Il manichino distava dal ragazzo quasi una ventina di metri.
Indossava gli occhiali e le cuffie, così da proteggersi sia gli occhi che i timpani. Alle sue spalle, appoggiato alla parete ad osservare i suoi movimenti, un uomo sulla trentina, dai capelli ingrigiti e un giubbotto in pelle nera sulle spalle, lo osservava senza battere ciglio. Gli occhi neri osservavano le spalle tese del moro, il quale con un occhio chiuso, cercava di prendere per bene la mira.
Doveva riuscire a prendere il piccolo punto rosso al centro della fronte del manichino in gomma piuma.
L'indice era appoggiato al grilletto nero, mentre la mano sinistra e quella destra impugnavano saldamente l'oggetto in metallo.
Il tempo, si era come fermato.
Lui non sentiva più il respiro dell'uomo, o i passi fuori dal pentagono, o i motori delle auto attraverso i muri.
Sentiva solamente il battito del suo cuore, coordinato al respiro leggermente rallentato. Alcune gocce di sudore percorrevano la sua spina dorsale, ma nulla era più chiassoso se non il battito.
Quella notte aveva fatto di nuovo quel sogno.
Aveva di nuovo sognato quegli occhi magnetici e quei ricci biondo miele. Non riusciva a toglierseli dalla mente, erano come un chiodo fisso o un parassita. Un parassita maledettamente piacevole.
Le mani tremavano leggermente al ricordo di quelle iridi, eppure con un profano respiro, riuscì a svuotare completamente la propria mente da ogni singolo pensiero.
Quel chiodo, venne tolto e spostato in un angolo remoto del suo cervello, così che potesse concentrarsi.
Nella sua mente, ripetè quel mantra che gli era stato incultato sin da bambino.
Svuota la testa.
Respira.
Ascolta il tuo battito.
Chiudi gli occhi.
Premi il grilletto.
Uccidi.
Premette quel piccolo oggetto, e un proiettile percorse una linea orizzontale perfetta. Il punto rosso fu sostituito da un buco nero. I rinculo non lo mosso nemmeno di un centimetro.
Aveva fatto centro.
Si tolse gli occhiali trasparenti, e posizionò il paio di cuffie attorno al suo collo, passandosi poi una mano tra i capelli e spettinandoli leggermente.
Un leggero applauso, lo fece voltare. Impugnava ancora saldamente l'arma, come se essa fosse un'ancora di salvezza.
«Ottima prestazione Thomas. Mi stupisci ogni giorno di più. La direttrice sarà felice di questo tuo notevole miglioramento. » Si complimentò l'uomo.
Janson ripeteva quelle stesse parole, ogni giorno, ogni volta che assisteva ad un allenamento del moro. Sembrava quasi un disco rotto, visto anche lo stesso tono robotico che usava sempre.
Il ragazzo raddrizzò la schiena e non si mosse finché, dopo la quotidiana pacca sulla spalla, Janson uscì dal poligono, lasciando la recluta da sola. Ogni giorno era uguale a quello prudentemente e, questa quotidianità, aveva iniziato ad ucciderlo lentamente.
Thomas tornò a respirare, come faceva ogni giorno, e come sempre, la porta si aprì, rivelando un ragazzo dai tratti asiatici.
Thomas posò la pistola al suo fianco, prima di rivolgere un leggero sorriso all'amico che, sorridendo al compagno, chiuse la porta alle sue spalle con il piede.
«Ehi Pive, che ti ha detto l'Uomo Ratto? » Chiese lui, mentre lanciava una lattina di Cola all'amico, il quale si era seduto sul ripiano, affianco alle armi. Portò i suoi occhiali protettivi sulla fronte, mentre le cuffie continuavano a circondargli il collo.
Tra le reclute, veniva chiamato così Janson. Non solo per i suoi tratti simili a quelli di un tipico ratto di fogna, ma anche per il fatto che fosse una persona insensibile, egoista e viscida. Era considerato come il tirapiedi della Direttrice, Ava Paige, anch'essa con il medesimo carattere dell'uomo con un'unica differenza: lei era molto più cinica e fredda.
Di rado la donna si faceva vedere durante gli allenamenti e quando capitava, era per un ingaggio al quanto importante.
