Ricordi?

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La memoria mi spinge a ricordare momenti in cui ero davvero felice con poco; andare al luna park e prendere uno stecco di zucchero filato, stare a casa a guardare un film dell’orrore con mio fratello, giocare a carte con mio padre davanti al camino acceso nelle sere d’inverno; erano tutte azioni che mi trasmettevano un senso di pace e tranquillità d’animo di cui ero insaziabile. Tutto appariva così tremendamente perfetto alle apparenze.
Non mi sono mai reputata una bambina vivace e allegra, ero piuttosto schiva e timida e a scuola piangevo sempre, chiaro segnale di quanto fossi fortemente legata a mia madre e fossi poco incline a conoscere nuovi estranei che sapevo già che avrei dovuto far entrare nella mia vita, cosa che non mi piaceva affatto. La spinta più forte per andare a scuola mi veniva data da mio fratello, che frequentava le mie stesse elementari e ogni mattina prendeva il mio stesso pulmino, si metteva di fianco a me e con rassicuranti parole, che pronunciate da un bambino suonano ancor più sincere e dolci, riusciva a far rallentare i battiti del mio cuore, che sembrava voler uscire fuori dal petto per la vergogna e la paura degli estranei.
In classe non parlavo molto, anzi, non parlavo affatto. Le rare volte in cui tentavo fortemente di dar voce ad uno solo dei pensieri che danzavano freneticamente nella mia testa, venivo irrefrenabilmente bloccata dal timore di dire la cosa sbagliata, trovarmi al centro dell’attenzione ed essere derisa.
Con il passare del tempo la situazione non riusciva a mutare e nemmeno io riuscivo ad avere, e neanche volevo avere, lo slancio deciso per buttarmi e cercare di uscire dalla candida coperta di insicurezze che caldamente mi avvolgeva. Tutto questo fino a Eveline. Eveline non era solo un nome, era anche la via di uscita che tanto speravo di incontrare per riporre finalmente nell’armadio la calda coperta in cui mi ero rifugiata.
Il marrone dei suoi lunghi capelli, il naso a punta, e gli occhi tersi di malinconia e speranza mi avevano fatta avvicinare più di quanto fossi disposta a fare; era come se la sua personalità magnetica mi attraesse a lei come una calamita. Condividevamo la timidezza, l’insicurezza e una storia che ci accomunava più di quanto all’epoca avremmo mai potuto immaginare.
Eveline era abbastanza alta, longilinea nelle forme, garbata nei modi e particolare nel mostrarsi, preferiva non farsi notare troppo dagli altri e rimanere nella penombra. Non dava affatto nell’occhio, né amava i riflettori puntati su di sé, era avvolta da un’aria di dignità che le conferiva un senso di integrità morale molto diverso dagli altri bambini. Era speciale ai miei occhi. La sua risata goffa e stridente e il suo modo di essere introverso e pacato erano perfettamente in contrasto, ma completamente in armonia, una specie di yin e yang, due poli opposti che si compenetrano fino a creare un equilibrio astrale.
La nostra amicizia era sbocciata per caso in mezzo all’aridità dei tanti compagni di classe, tutti uguali, tutti perfetti e tutti così superficiali. La nostra era un’amicizia pura e sincera; eravamo legate da un sentimento di non appartenenza che non eravamo consapevoli di avere, ma che col passare del tempo siamo riuscite a scoprire.
È così strano ripensare al nostro incontro, così casuale, ma allo stesso tempo così essenziale.
Ci siamo conosciute una mattina d’autunno di 18 anni fa, quando le foglie avevano ormai perso la lucentezza del verde brillante e avevano raggiunto il rosso vermiglio tipico della stagione. Era autunno, le foglie cadevano, i giorni passavano, ma, come i fiori a primavera, la nostra amicizia sbocciava. Eravamo piccole, spontanee, candide, ma avevamo già il petto squarciato da un dolore comune, che tenevamo nascosto l’una all’altra per la paura di un giudizio negativo che molto facilmente ritenevamo di meritare.

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