haunting // prologo.

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❝You moved past your own mistakes in a bed at home,
I'm hoping you could save me now but you break and fold.
You've got a fire inside but your heart's so cold❞

Haunting // Prologo .

Quando James lasciò la stanza 114 del ''Myland Motel'', lo sguardo di Claudie si appesantì e appannò tanto velocemente da farle accapponare la pelle.
Tirò con entrambe le mani le lenzuola fin sopra al petto, le strinse forte sulla pelle e trattenne il fiato per un po', il tempo necessario per ricacciare indietro le lacrime che con forza, si stavano facendo spazio nei suoi begl'occhi color nocciola.
Le tendine celesti erano state chiuse accuratamente, non trapelava un filo di luce e quella stanza, benché familiare, le sembrava più sudicia di quando l'aveva lasciata l'ultima volta in cui vi era stata.
Le pareti le sembravano più grezze, il materasso più scomodo e l'aria, improvvisamente, si era appesantita tanto da farla tossire più e più volte, provocandole perfino nausea. Ogni giorno, da quasi un anno, si chiedeva cosa aveva fatto per meritare una condanna così aspra, così insopportabile, e puntualmente quando una risposta non arrivava, si dava della stupida perché in fin dei conti, si era cacciata lei in quella situazione e come se non bastasse, anche provandoci, non aveva mai trovato la forza necessaria per tirarcisi fuori, per raccogliere le sue quattro ossa, e ricominciare una nuova vita. 
Claudie aveva conosciuto James in un piccolo bar di Lakewood, le erano bastati cinque minuti per capire che era fottuta: gli occhi fin troppo verdi del ragazzo, le sue labbra sottili ma del colore delle fragole in estate, le sue mani grandi e fredde, l'avevano ammaliata fino ad avvertire un leggero bruciore alla bocca dello stomaco, un formicolio che le risaliva la spina dorsale, una scossa elettrica capace di mandarla in fibrillazione.
Il profumo del ragazzo quella sera le era rimasto addosso e il sapore di tabacco misto al rum, l'aveva inebriata tanto da desiderare un bacio in più, poi un altro ancora, senza smettere mai, senza sentirsi sazia, appagata e piena.
Ritornati a Denver poi, le cose si erano complicate notevolmente: avevano iniziato una sorta di gioco a premi nonostante vivessero lontani, un eterno rincorrersi fatto di ricompense e punizioni, di segreti e bugie, si laceravano e si leccavano le ferite a vicenda, si perdevano in continuazione e si ritrovavano con la stessa audacia di sempre, come se quella faticosa lotta, benché divertente, potesse cancellare il dolore scaturito dal tempo e dai ricordi sbiaditi. Quella inusuale danza che scandiva i movimenti di entrambi, lentamente ma con una forza spaventosa, aveva reso la ragazza a lungo andare insofferente e stanca, tanto da guardarsi allo specchio e non riconoscersi: i suoi occhi grandi non erano più curiosi e vispi, le sue mani le sembravano troppo minute per stringere quelle di qualcun altro, le gambe snelle e lunghe fin troppo deboli per correre da sole e i suoi fianchi, se non sorretti, incapaci di ondeggiare, vanitosi ed eleganti, su alcuna musica improvvisata.
Aveva provato più volte a dimenticare i capelli biondi e scarmigliati di James, aveva provato a mettere da parte il modo languido di pronunciare il suo nome con quell'accento americano così marcato che lo distingueva dagli altri, la strana sensazione che inevitabilmente le nasceva al centro del petto quando lo incontrava inaspettatamente per le strade della sua città; ogni tentativo di ribellione verso quel malsano sentimento che li univa e rendeva schiavi, diveniva vano quando il pensiero di lui si rivelava più forte di ogni altra cosa, così forte da figurarle davanti agli occhi il sorriso beffardo che faceva capolino sul volto del ragazzo ogni qual volta ritornava da lei con una scusa diversa da raccontarle, e una bugia pronta sulle labbra in attesa di essere pronunciata: poteva immaginare la sua spalla poggiata alla porta in cedro di casa sua e le mani nelle tasche, il capo chino in avanti e gli occhi lucidi e grandi, belli come il sole d'aprile, mentre le parlava e le sillabava parole d'amore, belle in quei momenti e poi sofferte quando l'unica cosa a farle compagnia era la sensazione di smarrimento che le abitava il petto, ogni qual volta le sue spalle si allontanavano.
