L'odore di disinfettante e sudore misto vomito mi stava facendo girare la testa più del dolore stesso. Erano ore che aspettavo su una sedia di plastica troppo rigida e scomoda, con il piede che pulsava e continuava a gonfiarsi come un'arancia. Il triage me lo avevano fatto un'eternità fa, ma il pass per la pace, o meglio, per il reparto di ortopedia, sembrava non arrivare mai.
Il mio povero piede sinistro era palesemente andato. Continuavo a ripensare alla scena, sentendo la rabbia montarmi dentro.
Ero ferma allo stop, tranquilla, cuffie nelle orecchie in sella alla mia meravigliosa moto. Avevo superato a destra un'auto poco prima, una manovra azzardata per carità ma in città o fai cosi o non ti sbrigherai mai, e il vecchio morente genio al volante aveva deciso di stringere totalmente a destra affiancandomi. Ho sentito solo la fiancata premere, poi il peso della ruota che passava direttamente sul mio piede.
Ora mi ritrovavo abbandonata li, in mezzo a un girone dantesco di malati spero non infettivi. Alla mia destra, una ragazza palesemente sotto effetto di droghe se ne stava ingobbita su se stessa, ogni volta che si piegava in avanti per vomitare nel piattino di cartone i pantaloni le scivolavano giù dalla vita, lasciando che lo sgargiante tanga rosso fuoco facesse capolino attirando l'attenzione. In questi casi ripenso alle parole di mia madre che da piccola si preoccupava sempre di farmi indossare l'intimo buono perchè sia mai che poi finisci in ospedale e i dottori ti visitano.
Poco più in là invece, una signora turca avvolta in una vestaglia da notte si lamentava stringendosi lo stomaco, pregando a bassa voce tra un conato e l'altro. L'unico barlume di normalità in quel caos era un vecchietto adorabile seduto di fronte a me, che non lasciava un secondo la mano della moglie, guardandola con una tenerezza infinita.
Guardai il tabellone luminoso per l'ennesima volta, sospirando rumorosamente. Il reparto era un carente di infermieri, i pochi dottori che c'erano correvano tra una sala e un'altra e parenti esasperati venivano prontamente scortati fuori, e soprattutto nessuno sembrava avere intenzione di chiamare il mio nome.
Finché le porte scorrevoli di uno degli ambulatori si aprirono, e la confusione del pronto soccorso sembrò farsi improvvisamente un sottofondo fastidioso. «Victoria!»
L'infermiera si sporse dalla porta a vetri della stanzetta del triage. Con un sospiro a metà tra il sollievo e il dolore, feci manovra per avvicinarmi. Mi allungò un paio di fogli stampati e l'impegnativa.«Deve salire in ortopedia per le radiografie. Prenda l'ascensore in fondo a questo corridoio, vada al secondo piano e segua la linea blu sul pavimento. Tenga i fogli in mano, la chiameranno loro.»
Annuii, ringraziando a mezza voce e afferrando i fogli, e iniziai la lenta e goffa manovra verso il lungo corridoio del pronto soccorso. Non mi aspettavo che spingere una sedia a rotelle potesse essere così faticoso. Mentre mi spingevo verso l'ascensore,non nascondo di aver cacciato fuori qualche imprecazione. Ce n'era per tutti, ero stressata dalla situazione che mi aveva stravolto i piani, per il genio dell'auto che mi aveva triturato il piede, per le ruote della sedia che sembravano bloccarsi ogni mezzo metro e per il sistema sanitario in generale.
Quando le porte dell'ascensore si aprirono finalmente sul reparto di ortopedia, la speranza di poter trovare un pò di pace mi abbandonò completamente anche questa volta. Il corridoio brulicava letteralmente di gente, stampelle, piedi ingessati, gente che lamentava dolore e gente invece letargica.
Riuscii con qualche spinta ben pensata ad incastrarmi in un angolo libero vicino a una fila di sedie d'attesa. La rabbia e lo stress di quella situazione mi stava divorando, sbuffavo, tamburellavo con le dita sui braccioli della sedia a rotelle e lanciavo occhiatacce al monitor delle chiamate, che sembrava bloccato sullo stesso numero da un secolo.
Una signora di mezza età seduta a un passo da me e con il polso avvolto in una fasciatura provvisoria, mi osservò da sopra gli occhiali da vista con un misto di curiosità e compassione.«Che ti è successo?» mi chiese con voce sottile.
Quella era la domanda perfetta. Avevo un bisogno disperato di sfogarmi e sperare che la situazione diventasse meno assurda raccontandola.
«Ma le sembra normale? Un vecchio stronzo mi è passato sopra il piede con la macchina!» sbottai, alzando un po' la voce. «Sono al pronto soccorso da ore. Ore! È una vergogna!»
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Precedenza Obbligatoria (al cuore)
RomanceC'è una regola non scritta quando si finisce al pronto soccorso: mai innamorarsi del medico che ti cura. Soprattutto se è bello come il sole, ha una risata che ti rimane in testa e una compagna insopportabile che ha appena distrutto la tua sedia a r...
