La crisi

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Si svegliò agitato, subito assalito dal ricordo della discussione della sera precedente. Doveva trovare una soluzione al più presto possibile o gli sarebbe sfumata davanti agli occhi quell'opportunità che tanto aspettava. Quella mattina non attese che sua mamma lo chiamasse ancora e ancora come era solito fare, ma si alzò subito, si preparò velocemente e consumò una frettolosa colazione per poi uscire di corsa e arrivare a scuola con un quarto d'ora d'anticipo. Sapeva che lei sarebbe arrivata presto come di consueto, e voleva parlarle prima dell'inizio delle lezioni. Sperava in una risposta positiva, ci contava davvero. Probabilmente era la sua unica possibilità di spuntarla. Per tutta la sera aveva cercato di far comprendere con parole accorate ai suoi genitori l'importanza che rivestiva per lui, ma suo padre era stato irremovibile. “Ma per chi mi hai preso?”,  aveva gridato, “per Berlusconi? Mica me li regalano, a me, i soldi. È ora che tu capisca, non sei più un bambino. Certe cose non possiamo permettercele, non in questo periodo, sono finiti i tempi delle vacche grasse. C'è la crisi. Al lavoro non si parla altro che di tagli, esuberi, pensioni anticipate. Non è proprio il momento! E per dare retta a te, l'ultima volta, in questa famiglia ci sono quattro bocche da sfamare!”.

“Quattro bocche?”, aveva replicato, sconcertato, “e da quando non sono più figlio unico?”

“Mi riferisco al cane, quello che tu hai voluto a tutti i costi. Hai idea di quanto paghiamo anche solo per il cibo e poi c'è il veterinario e tutto il resto!”

Suo padre aveva ragione, era stato lui a insistere per prendere Lucky tre anni prima. Naturalmente sua madre non era d'accordo al principio, un cane in appartamento non era proprio il caso, aveva detto, e poi chi se ne sarebbe occupato? Lei aveva già troppo da fare per prendersi cura anche di un animale. Ma a forza di preghiere, insistenze, promesse, aveva convinto suo padre e infine sua madre non aveva saputo resistere alla dolcezza di quel cucciolo che per giunta non sarebbe costato nulla perché regalato da un amico. E così Lucky era entrato a far parte della famiglia. I primi tempi ne era stato così entusiasta, lo portava ovunque con sé, amava soprattutto portarselo dietro quando c'erano gli amici perché era un modo formidabile per attirare le ragazze. Poi Lucky era cresciuto e, su questo sua madre non aveva avuto torto, l'appartamento gli era diventato troppo stretto. L'entusiasmo iniziale aveva lasciato lo spazio all'abitudine e a volte alla contrarietà, soprattutto quando sua madre lo obbligava a portarlo a spasso d'inverno, per i bisogni o solo per farlo sgranchire un po', per onorare le promesse fatte.

Stavano discutendo ormai da due ore buone senza che fosse riuscito a persuaderli di quanto fosse fondamentale per lui, per il suo futuro, quando suo padre aveva menzionato il cane. Era solo una scusa o era forse una possibile via d'uscita a quella situazione d'impasse? Perché se il problema era quello, una soluzione era realizzabile. Solo dopo aver speso molte altre parole, al limite della  disperazione e con le lacrime agli occhi aveva strappato a suo padre la promessa di accontentarlo, a condizione che avesse trovato una nuova casa per Lucky entro il giorno seguente.

Gli era subito venuta in mente lei perché ogni volta che vedeva il cane gli correva incontro sorridente e lo accarezzava a lungo. Ripeteva sempre quanto era fortunato ad averlo, quanto avrebbe desiderato averne uno anche lei. Così si era precipitato a telefonarle, anche se erano già le dieci e mezzo della sera e lei aveva risposto che ne avrebbe parlato con i suoi.

L'attendeva nervoso alla fermata dell'autobus vicino alla scuola dove sarebbe arrivata di lì a pochissimo, ma quando era scesa le sue speranze erano subito state disilluse. I suo genitori, disse, non erano assolutamente d'accordo. Era molto deluso, cominciò a farsi prendere dall'agitazione. Se almeno suo padre glielo avesse detto prima, avrebbe avuto più tempo, ma così, all'ultimo minuto, era un'impresa quasi impossibile. Vide arrivare i suoi amici Mauro e Daniele. “Allora, ci sarai oggi?”, domandò il primo. Li rassicurò dicendo che li avrebbe raggiunti direttamente lì, pregandoli inoltre di tenergli il posto se avesse tardato. Utilizzò i dieci minuti rimanenti prima del suono della campanella andando a parlare con il maggior numero di amici e conoscenti nella speranza che qualcuno acconsentisse. Così fece  anche durante l'intervallo e all'uscita. Naturalmente quei pochi interessati avrebbero dovuto chiedere il consenso dei genitori, ogni decisione veniva quindi rimandata al primo pomeriggio. Tornò a casa inquieto, ma ancora speranzoso. Appena terminato il pranzo, si chiuse nella propria stanza a telefonare. Uno dietro l'altro esaurì i dieci numeri di telefono che si era annotato. A nulla valsero le sue suppliche, nessuno rese concreto il suo interesse. Fu preso dallo sconforto. Erano già le due, mancavano solo due o al massimo tre ore, poi avrebbe perso quell'importante occasione.  Si stese sul letto a pensare, scorrendo mentalmente l'elenco di amici e conoscenti per cercare di individuare qualcuno con cui non aveva ancora parlato e che avrebbe potuto essere interessato. Si rialzò e fece altre tre telefonate, ma invano. Imprecò, sbattendo malamente il cellulare sulla scrivania che per l'urto rimbalzò e finì per cadere nel cestino. Gli scappò un'altra sfilza di imprecazioni. L'ultima possibilità, si disse, è fare un giro in centro nei posti più frequentati dai suoi coetanei per cercare qualcuno, magari un amico di un amico. Mise la mano nel cestino e ripescò il cellulare. Fu allora che lo notò. Era un trafiletto di poche righe nel giornale locale della settimana precedente che era stato buttato nel cestino. Gli sembrò un segno del destino. Se non avesse proprio trovato nessuno, aveva ancora quella possibilità. Chiese a sua madre di prestargli la macchina, le disse che aveva trovato qualcuno a cui affidare il cane e che glielo avrebbe portato subito. Suo padre non era ancora tornato. Domandò a sua madre con apprensione se il padre si fosse ricordato di ritirare i soldi al bancomat per quella faccenda, perché più tardi sarebbe passato a casa a prenderli, ne aveva bisogno entro le quattro. Lei rispose che pensava di sì.

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