In Taxi.
Quella sera fu una sera particolare.
Pioveva, una pioggia fitta, di quelle che il mattino successivo lasciano un odore acre di bagnato, di umido, e che si fanno ricordare grazie alle numerose pozzanghere, agli incidenti di sfortunati automobilisti e ai piccoli fiumiciattoli che percorrono le canaline di scolo.
Quel tipo di pioggia che appare all'improvviso con una forza brutale e subito se ne va, o che annuncia il suo arrivo in tutti i modi e sosta nello stesso luogo a lungo, insoddisfatta, sempre mantenendo un ritmo più o meno costante e sempre con la stessa violenza.
Fosse stata solo la pioggia a far innervosire gli automobilisti di New York li avremo potuti definire facilmente suscettibili, ma non possiamo.
Era anche notte, e si sa che la notte fusa alla pioggia crea un cocktail distruttivo, che trasforma i guidatori in bestie rozze e prive di compassione, armate di clacson e imprecazioni.
Notte, pioggia e nervosismo quindi.
Non ovunque.
Tra tutte le autovetture spiccava quella di un tassista particolarmente felice. In genere i tassisti si dividono in tre categorie: chiacchieroni, taciturni e lamentosi.
Lui era un po' di tutto, ma prevalentemente indifferente.
Quando qualcuno chiedeva un passaggio lui domandava la destinazione e partiva. Non amava discutere di politica, di auto o di economia con i passeggeri. Se era triste si limitava a sbuffare ogni tanto quando qualcuno non gli lasciava la precedenza, se era felice non sbuffava e qualche volta si girava vero il passeggero chiedendo "Bella giornata oggi? Tutto bene?" , se era felicissimo parlava con il compagno di viaggio come un fiume in piena, di cose che prevalentemente egli non conosceva e non era interessato a conoscere.
"Pensa un po'! Addirittura Andy è riuscito a sfuggirgli! È un genio quel ragazzo!"
Sfuggire a chi? Andy chi?
Si chiedevano i passeggeri, limitandosi a lasciar parlare l'autista senza osare interromperlo.
La prima impressione che Wallace il tassista esercitava sui suoi passeggeri non era delle migliori.
Era grosso e tozzo, con due braccia robuste, pelose e tatuate. Le dita carnose stringevano il volante come le chele di un granchio affamato che dopo una lunga caccia afferra finalmente l'odiato e amato pesciolino fuggitivo.
La barba rasata e i capelli grigi, lunghi e scompigliati che lottavano in un violento litigio a chi prevaleva su chi, contribuivano a donare un'area scontrosa e violenta all'autista.
Wallace invece era scontroso e violento solo quando si accorgeva di apparire scontroso e violento.
Un gigante dal cuore d'oro, anche se queste cose esistono solo nelle favole.
Non poteva definirsi "buono" né tantomeno "cattivo". Era solo Wallace l'autista.
Wally amava quella fitta pioggia che lo metteva alla prova. Doveva guidare in modo impeccabile, e anche se guidava male e si bloccava nel traffico era meglio per lui, che riceveva un'abbondante somma di denaro dal passeggero.
La pioggia torrenziale inoltre lo sfidava e in campo automobilistico a Wallace piaceva essere sfidato.
Avrebbe tanto voluto sfrecciare sul liscio asfalto delle piste del Grand Prix, ma era un'idea che non prese mai realmente in considerazione.
Nel frattempo, però, si limitava a correre per le stradine Newyorkesi portando a destra e manca chi lo richiedeva, dando il meglio di se nella guida.
"Sei un gigante!" Gli aveva detto una volta un bimbo "Sei cattivo?"
Lui si era limitato a sorridere come si fa con i bambini, indirizzando un'occhiataccia di rimprovero alla madre, ma quella frase unita a tante altre simili lo infastidì non poco.
Se c'era qualche gigante cattivo esisteva solo nei fumetti. Lui era solo grosso come suo padre.
Il taxi si fermò sull'asfalto con una brusca derapata che mandò numerosi schizzi d'acqua a infrangersi sulle vetrine del negozio di gioielli <<old but Gold>>.
All'interno dell'autovettura risuonava grassa la risata di Wallace, che scherzava al cellulare con l'amico riguardo i suoi ultimi passeggeri.
"Non ho tutto questo tempo da perdere! Mi faccia scendere!" Imitava Wally "È sceso con questa pioggia ti dico, a quest'ora sarà inzuppato!"
