È iniziata cosí la mia ossessione.
Sbattendoci contro tra le scale del liceo, 4 anni fa.
Salivo dal cortile velocemente, come al solito in ritardo, nella speranza che quella mattina il professore di matematica non mi buttasse fuori dalla classe per l'ennesima volta. Una storia che andava ormai avanti da tre settimane.
È seccante dover combattere contro qualcuno che ti reputa una bimba problematica, specie se poi risulti sembrare rinchiusa nel tuo mondo di libri e cultura. Non facevo che rendermi ai suoi occhi ancora più problematica con il mio „so tutto" e quell'insistente ritardo ingiustificabile.
"Non è suonata la sveglia"
"La macchina non partiva"
"Mio padre è dovuto andare in centrale stamattina"
"L'autobus non è passato"
Di solito, l'ultima era la rappresentazione della realtá. Sinceramente, peró, non mi andava di raccontare il vero motivo. Non avevo voglia di dargli ragione.
Si, ero una ragazzina problematica, lo ero sul serio, come ogni ragazza di quell'età.
I primi amori, i primi sogni, i primi desideri. Si pensa solo a quello e a raggiungere tutto il raggiungibile in maniera veloce, leggera e spensierata.
Per me era proprio così, ma volevo essere la migliore. Era difficile dover tenere sotto controllo la mia vita scolastica, la mia vita sentimentale, i miei rapporti interpersonali e la mia carriera agonistica. Avevo dovuto rinunciare a qualcosa. La buona educazione e lo stato sociale della famiglia di cui facevo parte non mi permetteva di escludere l'istruzione dai miei piani, tantomeno di arrancare. Tenevo troppo ai miei sogni. Ero un tipo piuttosto difficile, non mi fidavo decisamente di nessuno. Quindi, ecco le mie rinunce.
Ma quella mattina, le cose si stravolsero completamente e in maniera così meschina da non credere vera. Quello che avevo categoricamente escluso, mi si spiattellò in faccia come un treno alta velocità. Non è possibile fare a quell'età una rinuncia.
Cosí; ci sono letteralmente sbattuta contro senza rendermene conto. L'impatto è stato cosí forte da farmi rimbalzare con la stessa forza con cui mi protraevo correndo per salire la rampa. Il mio corpo, anche se non troppo esile, stava per ricadere all'indietro. Non so che tipo di faccia abbia fatto in quel momento, ma ricordo di aver pensato: "Batteró all'indietro la testa. Sono morta".
Buio. Un tonfo.
I tre secondi più interminabili della mia vita finirono con il mio naso in una maglietta profumata di brezza oceanica, sale e gelsomino. Un polso avvolto in una morsa pressante; l'altro che si aggrappava a qualcosa di totalmente sconosciuto.
- Stai bene?
Una voce profonda e calma mi stava sussurrando all'orecchio.
Non riuscivo a riaprire gli occhi; avevo l'impressione che la realtà si sarebbe presa gioco di me con qualche visione decisamente troppo negativa.
- Ehi tu!? Stai bene, vero?
La voce tornó a parlarmi con la sua compostezza.
- Non sono caduta, vero? Non mi sono fatta nulla, giusto? - chiesi timidamente, continuando a tenere gli occhi strizzati.
- No. Mi sembri tutta intera. Tu che dici?
Mi sembrava potermi fidare di quella voce e con lentezza aprii gli occhi. Il mio volto e la mia mano si appoggiavano su un petto non troppo virile, ma abbastanza per quell'etá, coperto da una maglietta bianca di cotone a mezze maniche e un bomber rosso. Il suo braccio aveva trovato posto tra lo zaino che dalle mie spalle era capitolato a terra e la mia schiena, tenendomi stretta, al punto da sollevarmi qualche centimetro dai gradini sotto di me. Con la stessa lentezza con cui avevo aperto gli occhi, alzai lo sguardo su di lui.
Mi regalava uno dei più bei sorrisi che quelle due labbra carnose e perfette potessero disegnare. Mi sentii immediatamente in imbarazzo e diressi il mio sguardo alle scale in basso, certa di essere arrossita.
- Uhm, si. Credo di essere tutta intera.
Solo a quel punto, lasciò delicatamente che i miei piedi ritrovassero il suolo; poi, scese qualche gradino e mi raccolse ciò che avevo perduto. Lo seguii con tutto il mio corpo, ma senza muovermi troppo dal posto in cui ero, finché lui non arrivò a porgermelo.
- Di quale classe sei?
- Seconda F.
- Con chi inizi stamattina?
- Il prof. Bauer.
