1 - Quando a due anni ho preso il primo volo... con un'arpia.

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Era una notte tranquilla, con la luna piena fuori dalla finestra e le stelle che brillavano nel cielo.
In lontananza si sentiva il rumore del mare, che usavo sempre per addormentarmi.
Ero su un letto azzurro con sopra appesi tanti cavalli alati che grazie alla finestra leggermente aperta svolazzavano.
All'epoca avevo appena due anni e si potevano iniziare a vedere i primi capelli castani che quando stavo troppo tempo sotto il sole si schiarivano.
I miei occhi erano di un marrone talmente scuro da sembrare neri.

Mi ero addormentata da poco quando avevo sentito la finestra spalancarsi completamente e mi ero svegliata di soprassalto.
Era comparsa una strana creatura nera: aveva due enormi ali e la bocca era spalancata come se stesse cacciando terribili urla silenziose.
Al posto dei capelli aveva dei serpenti e in mano aveva una frusta arrotolata.
Era rimasta a fissarmi, con i suoi due spaventosi occhi rossi, per poi scomparire in un battito di ali in direzione della camera di mia madre.
Ero immobilizzata dal terrore.
Avrei voluto seriamente andare da mia madre, ma il mio corpo era stato come congelato per via della troppa paura.
《Non prenderai Giulia!》.
Successivamente avevo sentito un rumore forte, come se qualcuno fosse caduto.

Il mostro subito dopo era ricomparso, questa volta con la frusta sciolta.
Il mio cuore batteva talmente forte che temevo mi uscisse dal petto.
Non ero più riuscita a trattenermi ed ero scoppiata a piangere.
Mi aveva preso in braccio, nonostante io stessi cercando di fuggire.
Sentivo il freddo dei suoi artigli sulla mia schiena e il suo alito che puzzava.
Aveva iniziato a volare ed eravamo usciti dalla finestra, sorvolando il mare.
Io urlavo disperatamente, sperando che qualcuno mi sentisse, ma così non era stato.
Il mare creava delle enormi onde, ma noi volavamo troppo in alto e non riuscivano a colpirci.
Non lo avevo mai visto così burrascoso, nemmeno nei giorni in cui c'era una tempesta.
Anche la luna sembrava brillare di più, ma molto probabilmente erano i miei occhi lucidi che me la facevano apparire così.

Dopo un tempo che mi era sembrato infinito, avevamo iniziato a volare sulla terraferma.
In lontananza avevo intravisto la scritta "Hollywood" su una collina.
Il mostro stava puntando proprio verso quella direzione.
Continuava a volare velocemente e ci stavamo avvicinando sempre di più alla lettera "H", tanto che pensavo che stessimo per andare a schiantarci contro.
Quando mancava un secondo all'impatto avevo chiuso gli occhi preparandomi alla mia morte imminente, ma quando li avevo riaperti mi ero trovata davanti così tante cose orrende che una bambina di due anni non poteva sopportare.

L'essere alato aveva rallentato, come per farmi vedere tutto.
Avevamo appena sorpassato un fiume, dove sopra c'era una barca con una strana persona al comando che indossava un lungo mantello, che per fortuna non ero riuscita a vedere bene.
Poco dopo avevamo sorpassato un enorme recinto, con delle porte curate da un enorme cane nero a tre teste.
Quando le avevamo sorpassate avevo visto a sinistra un'enorme distesa di sabbia, dove camminavano tante persone che si lamentavano e che trascinavano i piedi senza una vera meta.
Dopo un'attenta osservazione mi ero accorta che non erano vere persone perché erano scolorire, quasi trasparenti.

Sotto di noi ora c'era un gigantesco padiglione, ma non ero riuscita a capire quello che stava accadendo all'interno.
Alla sua destra c'era la zona peggiore: persone che urlavano disperatamente mentre venivano torturate, circondate soltanto da fiamme, lava e distruzione.
I loro versi mi erano entrati nella mente e non riuscivo più a togliermeli dalla testa.
Davanti a noi ora c'erano delle isolette in un un lago tranquillo.
Da lì non provenivano urla e non si vedeva niente di brutto, soltanto pace.
Speravo che stessimo andando lì, ma purtroppo le avevamo superate.

A destra ora vedevo il posto più curioso.
Non era spaventoso come quello dove venivano torturate le persone, ma aveva un aspetto che mi incuteva timore.
Era soltanto un enorme, profondissimo e infinito buco.
Da lì non si sentiva nulla e non si riusciva a capire se fosse un bel posto oppure uno brutto.
Era proprio questo che mi terrorizzava.

Il mostro aveva iniziato ad abbassarsi di quota e per un attimo avevo temuto che volesse entrare in quello strapiombo.
Mi ero accorta soltanto in quel momento che c'era un castello nero non molto distante da esso.
Era veramente enorme, quasi come un quartiere di una città.
C'erano tante torri, ma una al centro le superava tutte in altezza.
Ormai volavamo ad altezza pavimento ed eravamo entrati dalla porta principale.
Anche l'interno era lugubre come l'esterno: non c'era nessuna decorazione, soltanto nero e delle zone più "colorate" di grigio scuro.

Eravamo entrati poi in una sala gigantesca, con il soffitto altissimo e con due troni in fondo.
Uno era più grande, con sopra seduto un uomo di circa quarant'anni con i capelli e gli occhi neri, come il chitone .
Al suo fianco c'era un trono più piccolo, dove era seduta una giovane donna con dei lunghi capelli biondi e gli occhi azzurri.
Lei indossava un chitone verde chiaro, quasi giallo, e in testa aveva una corona di fiori colorati, in netto contrasto con tutto il resto.

L'uomo aveva detto:《Grazie arpia, lasciala pure qui》.
Il mostro, che ora avevo scoperto essere un'arpia, mi aveva lasciato con poca delicatezza per terra.
La donna si era alzata e mi aveva preso in braccio.
Non la conoscevo e non mi sentivo al sicuro, ma almeno era più rassicurante rispetto alle unghie gelate dell'essere alato.
《Caro Ade, non assomiglia per niente a tuo fratello...》.
La sua voce era dolce, l'esatto opposto rispetto a quella dell'uomo che aveva chiamato come "Ade", la divinità greca degli Inferi.
《Avrà preso tutto da sua madre》.
Io a sentire nominare mia madre mi ero ribellata e avevo tirato un calcio per liberarmi, ma senza riuscirci.
Ade aveva alzato gli occhi al cielo, per poi continuare:《E vedo che ha lo stesso spirito ribelle di suo nonno》.
Aveva fatto una pausa, per poi continuare più serio:《Persefone, sei sicura di volerti occupare di lei? Ci sarà un motivo più che valido se voglio tenerla qua... sua madre non sarebbe mai stata in grado di proteggerla. Anche Poseidone non lo capisce... Nessuno, e dico nessuno, dovrà sapere che esiste. Dobbiamo dire a tutti che è morta. Lo facciamo per lei, ricordatelo》.
《Farò del mio meglio》.

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