Prologo

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SPAZIO AUTRICE E PREMESSE.

Hey! Non ho scritto molto prima d'ora e non sono molto brava. In realtà mi mette ansia perché non ho mai fatto leggere a nessuno ciò che scrivo.

4 cosette.

1) Non ho messo foto dei personaggi perchè sono dell'idea che tutti debbano avere il diritto di immaginarseli come vogliono e come prediligono. Ci sono le descrizioni, per uno spunto, ma non sono super specifiche appunto lavorate di fantasia.

2) Non sono brava come molti qui. Mi scuso per eventuali errori (segnalateli se ne trovate).
E mi spiace se leggendo non riuscirete a comprendere ciò che voglio dire ma appunto non sono brava.

3) In questo libro parlo principalmente di disturbi mentali. E non ne parlo superficialmente, io stessa ho alcuni dei disturbi trattati, non sparo cazzate insomma.

4) triggered warnings: parlo di argomenti delicati e di salute mentale, se siete facilmente influenzabili non leggete.

Scusate per questo papiro. Vi lascio leggere.

-Seroxat :(:

***

Pioveva. Sembrava prospettarsi una bella giornata. Pioveva forte, i vetri erano appannati e con il dito disegnò una faccina triste. Sua madre odiava quando lo faceva perché lasciava il segno delle ditate. Aveva  il dito rosso e freddo, chiuse le tende grigie e aveva ancora indosso la felpa oversize che usava come pigiama.

12 settembre.

Corse giù per le scale e quasi non rotolò giù.
Uscí fuori e si distese sull'asfalto bagnato e scivoloso, ruvido.

La pioggia le cadde addosso, sul viso, tra i capelli e le inzuppò la felpa. Pensò, pensò troppo, questo le provocava ansia.

Pensò forte e poi si rese conto della voce di sua madre che urlava dalla finestra.
"Astrid Abigail Anderson! Torna immediatamente in casa!"

Sentì la rabbia salire ma si limitò a graffiarsi con le unghie i palmi delle mani ancora bagnate.
Entrò dentro e salí velocemente le scale fino in camera sua, aprí il terzo cassetto contenente l'intimo, e poi la seconda anta dell'armadio e prese una T-shirt nera con il logo dei nirvana e un paio di jeans larghissimi. Si diresse in bagno con la velocitá di un bradipo morto. Troppo svogliata per fare le cose di fretta.
Mise la felpa completamente zuppa a lavare e poi aprì l'acqua della doccia, cacciò un urlo quando si scottò con l'acqua che suo fratello aveva lasciato con la maniglia su very hot, pur sapendo che odiava fare la doccia calda.
Insaponò i capelli e il corpo e scarabocchiò qualche frase di canzone sul vetro appannato, sua madre odiava anche questo. Restò ferma più del dovuto sotto il getto freddo appoggiata con le mani al muro.

Pensava alla scuola, sarebbe cominciata in meno di due giorni e lei non era affatto pronta. Non sopportava gli sguardi delle sue compagne viziate che sfoggiavano i capi firmati lanciandole occhiate velenose, e nemmeno le risatine dei ragazzi dietro di se. Era una scuola privata perciò: uniforme e viziatelli ovunque.

Uscí dalla doccia e passò un'asciugamano sui capelli che essendo lunghi non sarebbero mai stati asciutti ma non aveva alcuna voglia di asciugarli col phon.

Restò davanti allo specchio e contemplò la sua immagine.

Le faceva davvero schifo. Era molto magra, troppo magra. Alta, troppo alta. Stava curva con la schiena.

A few secondsWhere stories live. Discover now