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Prima vittima dell'originale DeadFace

La notte cala su Revenhill, avvolgendo la città in un mantello di oscurità e silenzio. Un silenzio che dovrebbe essere rassicurante, ma che in questa città si trasforma in un presagio. I miei occhi scrutano la finestra, osservando il vuoto che si stende oltre il vetro. Tra le mani stringo i fogli dei compiti in classe, il loro peso non è solo fisico ma mentale. Ogni risposta è un insulto alla mia intelligenza, un'offesa alla materia che insegno con tanta dedizione. Nessuna scintilla, nessun pensiero critico, solo parole vuote e prive di senso. Mi chiedo cosa si aspettino quando scelgono il liceo scientifico. Fiabe della buonanotte? Materie poco sofisticate e prive di valore?
La loro mancanza di studio é qualcosa di inaccettabile, soprattutto perché hanno un ottimo potenziale da sviluppare ma a loro non interessa farlo. Sono il futuro del domani, eppure non si rendono conto delle grandi responsabilità che hanno, cosa conporta la loro età. Non sono più bambini, dovrebbero prendere le cose con più serietà.
Un suono spezza la monotonia e i mille pensieri che mi frullano nella testa: il fax inizia a stampare. Mi volto, fissando il foglio che scivola lentamente fuori. Il rumore è quasi ipnotico, immaginando si tratti di un comunicato stampa. La nostra scuola ha sempre problemi con la connessione, non mi stupisce se un loro comunicato lo ricevo ora, mentre la scuola é chiusa. Mi alzo dalla scrivania, lasciando alle spalle la finestra e la vista inquietante del nulla. Raggiungo il fax e prendo il foglio. Con estrema attenzione, lo leggo, convinta che sia una circolare.

Ciao Candy, ti piace minacciare i tuoi studenti? Io conosco un tuo segreto.

Leggo le parole, sentendo un brivido freddo correre lungo la schiena. Sembra uno scherzo di cattivo gusto. Con un gesto deciso, accartoccio il foglio e lo getto nel cestino. Ma un altro inizia a uscire dal fax. Il disagio si insinua nella mia pelle, confusa. Non e affatto divertente quello che sta succedendo. Conosco molti segreti sui miei studenti, ed e vero che me ne approfitto, ma nessuno lo sa, oltre agli alunni a cui insegno. Deve essere uno stupido scherzo di qualcuno o un genitore che vuole spaventarmi. Molte volte ho conosciuto genitori che più che ascoltare un insegnate gli va contro. Spero solo che queste voci non arrivino mai al preside, so quanto può essere "persuasivo". Non ho paura di sporcarmi le mani, solo per tenermi la cattedra stretta.

Non ti è piaciuto? Pensi che stia scherzando? Ti va di fare un gioco? Lurida troia.

