New York

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Dopo Parigi, Francoforte e Los Angeles, mi dirigo verso New York, un'altra città da eliminare dalla mia lista.

Come al solito mi tocca abbandonare per l'ennesima volta la mia vita, chiudere tutti i ricordi nella solita valigia e prendere almeno per ora un biglietto di sola andata.

Io sono Nicole Smith, una diciassettenne, figlia di Katy Wilson, nota giornalista del New York time, e di Peter Smith, direttore della National Gallery.

Da quando i miei genitori si sono separati, mia madre ha incominciato a viaggiare molto più frequentemente di prima, ed io con lei.

Amavo trascorrere del tempo con i miei genitori, che a quell'epoca si amavano da morire, fino a quando mio padre non scoprì che mia madre lo tradiva con un suo ''collega'' di lavoro.

Così i due si separarono e mia madre pian piano riuscì ad ottenere la mia custodia.

Crescendo ho imparato a chiudermi sempre più in me stessa e cambiando molto spesso città non mi è facile crearmi una vera vita da vivere.

<<Nicole sbrigati, o perderemo l'aereo.>> urla mia madre dal salotto.

La città dove sono nata è la mia amata Londra, mi manca moltissimo alzarmi al mattino, affacciarmi alla finestra e vedere l'imponente Big Bang che mi suggerisce l'orario per andare a scuola.

Mi manca la sua sottile pioggia, la leggera brezza che mi scompigliava sempre i capelli prima di entrare in classe, mi manca persino vedere le vecchie noiose facce dei miei professori e quelle dei miei compagni.

Odio il fatto che non possa rivivere tutto questo, odio sperare sempre che mia madre entri in camera dicendomi ''Nicole, si parte per Londra.''

Odio il fatto di dover prendere questo aereo, e odio mia madre, per aver rovinato la nostra famiglia e la mia vita, perché se lei non avesse mai tradito mio padre, adesso vivrei come un adolescente normale.

<<Il volo è alle 8:00, credi di potercela fare?>> chiede mia madre in modo sarcastico.

La guardo ma non le rispondo, se dipendesse da me non partirei, invece sono qui a cercare di infilare tutte le mie cose in questa fottuta valigia cercando di non tralasciare niente di fuori visto che l'ho chiusa e aperta già dieci volte.

Prima di chiuderla di nuovo do un'occhiata in giro per assicurarmi che davvero non ci sia più niente da prendere, ma noto ancora qualcosa.

Vado verso la scrivania e prendo tra le mani una cornice che racchiude una foto di noi tre nei momenti ''felici''.

C'è mio padre, che mi tiene in braccio e mi guarda con quegli occhi pieni di gioia, alcune ciocche bionde gli scendono dalla fronte nascondendomi quasi quei due magnifici occhi color ghiaccio.

I capelli brizzolati incorniciano alla perfezione il suo viso e la pelle olivastra sembra riflettere la luce del sole dandogli un aspetto radioso.

Mia madre gli circonda il corpo con le sue gambe ben tonificate e lo abbraccia con un sorriso raggiante.

I capelli castano scuro le scivolano sulle spalle e si intonano alla perfezione con i suoi occhi del medesimo colore, che trasmettono mistero.

E poi ci sono io che penzolo tra le braccia di mio padre, i miei capelli castano chiaro volano con il vento e i miei occhioni scuri sembrano pieni di felicità.

Sulle mie labbra c'è stampato un enorme sorriso e sono ricoperte dal gelato al cioccolato che avevamo finito di mangiare circa cinque minuti prima di scattare la foto.

So che vi starete chiedendo chi abbia scattato la foto.

Ebbene si, mio padre aveva obbligato una donna, ricordo che si era quasi arrabbiato perché nessuno voleva scattarci una semplice foto, soltanto perché andavano di fretta.

Talking about youWhere stories live. Discover now