Una volta ho letto che «l'uomo nasce solo e da solo muore». Ho subito pensato che chi l'ha detto, probabilmente non ha un gemello.
Parlare di me equivale parlare di mio fratello. Un mio passo è il suo passo; la sua prima parola è la mia. Non c'è Giulio senza Vittoria e non c'è Vittoria senza Giulio. È la metà del mio cuore ed io la metà del suo.
Ricordo che quando Giulio ed io eravamo piccoli, alle elementari, se uno dei due non aveva fatto i compiti, parlavamo nella nostra lingua suggerendoci le risposte. I nostri compagni si divertivano ogni volta che ci sentivano, le maestre sempre meno, soprattutto quando scoprirono il nostro asso nella manica. Così, i nostri genitori decisero di farci seguire da uno psicoterapeuta comportamentale infantile; un supplizio che durò un'ora di ogni giorno per quasi un anno. Ho ricordi molto vividi e dolorosi di quando ci portavano in stanze diverse per osservare la nostra individualità personale, così la chiamavano. Non eravamo mai stati divisi per più di qualche minuto da quando eravamo nati, che io ricordi, e quella situazione ci faceva stare male fisicamente. Di conseguenza, non riuscivamo nemmeno a concentrarci sugli esercizi che ci sottoponevano gli educatori.
Alla fine, alla bastarda età dei sette anni, decidemmo di ammorbidire il nostro atteggiamento con gli estranei, genitori compresi, per stemperare gli animi ed evitando di sfuggita la minaccia di metterci in classi diverse. Ovviamente, all'oscuro di tutti, mettevamo in pratica la MO – Missione Ombra –, in altre parole nuove tattiche meno appariscenti ma efficaci per la conquista del mondo. Avevamo già molti seguaci, di cui il CP – Commilitoni Pupazzi –, il CM – Commilitoni Macchinine – e l'Agente Speciale Rosso, il pesciolino rosso di gomma che galleggiava nell'ampolla dell'acqua. Alla nostra ascesa io sarei stata la regina, giammai principessa, perché avevo già capito che è lei che conta veramente nella gerarchia reale, e Giulio il re.
Obiettivo primario: annientare il Nemico Numero Uno che tutte le mattine invadeva la nostra Sede Segretissima a scuoterci dai nostri sonni; la mamma. Ovviamente, era molto astuta e sapeva come ottenere una resa momentanea da parte nostra. Per ogni minuto che ritardavamo ad alzarci, sottraeva un biscotto al cioccolato dalla colazione, e ne avevamo tre a testa a disposizione. Sadica, altro che astuta. Ci alzavamo sostenendoci letteralmente a vicenda per non crollare di fronte ai tiri mancini del Nemico in una ferrea lotta contro il tempo. Complici fino alla morte; una cosa che non ci siamo mai detti ad alta voce, nemmeno nella nostra lingua segreta, ma che di sicuro abbiamo entrambi pensato.
Col tempo, i nostri piani di conquista si sono coperti di polvere, mentre noi ci affacciavamo alla preadolescenza. Discoli al punto giusto ma studiosi, personalità individuali ma affini; dove andava uno, andava l'altro.
In seconda media, però, accadde qualcosa al nostro duo infrangibile e inavvicinabile che mai avrei creduto potesse realizzarsi: Filippo. È stato l'unico, in dodici anni di vita, che sia mai stato capace di insinuarsi tra me e Giulio. Ricordo di averlo odiato con tutta me stessa, un sentimento che non avevo mai provato con tanto rigore prima di allora. Oltre alle questioni tecniche di genere ad accomunarli (il compagno dei piani bassi, per intenderci, e che irrazionalmente invidiavo), entrambi collezionavano le carte di Yu-Gi-Oh!, unico hobby che non condividevo con lo stesso entusiasmo di Giulio. Avevo come l'impressione di essere stata derubata. Non avevo più la totale attenzione di mio fratello.
