Per più di venti anni avevo passato il tempo a guardare il mondo da una finestra, non ho mai fatto altro che fantasticare sulle mille vite che avrei voluto vivere, e la consolazione a quelle esperienze negate era sempre stata: "c'è tempo, quando sarai grande avrai la tua soddisfazione". Ormai era già da un po' me lo ripetevo da sola, come se potesse alleviare il dolore di un qualcosa vissuto a metà, anzi, una curiosità stroncata sul nascere dalla consapevolezza che non era il momento di poter essere soddisfatta perché c'era qualcosa di più importante da portare a termine, non era il momento di sognare e di desiderare anche l'irraggiungibile, non era mai il momento. Per ventiquattro anni è sempre venuto prima lo studio, l'impegno e i risultati che necessariamente dovevano essere portati a casa. Una sorta di obbligo autoimposto perché fare qualcosa era l'unico modo per poter essere vista, e giuro che fa davvero male esserci ma sentirsi invisibile, come se la propria interiorità non contasse nulla. Perciò penso che l'essere cresciuta con la sensazione di dover sempre fare, che fosse qualcosa di ordinario o straordinario, per poter essere presa in considerazione, mi abbia lentamente fatto smettere anche solo di provare a desiderare l'immenso. Perché se ti concentri su qualcosa di troppo grande perdi di vista l'obiettivo, quella concretezza che ti serve per ottenere una carezza da mamma e papà. Piano piano avevo smesso di sognare, avevo dimenticato quanto mi facesse sentire viva provare quel fremito di irresistibile incertezza, l'immenso ignoto che aspetta solo di essere scoperto; questa meraviglia, a lungo reclusa in un angolo e dimenticata, ha lasciato il posto alla paura di non riuscire ad essere qualcuno, al terrore di non ottenere l'impiego desiderato e, di conseguenza, di non fare in tempo a rispettare tutte le tappe di un percorso che qualcun altro aveva tracciato per me molti anni prima, senza neppure domandarmi se potesse piacermi l'obiettivo che avrei dovuto raggiungere. Ed è stato così che ho concluso brillantemente il mio percorso di studi, senza pause e senza troppe lamentele, ma non è bastato. A quanto pare quello che stavo facendo non era comunque degno di una vera considerazione, perché raggiunto quel risultato, c'era altro dietro l'angolo che si sarebbe frapposto tra me e la possibilità di esprimermi e di far parlare la vera me. C'è una cosa che ho sempre reputato una mia abilità: la sincerità. Ma non è così, ho capito solo ora che, più che essere sincera, ho imparato a raccontarmi delle bugie meravigliosamente costruite, delle verità difficilmente smontabili, una tela misteriosa quasi impossibile da risolvere perfino per me stessa. Perciò quella che credevo essere la mia verità era diventata la mia gabbia, ormai ci credevo pure io, convita della mia versione solo perché in grado di rispettare dei canoni imposti non solo dalla società ma da un qualcosa di ancora più condizionante: la mia famiglia.
Tutto è cambiato sei mesi fa. Il mio mondo è crollato, ogni certezza è stata spazzata via.
In passato credevo di aver già avuto il piacere di toccare il mio abisso, non era così... Il buio del baratro mi ha inghiottita senza preavviso ed io ero lì inerme, senza sapere da quale lato rivolgermi per poter trovare uno spiraglio di luce. È questo quello che succede quando scopri che all'età di tre anni e mezzo sei stata violentata. È questo quello che succede quando scopri che per anni tutti ti hanno mentito. Quando ti rendi conto che le verità che ti eri costruita in realtà erano bugie create per quella che gli altri avrebbero definito una pacifica esistenza. Non è così, non c'è niente di pacifico nel non sapere chi sei e nel non poterti fidare neppure di chi condivide il tuo stesso sangue. Ricordo, come fosse ieri, la sera in cui mia sorella mi ha raccontato "la verità" e giuro che ancora non credo a quanto sia successo. Il primo pensiero è stato: perché a me? Perché io che mi ero sempre impegnata a rendere tutti felici, solo per poter riuscire anche io ad avere il mio piccolo spazio di gioia, adesso che avevo rispettato i tempi ed avevo fatto ciò che mi era stato richiesto, non potevo comunque essere felice? I perché hanno continuato a susseguirsi per settimane, volando dall'incredulità al terrore, passando per lo sdegno e la vergogna. Era un vortice infinito, come la tipica immagine del cane che si morde la coda, non vedevo più l'inizio né tantomeno la fine. Restavo distesa supina al centro di un letto che conosceva a memoria ogni paura. Se non potevo più riconoscermi, allora chi ero? Chi sarei stata?
E così, tra una domanda e l'altra, passavano i giorni e i mesi. Avevo provato in ogni modo a cercare una distrazione che fosse utile a fermare i pianti, qualcosa a cui pensare che mi tenesse occupata e prendesse il posto degli attacchi di panico. Qualche giorno ci riuscivo, altri invece aspettavo di non avere più la forza di star sveglia. Qualcosa è cambiato quando ho iniziato a lavorare in uno studio legale perché lo spazio che mi restava per pensare a me stessa si riduceva alle quarantotto ore del weekend. Dopo mesi una piacevole situazione per i miei nervi, almeno i minuti per rimuginare sui problemi erano limitati, ogni tanto potevo respirare e far finta di dimenticare.
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Born to Fly
ChickLitLa consapevolezza di aver vissuto una vita a metà, un'enorme bugia costruita per far in modo che fossi qualcuno che poteva essere in grado di soddisfare le aspettative di chi mi circondava. Mi hanno plasmata con la sabbia ed è stato sufficiente un a...
