Vi è mai capitato di sentirvi diversi rispetto a tutti gli altri, come se non riusciste a trovare un posto a cui appartenere? A me sì, moltissime volte. Pensavo di essere semplicemente una ragazza... avevo più che ragione, ma lo ero in un senso molto diverso.
Stavo camminando avanti e indietro per la mia stanza nell'appartamento di Londra, innervosita, aspettando che il tempo passasse in fretta — ma soprattutto che i miei genitori finissero di discutere e prendessero finalmente una decisione. Mancava meno di un giorno al mio undicesimo compleanno, il 18 luglio, e nel giro di poche ore mi avrebbero detto se avrei frequentato la prima media nell'ennesimo nuovo posto di lavoro dei miei genitori da qualche parte nel mondo, oppure se sarei rimasta a Londra.
Dovete sapere che i miei genitori sono ricercatori nell'ambito dell'astrofisica (vorrei spiegarvi più nel dettaglio le loro ricerche, ma ve lo risparmio), e quindi viaggiavamo spesso da un laboratorio all'altro, sparsi per il mondo. Era bello, perché avevo l'opportunità di conoscere posti nuovi, gente diversa con culture altrettanto diverse... però avevo bisogno di stabilità, di avere legami duraturi. Alla fine, gli unici amici che avevo erano i miei genitori.
— STELLAAAA! Abbiamo finito, vieni pure! — Feci un balzo e quasi feci cadere la lampada. La voce di mio padre arrivò probabilmente fino all'ultimo piano del palazzo. Uscii di corsa dalla mia cameretta e andai in salotto. Mio padre era in piedi davanti al divano, alto al punto da sfiorare il lampadario. Si chiama James Cooper, è magro come un chiodo, ha i capelli sempre arruffati, di un castano chiaro, e occhi di una tonalità tra il verde e il grigio. Mi sedetti sul divano di fronte a lui.
— Allora... avete deciso di...
— Beh, non è stata una decisione semplice, abbiamo calcolato tutte le possibilità e...
— ...e soprattutto la tua richiesta di voler stare per un po' qua a Londra — lo interruppe mia madre con tono dolce, seduta sulla poltrona mentre guardava mio padre parlare. Si chiama Margherita Marino. Non è inglese, come potete intuire, è italiana — come si nota dai suoi tratti: pelle olivastra, occhi marrone scuro e capelli di un nero lucido, che riflette la luce. Ma ormai ha viaggiato così tanto che il suo accento originario non si sente più.
— Sì, giusto, cara... ma come sai, abbiamo avuto una proposta per andare in Nuova Zelanda, un'altra per il Canada e un'altra ancora per...
— Papà, lo so, vai al punto. — Non volevo sembrare scorbutica, ma non vedevo l'ora di sapere.
— Beh, ecco... — era un po' impacciato, come sempre d'altronde — volevamo farti una sorpresa, ma dato che non ce la facciamo più ad aspettare...
— Rimaniamo a Londraaa! — concluse mia madre, capendo che non poteva aspettare che suo marito finisse il discorso, altrimenti avrebbe avuto il tempo di invecchiare tre volte.
Una felicità immensa esplose dentro di me, quasi mi sembrò di vedere l'acqua uscire da un bicchiere sul tavolo e farlo esplodere, tutto da solo... ma forse l'aveva urtato mia madre mentre io stavo correndo ad abbracciarli per la gioia.
Tutto buio. Ero in un anfiteatro, simile a quelli greci, ma questo non era distrutto: sembrava nuovo. Da quello che potevo scorgere, riuscivo anche a intravedere delle figure al centro (nell'orchestra dell'anfiteatro), ma non capivo quante fossero. Sentivo dei singhiozzi, probabilmente di una ragazza, e un ragazzo che la consolava.
— Non possiamo più aspettare, dobbiamo farlo adesso. — Una voce decisa, di una donna anziana. Poi, il pianto di un bambino riempì il silenzio che si era formato.
