Aveva la sigaretta in una mano, mentre con l'altra era impegnato a scacciare via chissà quali brutti pensieri. Come se agitarsi compulsivamente l'arto davanti alla faccia potesse in qualche modo aiutare. Ma lui lo faceva comunque.
Le piaceva quando lo faceva. E lo ricordava farlo spesso. Come se quei pensieri fossero stati fastidiose mosche, imperterrite nel ronzargli attorno e che bastasse un semplice movimento della mano perché se ne tornassero da dove erano venute. Ma si sa che le mosche, nonostante tu continui a scacciarle, tornano. Sempre.
E così facevano i suoi pensieri.
O almeno credeva.
E dico che lo credeva perché in realtà non ne era del tutto sicura. Lui non le parlava mai apertamente di niente. Ma lei lo vedeva. Vedeva come la sera, sul balcone, le mosche tornavano a ronzargli attorno e come lui, in quei momenti, non si prendesse nemmeno la briga di allontanarle.
Poi un giorno ella bussò alla sua porta e nessuno venne ad aprirle. A quanto pare lui si era buttato dal settimo piano di un palazzo. A quanto pare lui aveva accumulato tante mosche da poter decidere se restare o se volar via con loro. Non si sentì dispiaciuta. No. Invidiosa forse. Lui aveva avuto la possibilità di scegliere. Aveva avuto il coraggio di scegliere. Lei no.
Si ricordava di una volta in cui lui era perso. Ma non perso come quando stai cercando la macchina in parcheggio e finisci chissà dove, in quali stretti vicoli dove la macchina non è nemmeno possibile che tu ce la abbia messa. Era perso più come quando sei al supermercato e non trovi più la via d'uscita. Aveva lo sguardo fisso davanti a se e i capelli scuri che di solito gli coprivano gli occhi stavano svolazzando in aria, come vivi, in balia del vento. La solita sigaretta in una mano, immobile, la cui punta, ormai consumata, perdeva cenere e odore di fumo, che si disperdeva un po' in aria e un po' a terra. Ad un certo punto l'aveva alzata di fronte al viso di lei, mostrandogliela, e in un sussurro, quasi non volesse farsi sentire nemmeno da sé stesso, aveva detto:
"sai, mio papà c'è morto per sta' roba"
Così dal nulla. Lei non sapeva cosa dire, così non disse niente. Egli non era solito dire cose così, in momenti così, in posti del genere.
Diciamocelo.
Non sono certo cose da dire con leggerezza, eppure lui lo aveva fatto. Forse perché era l'unico modo in cui avrebbe mai saputo farlo. Forse perché voleva farle capire che anche lei avrebbe dovuto prendere la cosa con leggerezza.
Sta di fatto che, indipendentemente dal modo in cui lo disse, lo disse. Ed ella ci rimase anche un po' male. Pensava che non la credesse abbastanza forte da potergliene parlare più seriamente. Credeva che non si fidasse abbastanza di lei da potersi aprire completamente. Come quando hai in mano un diario chiuso a chiave e riesci a leggerne solo qualche parola sparsa, forzandone l'apertura degli angoli. Con lui era più o meno così. E la cosa che più la infastidiva era il fatto che lui, la chiave di quel diario, ce la avesse ben stretta tra le dita, come a dire "Guarda. Potrei benissimo aprire la storia della mia vita a te. Ma non lo faccio".
Ma tutto questo, lei, decise di non dirglielo. Così se ne stette zitta anche quella volta. Proprio come faceva sempre.
Non avrebbe mai voluto che per colpa delle sue parole, a lui si rischiasse di aggiungere un'altra mosca.
Qualcos'altro a cui pensare.
A lui, che già di cose a cui pensare ne aveva tante. A lui, che già di mosche a ronzargli attorno ne aveva troppe.
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Indefinito
General FictionLei che parla di come era lui. Lui che prova a ricordare come era lei. Momenti indefiniti di una relazione ormai andata persa, ma ancora viva grazie ai ricordi di avvenimenti passati. Ormai indefiniti.