Ma s capitava, il gelo calava nella stanza.
Indossava sempre quello stesso vestito blu notte, stretto lungo le forme del corpo e sopra, il camice bianco, tanto lungo da toccare quasi terra. I capelli li teneva legati in uno chignon ordinatissimo, e al suo passaggio, lasciava dietro di sé un odore misto tra rose e antibiotici. Più riconducibile a quello della morte.
Oltre ad essere la dirigente, era anche la capo-reparto in uno degli ospedali comuni, più grandi nel paese. Difatti, quando non era nel Palazzo Nero, così come lo chiamavano tutti, era un medico ricercato.
«La solita tiritera. Sono bravo, sono migliorato, sono quello e sono l'altro...- Aprì la lattina e come facevano i bambini, iniziò a piegare la linguetta in avanti e in dietro, mentre nella sua testa ripeteva l'alfabeto. Il piccolo oggetto si staccò alla lettera N. Senza darci molto peso, abbandonò la linguetta vicino alla pistola. -Qui le cose sono sempre le stesse. Non si cambia mai, ormai è tutto ripetitivo. E noioso. Ho bisogno di cambiare aria, Minho. » Si sfogò Thomas, buttando fuori tutto quello che continuava ininterrottamente a pensare.
L'amico sorrise, e contemporaneamente, iniziarono a bere dalla lattina.
«Thomas non sei l'unico a pensarlo, ma non vieni ingaggiato da un giorno all'altro. E tu sei quello che lo sa più di tutti, o sbaglio? »
Aveva ragione. Il ragazzo aveva avuto circa dodici missioni, suicide, in ogni parte del mondo, in solo due anni. Nei quindici precedenti, aveva atteso con ansia un suo ingaggio, mentre i suoi colleghi nonché coetanei, terminavano la loro prima missione.
Diversamente da come credevano tutti, compreso l'Uomo Ratto e Ava Paige, Thomas si rivelò un agente perfetto e forte, difatti non tralasciò un solo dettaglio nelle sue missioni.
Era molto dotato, sia fisicamente che mentalmente.
Però, dopo quegli anni e quelle missioni alla 007, tornò tutto alla grigia quotidianità, e la noia tornò a fargli compagnia. Era passato un itero anno dall'ultima missione.
Bevve un altro sorso della Cola, prima di tirare un sospiro pesante.
«Hai ragione, Minho. Come sempre.» Rispose il moro, stropicciandosi il viso con la mano destra.
Lui era un mancino in tutto.
Dallo scrivere allo sparare, al tagliare le carote e tirare coltelli.
Anche questo lo differenziata dai suoi compagni, visto che tutti, senza tralasciarne uno, erano destrorsi.
Ma questo era un dettaglio futile.
«Beh, per scacciare la noia, sta sera vieni nel mio appartamento. Ci saranno pure gli altri, ci guarderemo la partita di football e mangeremo schifezze in quantità. » Propose felice Minho, prima di alzarsi e schiacciare la lattina in acciaio contro la sua fronte.
Anche Thomas fece così, era una loro regola: dopo aver finito una bibita, che si in lattina o in bottiglia, il contenitore se lo dovevano schiacciare in fronte. Le buttarono in un cestino lì vicino, e uscendo, Minho circondò le spalle dell'amico con un braccio.
«Tu sì che sai come convincermi!» Si complimentò Thomas, facendo ridere il suo amico con quella risata così contagiosa, che fece ridere anche colui che parlò.
Quella sera, assieme a Winston, Ben e Zart, passarono una serata tra ragazzi e tra patatine, hamburger, bibite sparse sul pavimento e ciabatte volanti, si addormentarono al sorgere del Sole.
La faccia dell'Uomo Ratto nel vedere quel macello, all'ora di sveglia, fu però impagabile. Ma i venti giri di corsa in più, non tanto.
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Shotgun /Newtmas' AU/
FanfictionThomas sogna ogni notte l'identico ragazzo e, nonostante cerca di reprimere quel viso angelico, questo è ormai tatuato nella sua testa. Dopo essere stato ingaggiato, insieme alla sua squadra, in una nuova missione dall'altra parte dell'oceano, l'age...
