Capitolo 1- Dream a little dream of me.

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Stavo fissando i rami sulla mia testa da non so quanto tempo, il collo mi doleva ma preferivo guardare in alto piuttosto che concentrarmi sulla roccia dove mi trovavo.
Da quanto ero in piedi lì?
Sentivo del liquido scorrermi sul braccio ma non mi importava, non riuscivo a distogliere lo sguardo dall'alto, non ne avevo il coraggio.
Ero ferma immobile, consapevole del fatto che alle mie spalle ci fosse qualcuno: non lo avevo visto ma il mio corpo sapeva che la pelle d'oca era dovuta allo sguardo insistente di un paio di occhi, come se mi chiamasse senza proferir parola, mi implorasse di girarmi ma non era la paura a trattenermi, era la rabbia, la consapevolezza che se mi fossi girata avrei avuto la conferma di essere nuovamente sola a questo mondo.
Finché avessi guardato in alto e mi fossi concentrata solamente sul movimento calmo delle foglie anche io mi sarei calmata e avrei potuto far finta di non essere lì.
Chiusi gli occhi, aprii le braccia per assaporare meglio il venticello sul mio corpo, immaginando di librarmi in aria, di non avere più i piedi sul terreno per potermi sentire finalmente leggera e libera come non lo ero da tempo.
Quando sentii urlare il mio nome da una voce profonda aprii di scatto gli occhi, spaventata dal fatto che effettivamente chi mi stava guardando poteva avere anche una voce. L'urgenza nel tono mi spinse a girarmi immediatamente solo che non riuscii a vedere chi mi stava chiamando, chi mi aveva fissato per tutto quel tempo perché il dolore arrivò prima.

Mi svegliai di soprassalto, spostandomi contro il bordo del letto per vomitare non solo la cena ma anche tutta l'angoscia che il sogno mi aveva dato, per la centesima volta in questi mesi.

Il mio subconscio si beffava di me, ogni volta il sogno diventava più nitido, veniva aggiunto un dettaglio, qualcosa che le notti precedenti non notavo, ma a cui poi facevo attenzione. Riuscivo a scorgere tutto, come se fossi al di fuori del mio corpo e potessi attenzionare l'ambiente senza disturbare. Riuscivo a vedere tutto tranne chi effettivamente mi guardava.
Dall'urlo che mi riportava con i piedi per terra ormai avevo capito che si trattava di una voce maschile, non avevo mai fatto in tempo a girarmi per poterlo guardare, capire chi urlasse così disperatamente il mio nome.

Mi alzai con l'intenzione di sciacquare il sapore di terra che sentivo in bocca, come se cadendo nel sogno me ne fossi portata un po' dietro. Andai in bagno a sciacquarmi il viso e lavarmi i denti, contando le margheritine stampate sul lenzuolo rosa che avevo messo sullo specchio per coprirlo. Non era l'unico in casa. Gli specchi che ero riuscita a staccare erano chiusi a chiave nell'altra camera da letto, come se avessi paura di entrarvi accidentalmente e morire di nuovo guardando il mio riflesso.
Gli altri erano stati tutti coperti con le lenzuola che avevo trovato nella cassettiera della camera che ormai era diventata la mia.
Erano passati due mesi e ancora non riuscivo ancora a guardarmi allo specchio perché se non mi fossi guardata tutto sarebbe rimasto come prima, potevo far finta di svegliarmi ancora con la voce di mia madre e mio padre che litigavano in cucina, l'odore del caffè nell'aria.
Da quando due mesi prima il colore dei miei occhi era cambiato tutto lo era.

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