Mi svegliai di botto, stordita. Ero di nuovo nel mio comodo letto. Di solito i sogni non mi preoccupavano tanto, ma quello era diverso. Era così reale. Era simile a uno che avevo fatto un po' di tempo fa, su un ragazzo rincorso da un Minotauro... ma questo era ancora più strano.
Erano solo le 7:34 del mattino. Del mio undicesimo compleanno, per la precisione. Ma chi va a svegliare la gente suonando il campanello a quest'ora? Volevo solo dormire, ma mi alzai lo stesso. Vidi la mia faccia nello specchio: una massa informe di capelli castano scuro sulla testa, occhi verde-azzurri semichiusi che faticavano a filtrare la luce del lampadario appena acceso. Andai in salotto. Probabilmente sembravo uno zombie. Uno zombie affamato. Ma me ne fregai e andai a vedere chi osava disturbare il mio prezioso riposo (se dormo poco sono irascibile, soprattutto quando faccio sogni alquanto strani).
— ...questa scuola è perfetta per lei, per le sue, ehm, abilità speciali. Le insegneranno a controllarle. Hogwarts è la migliore scuola che ci sia.
— Hogwarts? Mai sentita. Pensavo di andare alla scuola media qua vicino, la...
Mi interruppi non appena vidi bene chi stava parlando ai miei genitori. C'era un uomo seduto sulla poltrona. Sembrava uscito da un cartone animato. Aveva capelli rossi, occhiali sul naso e una tunica blu notte, che mi piaceva parecchio. Sorrideva. Sorrideva fin troppo, mentre parlava ai miei genitori, che lo guardavano con un'aria confusa e assonnata. Quando entrai in salotto, si girò verso di me e sorrise ancora di più. I miei, invece, continuarono a fissarlo con aria sbigottita.
— Ah, tu devi essere la ragazza, Stella Cooper, giusto? (io annuii). Bene, bene. Io sono Arthur Weasley, lavoro al Ministero della Magia e sono venuto qui a parlarti di Hogwarts, la migliore scuola di magia e stregoneria dell'intero pianeta.
— Ha detto magia? — cercai di trattenere una risata.
— Sì, lo so. Sembrerà strano per una Nata Babbana come te. Prima che tu me lo chieda: "babbano" è qualcuno che non ha poteri magici, al contrario di me.
Tirò fuori una specie di bastoncino. Fece un gesto con la mano e spuntarono dei bicchieri che si riempirono di un liquido color arancione. Non so che faccia avessi, ma probabilmente simile a quella dei miei genitori: sempre più stupita, ogni secondo di più.
Fu mio padre a rompere quel silenzio imbarazzante.
— Ma... ma... nostra figlia non sa fare queste magie, vero, cara? — disse, continuando a guardare il bicchiere, tenendolo stretto come per assicurarsi che fosse reale e non un'allucinazione.
— Oh, Stella, questo ce lo devi dire tu. — Aveva uno sguardo gentile, rassicurante. Non stava mentendo e lo aveva dimostrato facendo quella magia.
La prima cosa che pensai fu: "Sto sognando". In realtà era solo un sogno, forse avevo digerito male la peperonata mangiata a cena. Ma non puzzava come gli altri sogni che facevo. Inoltre era troppo realistico.
Poi mi balzò in mente una scena: avevo otto anni, a Los Angeles, e spinsi un bullo in piscina senza neanche toccarlo. O di quando, in Ecuador, vidi volare un uccellino di carta fatto da me. Molte cose cominciavano a prendere senso.
Una persona qualunque avrebbe cacciato via quell'uomo seduta stante, pensando fosse uno scherzo. Ma i miei genitori mi avevano insegnato, da bravi fisici quali sono, a valutare tutte le possibilità e tutti i dati. E quei dati mi dicevano, per quanto assurdo potesse sembrare, che quell'uomo strambo aveva ragione.
Io sono una maga.
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I Due mondi || Percy Jackson e Harry Potter fan-fiction ||
FantasyUna ragazza, che pensava di aver avuto una vita complicata, scopre in realtà di essere ancora più strana di quanto pensasse. Scoprirà l'esistenza di due mondi: quello magico e quello degli dei greci. Si dovranno unire per sconfiggere una nuova min...
