Suona il campanello e io ho una terribile sensazione ancora prima di andare ad aprire la porta.
Apro ed è lei, splendida come sempre: la pelle pallida come neve, gli occhi grigi come il cielo d'oggi, i capelli neri lisci, mi ricordano il piumaggio dei corvi. È, come al solito, vestita elegante, in camicia, la giacca, i mocassini. Altissima, magrissima. Terribilmente attraente. Terribilmente sgradita.
"Eccoti qui" mi dice e non è un saluto, è un sorriso divertito, un'affermazione giocosa.
"Cazzo." esclamo sconfitta, non fingo nemmeno. Non ne ho motivo. Vorrei non fosse qui.
"Pensavi che ignorare le mie chiamate e i miei messaggi bastasse per liberarti di me?" mi ride in faccia e senza alcuna educazione mi mette una mano sul petto e spinge per entrare. Non reagisco, non ne sono capace.
"Speravo che quest'anno... speravo non venissi... che ti fossero partite delle chiamate per sbaglio..." mi giustifico. Lei si toglie la giacca, la lancia su una sedia, ma cade a terra. Si slaccia i primi bottoni della camicia e si accomoda sul divano, ora è attraente in una maniera più femminile. Si sfila i mocassini. Accavalla le gambe come se fosse a casa sua.
"Lo sai che vengo sempre. Te l'ho promesso no? Era o non era questo il nostro accordo? Lo sai, ogni inverno lo devi passare con me. Ho anche aspettato finissero le tue lezioni... sono stata gentile..." mi dice con tenerezza.
Rimango in piedi davanti alla porta aperta, non la chiudo. Faccio un tentativo.
"Volevi dire "prigionia"... ma senti, non potresti andare via? Non possiamo smettere? Non si può, rimandare all'anno prossimo? O a ... Mai?" chiedo con un briciolo di ironia per sdrammatizzare la tensione. Lei mi guarda indissolubile con pena, o con tenerezza, come una madre.
"Tesoro... Lo sai che non è possibile... Non è così che funzionano le regole..." Vorrei odiarla, arrabbiarmi, cacciarla fuori. Ma non ne ho la forza, né la forza fisica, perché è più atletica alta e forte di me, né quella mentale perché è una scena che abbiamo vissuto infinite volte. Mi guarda con tenerezza, forse pena, sento le sue parole "sappiamo già come andrà finire dai, non insistere. È uno spreco di tempo..." Ha ragione. È uno spreco di tempo.
Chiudo la porta alle mie spalle, e il suono della serratura condanna qualsiasi speranza rimasta.
La sua sola presenza sembra rendere le luci di casa mia più fioche.
"Vieni tesoro..." allunga una mano. La accetto, le sue dita tra le mie, le sue lunghe e fredde, e in men che non si dica mi tira a sé, mi mette a sedere tra le sue gambe, mi accomoda come fossi qualcosa di suo, mi stringe. Il suo naso spinge al mio collo, inspira bisognosa il mio odore.
"Mi eri mancata così tanto, così tanto..." mi celebra. Inspira di nuovo in estasi. Rabbrividisco, mi toglie l'aria, improvvisamente percepisco tutta la mia debolezza, il modo on cui il suo corpo sovrasta il mio, la sua altezza, la sua robustezza e rigidità. Io sono qualcosa di così piccolo, debole e fragile in confronto. Infila le mani, le braccia attorno al mio corpo, come fossi una bambola, maneggevole come fossi carta e un respiro potesse farmi volare via. Il suo abbraccio è disperato, è caldo, è dolce, è la cosa più materna che mi sia mai stata data, è la cosa più pericolosa che abbia mai ricordato.
Mi viene da piangere.
Mi fa sempre questo effetto. Tiro su col naso e le sue mani ora scaldate dalle mie mi accarezzano il viso, girano il mio mento verso di lei.
"Tesoro..." mi guarda con dolcezza, posa dei baci sulle mie guance.
"Lo puoi ammettere che ti sono mancata..." bisbiglia e la sua crudeltà suona sempre profondamente gentile.
Scoppio in singhiozzi. Ha ragione mi è mancata, mi era mancato il suo abbraccio, la sicurezza, la possibilità di essere fragile e lasciarmi andare. Ne avevo bisogno e lo odio così tanto.
"Ma io non voglio che tu sia qua" dico disperatamente ed è la verità, lo sa anche lei. Questo la diverte.
"Ma io sono qua ora. E anche se tu non lo vuoi, nonostante ciò, ne avevi bisogno. Non è vero, bimba?" mi afferra il mento da sotto col palmo della mano. Il modo in cui invade ogni spazio, il modo in cui maneggia il mio corpo, con quel senso di appartenenza, come se io fossi interamente qualcosa di suo, qualcosa di piccolo e suo. Fa scalciare i lati di me più orgogliosi. Provo a strattonarmi fuori dal suo abbraccio ma mi trattiene.
"Non sono una bambina!" esclamo offesa, lei ride, io arrossisco. La mia voce squillante proprio come quella di una bambina.
"Tesoro, lo sai che sei mia, almeno per questi due o tre mesi"
"Due o tre?" chiedo io già sconfortata, alla ricerca di un briciolo di controllo.
"Chissà... " rimane criptica e come sempre non mi da alcuna certezza.
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MISS WINTER
Short StoryRacconto breve a tema saffico per un pubblico adulto (Penso scriverò al massimo 12 capitoli) "Lo sai che vengo sempre. Te l'ho promesso no? Era o non era questo il nostro accordo? Lo sai, ogni inverno lo devi passare con me" Rimango in piedi davant...
