lunghe e calde estati della mia vita. L'automobile strabordava di bagagli. Sedevo posteriormente, con la testa appoggiata al finestrino freddo. Mio padre accese la radio, stavano postando stay with me. Piansi, sorrisi, osservai i campi verdi e gialli coltivati, poi guardai il sole splendente e le nuvole morbide e bianche, anch'io ero vicino al cielo.

MalibùDonde viven las historias. Descúbrelo ahora