Jane era giovane, bella e graziosa intelligente ed estremamente scaltra, capace di sedurti con uno sguardo e di ucciderti con un altro, una vera femme fatale.
Come d'abitudine la donna era solita ad entrare in un elegante lounge bar della capitale americana, città in cui abitava. Era un locale molto tranquillo e raffinato, come lei che indossava un abito a vita bassa nero molto semplice e camminava abbastanza velocemente e con passo leggiadro sulle sue scarpe bianche.
Al pianoforte a coda suonava il pianista che rasserenava l'atmosfera.
Era tutto come da routine; tranne lei. C'era qualcosa in lei che non andava, tutti se ne erano accorti, pure quel barman mingherlino, vestito di una divisa nera e un po' triste, al bancone l'aveva notato, i suoi lineamenti solitamente dolci e rilassati erano stranamente rigidi e la dolce J era visibilmente tesa, ma solo lei e Dio potevano sapere cosa le stava accadendo.
Il solito uomo alto e ben piazzato la raggiunse.
Sembrava si chiamasse John, ma tutti lo chiamavano "l'Uomo", o almeno chi non lo conosceva bene.
Jane lo salutò con un sorriso falso e forzato, poco dopo il cameriere arrivò da loro chiedendo se poteva portare loro il solito Bloody Mary.
Finito di sorseggiare il drink e, per John, di fumare un sigaro cubano di altissima qualità che emanava un odore pungente, tale e quale a quello dei suoi vestiti e dei suoi capelli neri, ormai impregnati di fumo, si avviarono e, stranamente, raggiunsero casa di Jane insieme.
Giunti in casa Jane e John si accomodarono subito su uno dei due divanetti di pelle bianca e si accese un Petit Churchill ancora prima che lei potesse proferire parola.
Dopo aver parlato del più e del meno lei si alzo in piedi e tornò con un calice di vino rosso, un bicchiere contenente un'abbondante quantità di Scotch invecchiato e una busta ingiallita in mano.
La busta presentava un sigillo rosso, un sigillo anonimo, mai visto prima ed era già stata aperta e, ovviamente, letta da Jane.
Jane prese un sorso di vino e diede la lettera e lo Scotch in mano a John.
Lui prima aprì la busta e poi cominciò a bere il suo drink.
Iniziò a leggere e man mano che leggeva i suoi lineamenti diventavano sempre più rigidi, serrò la mascella e strinse i denti, non poteva crederci.
Alla fine della durissima lettura riprese in mano il sigaro che nel frattempo aveva lasciato fumare in un portacenere di cristallo sul tavolino da caffè di legno scuro, aspiró una boccata di fumo e poggiò sullo stesso tavolo pure la lettera e inspirando il fumo denso chiese "Da chi cazzo arriva?", Jane scrollò le spalle e cominciò a piangere silenziosamente, poi parlò "Devo partire questa settimana o non lo troverò più" disse in lacrime da un singhiozzo e l'altro "se vuoi venire prepara le tue cose." concluse prima di ritirarsi nella sua stanza col suo calice e un sigaretta.
Avevano rapito suo fratello, Sam Carter, e lo tenevano in ostaggio.
***
Il giorno dopo si trovarono alla stazione dei treni, lei era sempre estremamente elegante, col suo fazzoletto bianco legato al polso, le due grandi perle come orecchini e un abito color crema a pieghe, portava a mano una valigia bordeaux, conteneva lo stretto necessario, sperava di tornare presto.
John era in anticipo di qualche minuto su Jane, lui era sempre signorile e serioso, aveva una valigia probabilmente colma di completi.
Partirono senza dire niente a nessuno, salirono sul primo treno per
Dovevano arrivare a Londra e da lì a Parigi, erano felici di partire insieme ma la malinconia portata dal rapimento di Sam era grande e sovrastava qualsiasi sentimento.
Erano seduti uno di fianco all'altro, in quei posti stretti e un po' bassi per John.
Il volo sarebbe durato troppo e dopo meno di un'ora John stava già dormendo mentre Jane guardava fuori dal finestrino, stringendo i denti e mordendosi le labbra rosee cercando di trattenere le lacrime.
Il viaggio sembrò infinito, lei non dormì e mangiò un pezzetto di pane dal suo piatto.
Presero il secondo aereo all'aeroporto di Londra e dopo quel volo più breve, ma stancante un taxi parigino li portò al loro albergo.
Nonostante John sembrasse più rilassato non lo era e lo si capì appena arrivarono nell'hotel di lusso dove avrebbero alloggiato.
Si lasciò cadere su una poltrona di pelle marrone e con la testa fra le mani, appena dopo essersi tolto il cappello, si mise a piangere in silenzio.
Non voleva Jane lo vedesse, infatti si sfogo proprio mentre lei era in bagno, ma appena uscì e si accorse di come stava lo abbracciò forte "lo ritroveremo" disse con voce confortante ma appena Jane si sciolse dall'abbraccio lui si alzò in piedi di scatto e buttando a terra il cappello urlò "LUI È COME UN FRATELLO PER ME" ma esaurì le energie con quell'urlo buttandosi nuovamente sulla poltrona, si accese un altro sigaro estratto dalla tasca interna della giacca e rimase a fumare e guardare il vuoto per qualche decina di minuti prima di alzarsi e lasciare la stanza senza dire nulla a Jane che dormiva sul confortevole letto della loro lussuosa suite.
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April in Paris
General FictionSono gli anni '30, quando un avvenimento sconvolge la vita di Jane, una giovane e ricca donna americana costretta ad attraversare la nazione lottando per ciò che le è più caro.