I tassisti entrano a contatto con tantissime persone di etnie, religioni, gusti e caratteri diversi. Se poi il tassista lavora a New York quasi sicuramente ti saprà generalizzare su ogni etnia, ti saprà parlare della loro cultura e ti saprà dire le stranezze che mangiano con il loro carattere prevalente.
Wallace non sapeva se fosse una fortuna o una sfortuna, ma era sicuramente un valido argomento su cui scherzare con l'amico.
"Come va con tuo padre?" Chiese improvvisamente il compare, mozzando la risata di Wallace nel suo punto più acuto.
"Sai che non lo vedo da anni e non lo rivedrò. Non starai cercando di farmi rappacificare con lui? Ora che hai un nuovo cellulare non ti sarai messo a chiamare chiunque?"
L'amico non rispose. Sapeva che era un tasto dolente per il tassista e si trattenne anche dal chiedere di sua madre.
Il padre di Wallace era grande e grosso come lui, un tempo forse era anche caratterialmente come lui, ma crescendo Wally si era reso conto che il suo genitore era un poco di buono.
Viveva nel vizio e nella violenza. Ogni sera rincasava sul tardi, quando il sole aveva già ceduto da tempo il posto alla luna, con un nuovo bernoccolo e gli occhi lucidi dall'alcool.
Wally non capì mai perché il padre si comportasse così, ma finì presto per chiudere i rapporti con lui. Raggiunta la maggiore età abbandonò la casa come un immigrato scappa dal suo paese natale devastato dalla guerra per iniziare la sua carriera di tassista. Per un po' mantenne i contatti con sua madre, ma presto anche questi diminuirono sino a cessare.
Qualcuno bussò allo sportello.
Wallace si affrettò ad abbassare il finestrino con un rapido gesto.
"Desidera?" Chiese l'autista.
"Mi porti nei pressi del World Trade Center, le dirò io dove ferma...rsi" Il futuro passeggero sussultò.
"Tutto bene?"
"Sì, adesso vada"
Il tassista aprì lo sportello alla figura nella notte e congedò l'amico con un veloce "ciao!", poi prese la direzione del complesso di grattacieli.
Fu un viaggio lungo e strano, proprio come lo fu il passeggero.
La felicità di Wallace lo fece parlare molto, ma il compagno di viaggio non disse una parola, tacendo in modo fastidioso a ogni domanda. Capendo che non era ascoltato l'autista tacque, dando vita ad un silenzio imbarazzante.
Presto o tardi sarebbe arrivato, il tizio taciturno sarebbe sceso e lui avrebbe ricevuto i suoi soldi, terminando quella bella giornata che non avrebbe certo rovinato un signore misterioso.
Il coinquilino di viaggio indossava un pesante cappotto imbottito di cui il cappuccio gli copriva il volto, rendendolo irriconoscibile.
Wally non seppe se fosse grosso di corporatura o se fosse un effetto ottico dovuto alla giacca.
I primi minuti di viaggio li trascorse a parlare, cercando di scrutare il volto nascosto dal cappuccio grazie allo specchietto retrovisore. Quando cadde il silenzio provò qualche volta ad aprire un dialogo con piccole domandine, ma nessuna ricevette risposta eccetto l'ultima:
" Aaah, che scocciatura eh? E pensi che domani dovrò accompagnare il mio amico al lavoro! Ripercorrerò proprio questa strada"
La figura misteriosa sembrò animarsi all'improvviso. "Dove lavora il tuo amico?"
Sentire nuovamente la voce dell'uomo provocò in Wally uno strano senso di vergogna che tuttavia soppresse.
"Ma come? Ai famosi uffici del World Trade Center! Proprio nella t...."
"Ho capito. Ora guidi."
Wallace non provò più a dialogare, né si lamentò con il passeggero. Guidò nervoso sino al centro, con la pioggia e il traffico che man mano andavano scemando.
A destinazione uscì dal Taxi noncurante delle ultime goccioline d'acqua che cadevano insoddisfatte dal cielo e aprì la porta al passeggero con uno scatto feroce. Intascò i soldi e fece per andarsene.
"Non andare alle torri domani, Wally." Disse l'uomo senza volto. Poi se ne andò.
Forse perché quella voce ricordava tanto quella di suo padre, forse perché la mattina successiva al posto della pioggia c'era un bel sole, forse perché non riuscì a dormire la notte pensando a come l'uomo conoscesse il suo nome, fatto sta che il giorno seguente Wallace non accompagnò più il suo amico a lavoro.
Era l'11 settembre 2001.
