Era un tiepido pomeriggio di primavera e le prime gemme cominciavano già a spuntare sui rami degli alberi in lenta ripresa vegetativa. Quel giorno mi trovavo a scuola, e le lezioni stavano quasi per terminare.
Guardai l'orologio appeso alla parete della classe: segnava le dodici e mezza.
Cominciai lentamente a mettere via le mie cose, senza farmi vedere dall'insegnante di italiano, che sicuramente mi avrebbe fatto la ramanzina, dicendomi di rimettere tutto a posto sopra al banco.
Era una giornata come le altre, né più, né meno. Lo stress in classe come sempre era altissimo, ma ormai mancava davvero poco al suono della campana e già mi pregustavo l'immagine di mia madre mentre preparava il pranzo. La mattina, prima che uscissi di casa, aveva promesso di farmi una sorpresa, ed ero certo si sarebbe trattato di qualcosa di gustoso.
Mancavano all'incirca dieci minuti all'uscita da scuola, quando qualcuno bussò alla porta della classe. L'insegnante lo fece entrare e si presentò un uomo alto, snello e dal fisico atletico. Indossava una tuta di colore blu, con la bandiera della nazionale cucita all'altezza del petto.
Alzai lo sguardo e lo riconobbi subito: era il professor Cingolani, l'insegnante di educazione fisica.
«Buongiorno professoressa , salve ragazzi!» disse l'uomo, sfoggiando un sincero sorriso.
«Buongiorno professore» rispose la donna dai capelli color grigio topo.
«Avrei bisogno di uno dei suoi studenti per un lavoretto semplice, giù nello scantinato. Mi servirebbe qualcuno abbastanza forte, perché dobbiamo spostare un oggetto particolarmente pesante e da solo purtroppo non posso farlo.»
«Certo, capisco.»
«Qualche volontario?» L'uomo tornò ad esibire il suo sorriso a trentadue denti.
Bene, ecco una di quelle cose che non mi so ancora spiegare. Non so perché quel giorno, per qualche stramaledetto motivo, decisi quasi distinto di alzare il braccio. Ma purtroppo lo feci, accidenti a me.
«Ottimo, vieni pure» disse, facendomi cenno con la mano.
Mi alzai rapidamente, credendo stupidamente che questo mi avrebbe evitato altri dieci noiosissimi minuti di lezione della vecchia megera.
Raggiunsi l'insegnante, ed insieme uscimmo dalla classe.
«Come ti chiami?» mi chiese lui durante il tragitto.
«Francesco Santori.»
«Molto bene. Non ti preoccupare, non ci vorrà molto.»
Nel frattempo continuavamo ad avanzare verso il lato meno frequentato della scuola. Superammo corridoi pieni di classi vuote, che gli studenti non frequentavano più a causa della diminuzione delle nascite negli ultimi anni. Tanto spazio e nessuno che potesse usufruirne. Certe volte questo pensiero mi rattristava un po, considerando il fatto poi che in alcune città, gli studenti dovevano cambiare scuola proprio per il motivo opposto.
«Cosa dobbiamo fare?» chiesi.
L'uomo la prese alla lunga. «Il preside ha deciso di ripulire un po gli ambienti della scuola inutilizzati e di buttare via tutto ciò che non funziona più, o che è obsoleto».
Io mi limitai ad annuire.