- Matematica... ti ucciderà per il ritardo. Vuoi che ti accompagni?
Avrei detto qualunque cosa per annegare di nuovo nel suo profumo, forse avrei provato a gettarmi dalle scale.
- Si.
Si voltò e mi precedette. Lo seguii con una mollezza devastante; era lui ad avermi devastato. Con quei capelli lunghi e lisci che gli incorniciavano quel viso squadrato, gli occhi grigi, un colore quasi magico, quella voce cosí sexy.
Mi misi esattamente dietro di lui. La scia di quel suo profumo mi entrava nelle narici fino a coccolarmi i polmoni. Mi fece dimenticare tutto. I miei problemi, la mia situazione, ciò per cui avevo fatto tardi.
Non so sinceramente quanto sia durata la passeggiata che compimmo in fila indiana in corridoio. Ma mi sentii fuori da quel tempo, come in un'altra dimensione.
Che mi stava succedendo? Mi bastava un contatto con uno sconosciuto a rendermi cosí indifesa, nuda?
Il tocco sulla porta mi risvegliò.
- Come ti chiami? - sussurrò senza voltarsi.
- Maia De Angelis. - sussurrai a mia volta.
- Buongiorno prof. Bauer. - il ragazzo davanti a me spalancò la porta della classe, la cernierà cigolò. - Ho trattenuto io Maia. Mi scuso.
- Va bene. Grazie, Preda. Entra, De Angelis.
Lentamente, passai accanto a quel ragazzo, respirando per l'ultima volta il suo profumo.
- Ci si vede in giro. - mi sussurrò con quel tono suo di voce basso.
- Grazie. - sorrisi timidamente e mi precipitai al mio posto, mentre lui richiudeva la porta.
Andrea, la mia compagna di banco, mi diede una gomitata nel fianco, mentre tentavo di recuperare il ritardo aprendo i miei libri.
- Come conosci Livio? - mi chiese sgranando gli occhi curiosissima.
Me lo ricordo come fosse accaduto stamattina.
- Non lo conosco, sono inciampata in lui. - le sussurrai continuando a guardare la lavagna.
- Sembra qualcosa di porno. - azzardò Andrea.
- Credevo giocasse nella tua squadra. - dal banco dietro di me Licia si piegò in avanti abbastanza perché sentissi.
- Perché, gioca? - chiesi sorpresa. - Non l'ho mai visto.
- Si, schiacciatore titolare. Non vi siete mai allenati insieme? - Licia continuava con calma a carpire informazioni.
- No, almeno non da me. - risposi.
- É più grande. Forse si allena in un altro orario.
- Può darsi. Non l'ho mai visto. - continuai a ripetere.
- Strano; é uno dei ragazzi più popolari a scuola. - disse maliziosa Licia.
- Ecco perché lo conoscete, non ve ne perdete uno. - sorrisi nervosamente.
Avvertii quasi fastidio a parlarne. Lo conoscevano tutti, perché io non lo avevo mai visto? Perché non ne avevo mai sentito parlare?
- É un latin lover. Prende e lascia ragazze con la stessa facilitá con cui cambia i vestiti.
- Ma non si era fidanzato con quella ragazzina di seconda A? - chiese Andrea.
- Si, pare sia una cosa decisamente seria. - annuiva Licia. - Stanno insieme da 4 mesi, un vero record.
- Livio, quindi? - interruppi il loro spettegolare.
- Si, Livio Preda.
- Insomma, potrei cominciare a vedervi improvvisamente alle partite se gioca anche lui...
- Giá. Con striscioni annessi.
L'esercizio alla lavagna e la ramanzina del professore ci riportò alla realtà. Con la penna cominciai a ricopiare l'espressione alla lavagna, ma la mente continuava ad andare al sorriso di quello sconosciuto e a quel profumo di pulito.
Si chiamava Livio Preda, giocava a pallavolo ed era più grande di me. Ed era bello e sexy da avermi fatto perdere la testa in meno di 10 minuti.
Mi crucciai tutto il giorno chiedendomi se l'avrei mai più visto. Ero più preoccupata di quello che del fatto che fosse fidanzato. Mi importava capire chi fosse, perché lo avevo incontrato solo quella mattina.
Soprattutto, perché.
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Qualunque cosa per te (forse non proprio qualunque)
RomanceDue perfette sconosciute. Maia. Una ragazza ingenua, timida, impacciata di buona famiglia e di abitudini aristocratiche. E Frida. Forte, sicura di sé e talmente cinica da diventare quasi finta, che si é fatta da sola. Una passione: la pallavolo. Qua...
