Capitolo 2. - Parte IV

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Nell'occhio del ciclone


Si era rifugiata nel giardino di un altro comprensorio – il cancelletto, aperto, strideva a ogni ventata – interamente fasciato da vegetazione.

Emilia se ne stava carponi sul prato umidiccio, a stento sorretta dagli stecchini che aveva come braccia. Dagli inequivocabili gorgoglii, Luca dedusse che stava ancora liberando lo stomaco.

Esitò.
Quale sarebbe stata la decisione più giusta?
Forse Lorenzo non aveva tutti i torti a volersene lavare le mani. Forse aveva solo bisogno di essere lasciata da sola. Soprattutto, come pensava di poterla aiutare, se anche solo l'idea del vomito gli ingarbugliava le budella? Per non parlare dell'odore. Chissà come avevano fatto i suoi genitori a tollerarlo, quando si era beccato quel brutto virus intestinale. O tutte le volte in cui gli era successo senza apparente motivo, dopo una delle sue forti emicranie.
C'era sempre stato qualcuno a soccorrerlo, mentre Emilia era sola adesso.
Luca osservò la gonnellina a balze che portava la sua compagna, la calzamaglia rosa che ne sbucava fuori, poi di nuovo la chioma che rischiava di imbrattare.
Non indugiò oltre. Con uno scatto era accanto a lei e provò a raccoglierle i capelli all'indietro, per tenerli lontani dal viso.

Come previsto, Emilia sussultò.
I conati parvero diminuire senza che lui intervenisse e la ragazza riuscì a riprendere fiato. Continuava a tossire di tanto in tanto e quando fu in grado di parlare, lo fece con una venatura roca, consumata. «Mi fanno male i polsi.»

In effetti, le braccia tremavano come trivelle, sobbarcandosi il peso dell'intero corpo.

«Prova a sederti.»

In quel momento Emilia gli sembrava spoglia di ogni presunzione, arroganza e intellettualità che la contraddistingueva in aula.
Era fragile e in balìa del primo passante, come un neonato.
Aveva sempre avuto soggezione di lei, delle sue capacità, del suo aspetto così pulito da brava ragazza, della sua mano perennemente alzata ad antenna, in classe. Aveva la lingua biforcuta, dicevano alcuni insegnanti, era una "secchia" sostenevano i compagni, ma a lui in quel momento appariva solo spaurita.
Il suo mormorio lo riportò al presente.

«Ho fatto un casino.»

Non sapeva cosa risponderle. Fissò il brecciolino del viale d'ingresso. Si augurava che i proprietari fossero fuori o troppo indaffarati per prestare loro attenzione.

«È dovuto capitare proprio a me.»
L'astio nella voce gli fece capire che c'era qualcos'altro sotto. Forse, quella reputazione da rompipalle le pesava. Immaginava che tra tutti i compagni dovesse essere arrivato da Elena l'invito e non solo perché era la padrona di casa.
Ormai lo sapevano tutti che Emilia le dava una mano con i compiti qualche pomeriggio o la mattina presto, in classe. Da quando la prof di Italiano le aveva dichiarate compagne di banco, finché morte o la fine dell'anno non le avesse separate, avevano stretto una specie di alleanza.

Sostegno scolastico in cambio di... cosa? Uno strano rapporto di amicizia?

Luca si sedette accanto a lei, le braccia leggere sulle ginocchia, quasi fosse stato un picnic e non una scena penosa.
«Sai quanta gente si sbronza alle feste» disse infine. «Questo ti rende più...»

Non riusciva a trovare la parola che suonasse meno indelicata.

«Popolare? Figa?»

«...normale, direi.»

Emilia grugnì una risata amara. «Non c'è niente di normale in me.»

Sentiva che avrebbe dovuto contraddirla, giusto per alleviare una parte di quel senso di colpa così ingombrante, ma non ci riuscì. Era stato sempre un disastro nel consolare le persone.
Quando sua madre scoppiava in lacrime, non sapeva mai cosa dire o fare, si sentiva goffo e indesiderato; preferiva rintanarsi nella propria stanza e aspettare che il maremoto si placasse.

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⏰ Last updated: 4 days ago ⏰

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