"Le persone pensano che il dolore faccia rumore. Non è vero. Il dolore più grande è quello che impara a stare zitto."
Chiunque mi avesse incontrata quella mattina avrebbe detto la stessa cosa.
"Che ragazza solare."
Sorridevo spesso. Ridevo ancora di più. Trovavo sempre il modo di sdrammatizzare qualsiasi situazione e, quando qualcuno mi chiedeva come stessi, la risposta era sempre la stessa.
«Bene.»
Una parola.
Cinque lettere.
La bugia che mi riusciva meglio.
Avevo imparato presto che le persone preferiscono le risposte semplici.
Se dici che stai bene, nessuno insiste.
Se dici che stai male, tutti ti chiedono perché... ma quasi nessuno è davvero pronto ad ascoltare la risposta.
Così avevo smesso di raccontarla.
Avevo ventisei anni e vivevo a Torino da poco più di un anno.
Mi piaceva quella città.
Le mattine profumavano di caffè e brioche appena sfornate, i tram attraversavano le strade con la puntualità che non avevo mai conosciuto e, quando il cielo era limpido, le montagne sembravano così vicine da poterle toccare.
Mi dava l'illusione di poter ricominciare.
Ed era proprio quello che stavo cercando di fare.
Ricominciare.
Perché ci sono momenti in cui la vita ti costringe a diventare una versione completamente diversa di te.
Non perché lo desideri.
Perché è l'unico modo che hai per sopravvivere.
Quella mattina mi svegliai prima della sveglia.
Rimasi qualche minuto immobile a fissare il soffitto.
Dormivo sempre con la finestra leggermente aperta.
Il rumore della città mi faceva sentire meno sola.
Sul comodino c'era un quaderno dalla copertina blu.
Era pieno di parole che nessuno avrebbe mai letto.
Pensieri.
Paure.
Frasi iniziate e mai finite.
Quando sentivo che qualcosa dentro di me stava diventando troppo pesante, scrivevo.
Non per trovare risposte.
Solo per respirare.
Mi alzai, preparai il caffè e rimasi davanti alla finestra con la tazza tra le mani.
Torino si stava svegliando.
Le persone correvano verso il lavoro.
Qualcuno portava a spasso il cane.
Una bambina rideva mentre cercava di convincere il padre a comprarle un gelato... alle otto del mattino.
Sorrisi.
Era bello vedere qualcuno così spensierato.
A volte mi chiedevo come sarebbe stata la mia vita se non avessi conosciuto certe persone.
Se alcune porte fossero rimaste chiuse.
Se alcune ferite non fossero mai esistite.
Ma il passato non cambia.
Puoi solo decidere quanto spazio lasciargli nel presente.
Ed era quello che stavo cercando di fare.
Lasciarlo andare.
Un giorno alla volta.
«Viola!»
La vibrazione del telefono mi riportò alla realtà.
Martina.
"Stasera esci con noi o hai intenzione di inventarti un'altra scusa?"
Sorrisi.
Era fatta così.
Non accettava mai un no come risposta.
"Ci sono."
Risposi quasi senza pensarci.
"Miracolo. Alle nove. E niente ritardi."
Appoggiai il telefono sul tavolo e sospirai.
Forse aveva ragione.
Negli ultimi mesi avevo iniziato a dire troppo spesso di no.
No alle uscite.
No agli inviti.
No alle persone nuove.
Come se, da qualche parte dentro di me, ci fosse ancora la paura che affezionarsi a qualcuno significasse prima o poi soffrire.
Scacciai quel pensiero.
Quella sera non volevo pensare.
Volevo solo uscire.
Ridere.
Sentirmi normale.
Non potevo sapere che quella decisione, presa quasi per caso davanti a una tazza di caffè ormai fredda, avrebbe cambiato il corso della mia vita.
Perché alcune persone arrivano senza fare rumore.
Eppure, da quel momento in poi, ogni cosa avrebbe avuto un prima...
e un dopo.
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Tra i tuoi silenzi | Kenan Yildiz
FanfictionViola non cercava l'amore. Kenan Yıldız non cercava qualcuno che riuscisse a vedere oltre i suoi silenzi. Tra incontri inaspettati, momenti che sembrano leggeri e sentimenti sempre più difficili da ignorare, entrambi si troveranno davanti a una scel...