Controllo freneticamente il mittente, ma il messaggio risulta provenire... dalla mia abitazione. Il cuore mi martella nel petto mentre salgo le scale. Sicuramente è uno scherzo di mio figlio, tutti si lamentano con lui di me. Sfrutterà le voci di corridoio per spaventarmi, così da raccontare ai suoi amici qualcosa di davvero esilarante. Ma il fatto che mi chiami troia, non gliela lascio passare. Un figlio non si deve permettere di chiamare sua madre in quel modo, neppure per scherzo. Non sono contenta della strada che sta intraprendendo da quando esce con il gruppo di Waldboro. Quei piccoli tempisti dell'ultimo anno.
«Josh, smettila di mandare fax inquietanti.» Appena apro la porta della sua camera, la mia voce si spegne in gola, trasformandosi in un urlo soffocato, prendendomi le mani tra i capelli. Mio figlio giace sul letto, o meglio, quello che ne resta. È stato squarciato in due metà, i suoi occhi cavati via. Una mano insanguinata ha lasciato un'impronta sulla finestra aperta, qualcosa di naueseante e  illuminato dalla tenue luce lunare. Indietreggio, le gambe tremanti, finendo per cadere sul tappeto della stanza. Le lacrime scendono senza controllo, ma non posso permettermi di restare lì. Devo fare qualcosa. Caccio un altro urlo disperata avvicinandomi al suo corpo. Dimmi che ha acquistato oggetti finti per Halloween. Dimmi che non è vero!
Guardo ancora per un po' mio figlio, a brandelli, come carne macinata. Avvicinandomi sento l'odore più intenso di sangue. Odore ferroso e persistente. Il mio piede pesta la pozzanghera di sangue.
«Josh!» urlo tra le lacrime. Devo chiamare aiuto, anche se e troppo tardi. Corro al piano di sotto, afferro il telefono, ma la linea è morta, come se fosse staccata. Prima che possa pensare a un piano, un coltello si pianta nel muro, a pochi centimetri dal mio viso. Spalando gli occhi e il cellulare mi trema tra le mani. Il respiro corto e muovo gli occhi veloemnete. Mi volto lentamente, il terrore mi attanaglia come una morsa, le gambe sono inchiodate al pavimento. Una figura alta e imponente si mostra nell'ombra, indossando una maschera che sembra un teschio scolpito con un realismo agghiacciante. Sotto la maschera, il viso è coperto da un tessuto nero che non lascia intravedere nulla. Sento il rumore delle sue ossa quando le sue dita si ricurvano tra loro e fa girare il collo a cerchio. Come se fosse un essere di un altro mondo. Il respiro mi manca dai polmoni, mi incammino appena all'indietro trovandomi con le spalle al muro. Lui mi fissa con la testa di lato. Questo comportamento mi mette ansia, so che dovrei scappare ma l'ansia e la paura non mi permettono di fare movimenti. Mi controllano.
Ogni dettaglio del suo abbigliamento è pensato per incutere timore: guanti di pelle nera, un costume scuro e morbido che facilita i movimenti, non facendo capire la sua corporatura fisica, stivaletti che non fanno rumore sul pavimento. Non è umano. Non può esserlo. Ha movimenti calcolatori, e sembra che mi studia perfettamente. Se faccio una mossa sbagliata può farmi fuori, ma se resto ferma gli facilito il lavoro. Ma il modo come studia il mio corpo, può fargli pensare i mille modi in cui posso agire. Se prendo il coltello alla perete, nella frazione di secondo in cui mi giro potrebbe afferrarmi da dietro e uccidermi.
«Hai ucciso mio figlio?» balbetto, la voce spezzata dalla paura e dalle lacrime che scorrono. Riesco appena a muovere le gambe e striscio sulla parete fredda. La figura inclina leggermente la testa, come un animale curioso, accentuando di più il suo collo disteso e poi emette una risata bassa e disturbante. Muove la testa, dondolandola sotto al suo cappuccio nero, alzandola subito dopo per guardarmi, da dietro quei occhi coperti da rete nera. Ma mi sembra di intravedere qualcosa, un colore scuro. Le luci soffuse della casa non aiutano, le ombre della sua casa possono giocarmi un brutto scherzo.
«Dormiva, povero. Non ha sofferto. Ma tu... tu soffrirai.» La sua voce è metallica, come se provenisse da un abisso. I suoi piedi si muovo sul pavimento, silenziosi. Mi studia pericolosamente, come se prevede le mie mosse. Le punte dei miei piedi le sposto verso a sinistra, dove posso correre verso la cucina e uscire dal retro. Non è la porta più vicina, ma l'unica abbastanza lontana da lui. Mi serve un diversivo per poter scappare.
Afferro un ombrello e lo lancio contro di lui, ma con un movimento fulmineo lo evita. Prima che i miei piedi eseguono il mio ordine, sento una lama fredda entrare nella mia spalla, il dolore si propaga come un incendio. Un dolore dei tessuti che ti vengono aperti. Urlo, ma il mio grido viene soffocato da un calcio che mi fa cadere a terra. La sua lama scivola lungo il mio polpaccio, si conficca nella carne, tagliando a sangue freddo non solo la carne, ma anche i tessuti più profondi. Il pavimento sotto di me si tinge di rosso. Vedo il mio sangue. La testa mi gira schifata. Vorrei vomitare. Come diavolo ha fatto a raggiungermi così in freatta?
Cerco di trascinarmi, di allontanarmi da quella figura mostruosa, che si solleva in piedi lentamente tutto ricurvo. Ma un'altra finestra va in frantumi, il vetro vola. ritrovandomi i cocci intorno, e una seconda figura fa il suo ingresso. Indossa una maschera simile, ma con meno denti con un aspetto ancora più grottesco. Ora sono in due. Due assassini intorno a me che mi studiano. L'altro però sembra avere un piccolo ticchio alla mano. Le dita fanno movimenti involontari. Come se i suoi nervi avessere la meglio su di lui.
«Cosa vi ho fatto? Cosa ha fatto mio figlio?» grido disperata. Ma non rispondono. I loro movimenti sono meccanici, quasi coreografati. Cerco di colpirli con qualsiasi cosa abbia a portata di mano, ma sono troppo veloci, troppo precisi. La lama del primo si conficca più volte nel mio corpo, lasciandomi senza fiato. Passo una mano sulle pugnalate allo stomaco. Alzo il viso verso di lui. Il dolore è insopportabile. Ogni colpo è una sentenza di morte, la mia vista é annebbiata dalle lacrime, le mie urla per loro, è musica. Anche il secondo assassino mi colpisce in più punti. Entra uno e esce l'altro e così viceversa. Vedo il sangue uscire dalla mia bocca, come se lo vomitassi. Uno dei due assassini, quello con la maschera con meno denti, muove le mani e il coltello, voltandosi perfettamente di fronte a me,  come se gestisse una banda musicale per un concerto. Guardo per coltello muoversi, come una bacchetta d'orchestra. 
«Ti diamo dieci secondi per scappare,» dice uno dei due, la sua voce piena di sadismo. 

whispersWhere stories live. Discover now