Fu davvero dura da digerire, mi sentivo rimpiazzata nonostante l'attaccamento di Giulio nei miei confronti non fosse mai cambiato e anzi cercasse sempre di coinvolgermi nei loro giochi pomeridiani. Ma il contatto forzato col mondo esterno mi destabilizzò, tale da prendere in considerazione di aprirmi anche io a nuovi orizzonti, le femmine: petulanti alieni dai pendenti scintillanti alle orecchie, unghie fucsia e un'immotivata adorazione per i Blue, un quartetto di bellocci che facevano finta di saper cantare e che andava molto di moda ai miei tempi.
Ma un approccio con una civiltà aliena è sempre insidioso, perché non si conoscono i reciproci usi e costumi, o anche solo la lingua. Difatti, al mio primo pigiama party di sole femmine della nostra classe, mi sono fatta venire a prendere di corsa dai miei genitori la sera stessa. Il giorno dopo ero ancora terrorizzata e quasi in lacrime, perché le mie cosiddette Amiche dello Sleepover mi avevano costretto a un'agghiacciante prova trucco che mi aveva reso un orrido pagliaccio (e io odio i pagliacci).
A quel punto ero di fronte a un problema, se non volevo rimanere sola, dovevo decidere: combattere per non farmi soffiare la mia metà da un novellino o farsi spaccare i timpani dall'ennesima canzone struggente di amori che a quell'età non avrei mai potuto capire – e nemmeno ne avevo l'intenzione.
Non fu una scelta sofferta, primo tra tutti perché non avrei mai permesso a nessuno di rubarmi mio fratello. Piuttosto scoprii di saper parlare meglio la lingua dei maschi, che quella delle mie coetanee. Così, snobbata da queste ultime che da quell'episodio mi soprannominarono la Strana, mi riavvicinai a Giulio e all'Intruso, decisa al colpo di stato.
La sete di vendetta straripava da ogni poro e devo dire che dalla mia avevo un'innata capacità di far scappare le persone con un solo sguardo già a dodici anni; ero fiduciosa che entro un mese avrei fatto rimpiangere a quel ragazzino occhialuto e pelle e ossa di aver invaso il mio territorio. Ricordo che elaborai per iscritto un piano per debellare quell'intrusione in una notte.
L'idea era di riuscire a superarlo in qualsiasi cosa facessimo, per scoraggiarlo: voti a scuola, nei provini della squadra di calcio e così in tutte le attività che ci venivano in mente di fare a quell'età. Ma come con mia madre quando ero piccola, non avevo imparato che i nemici non devono mai essere sottovalutati: se io prendevo un ottimo in matematica o in qualsiasi altra materia, lui mi raggiungeva nell'interrogazione successiva; se ottenevo il ruolo di primo attaccante, lui otteneva quello del portiere. L'Intruso doveva aver capito le mie ostilità nei suoi confronti, non c'erano altre spiegazioni.
Tutta la seconda media è stata una continua e caparbia lotta a fare sempre meglio e più dell'altro. Premio: il mio ignaro fratello.
A discapito di tutti i miei pronostici, era passato un anno senza che riuscissi a scalfirlo nemmeno un pochino ed ero davvero stremata, ma quel bamboccio non mi avrebbe mai avuta vinta. Mai.
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Salve a tutti! Spero che questa prima parte vi abbia incuriosito a leggere le seguenti. È la prima storia che pubblico e mi farebbe davvero piacere un parere, anche un insulto (ma che sia costruttivo!) ;)
Grazie a chi voterà (se voterà) o commenterà (se commenterà) :P
Al prossimo aggiornamento!
Ps: qualcuno di voi ricorda i Blue? Io andai al concerto che avevo probabilmente 12 o 13 anni. Il primo concerto in assoluto. Non potrò mai dimenticare il balletto/lapdance di Lee Ryan sulle casse.
Se ricordate anche voi di loro, fatemelo sapere.
Pps: mi sento vecchia a ripensare quei tempi!
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Legami
Teen Fiction[COMPLETA] La vita di Vittoria è sempre stata accompagnata dal gemello Giulio. Uniti da un legame esclusivo. Finché non arriva un terzo gemello, Filippo. O Gemello Diverso. In questa breve storia ci sono scorci di vita della protagonista, raccontat...