La reminiscenza del ragazzo ritornava a farsi spazio dentro di lei come un uragano, distruggendo tutto ciò che la circondava e riportandola al punto di partenza, demolendola sempre un po' di più.
D'altro canto Claudie sapeva bene che non sarebbe mai cambiato nulla, che nonostante tutto, anche provandoci con tutta se stessa, le cose non sarebbero mai migliorate tra di loro e proprio per questo non riusciva ad uscire da quella sorta di limbo: non riusciva a mettere da parte il sentimento che la attraeva e legava a lui, non riusciva a rassegnarsi all'idea che tutti i suoi sforzi, i suoi tentativi fino a quel momento, erano stati inutili e molto probabilmente fuori luogo.
Avrebbe voluto solo fargli capire che non era un giocattolo, che non poteva prenderla e spostarla a suo piacimento, che anche lei aveva sentimenti e che non meritava quella condanna al tempo stesso dolce e straziante; avrebbe voluto rassicurarlo, prendersi cura di lui e del suo cuore malandato nonostante fosse incapace perfino di prendersi cura di se stessa, avrebbe poi voluto rimettere in ordine i suoi dolori, alleggerirglieli e renderli meno tetri, avrebbe voluto colmare i vuoti del suo animo seppur irreparabili e così marcati da esser profondi e totalmente bui.
Col passare del tempo, aveva iniziato a pensare che i suoi comportamenti fossero dettati da ciò si portava dentro, dal mondo con il quale era sempre stato costretto a vivere e per questo, lo aveva sempre giustificato fino a comprendere le sue pazzie e quasi ritenerle sensate, ed era per questo che si illudeva di poterlo ''aggiustare'', di poter dare forma al suo mondo rendendolo meno aspro e tagliente. Ma come mostri il sole ad una persona che vive nel buio?
A volte ci si illude d'essere un'intera isola preziosa, e invece si è solo un'inutile granello di sabbia, e Claudie questo lo sapeva bene benché lo ignorava volutamente, sperando sempre in qualcosa di giusto.
Mosse delicatamente i polpastrelli sul telo bianco, passò in rassegna ogni centimetro di quella stoffa ormai impregnata del profumo del ragazzo, e senza rendersene conto, si ritrovò a trattenere nuovamente il respiro.
Le era così difficile far finta di stare bene in quei momenti fatti di silenzi e solitudine, si sentiva come sospesa nel tempo e nello spazio, isolata da ogni cosa, svuotata. Tutto le scorreva dinanzi con una tale velocità che faceva fatica a rincorrere ogni suo pensiero e imprimerlo nella mente: le cose che avrebbe voluto dire, quelle che avrebbe voluto nascondere, le sensazioni che avrebbe voluto dimenticare e la preoccupazione che invece avrebbe solo voluto ignorare, ogni minimo pensiero si accavallava con quello successivo e la confusione cresceva a dismisura, creando caos e malessere.
C'erano parti di lei che ancora non imparava a conoscere e avrebbe tanto voluto, un giorno, aprire quel capitolo della sua vita e affrontare con coraggio i suoi desideri, le sue voglie irrefrenabili, senza paura e con determinazione, quella che le mancava quando si trattava di sfidare l'amore e le sue conseguenze, quella che non ritrovando in se stessa le facevano vacillare la terra sotto i piedi.
In ogni caso, Claudie si era trovata spaesata quando a distanza di anni, non aveva riconosciuto nell'amore, ciò che aveva sempre immaginato da bambina, e delusa aveva sempre evitato di pensarci su troppo a lungo, perché le faceva male confrontarsi con un così grande inganno, male tanto da serrare gli occhi e far finta di sparire.
Lentamente si tirò su fino a far aderire la schiena scoperta alla testiera del letto, lasciando che il lenzuolo le scivolasse sulla pelle rivelando i suoi seni nudi, poi distrattamente allungò il braccio destro fino al comodino, sfilò una Merit Light dal pacchetto semivuoto, e dopo averla portata alle labbra l'accese aspirando a lungo solo per udire il rumore della cartina bruciare e sfrigolare fra le sue dita, squarciando lievemente quel silenzio insopportabile.
Sarebbe stata l'ultima della serata, quella, e avrebbe provato a godersela ad ogni boccata, così da sentirsi sollevata per qualche minuto.
Da lì a poco si sarebbe rivestita, avrebbe fatto qualche smorfia allo specchio per la sensazione di sporco e unticcio che avrebbe avvertito sulla pelle, avrebbe passato frettolosamente le mani tra i capelli e dopo averli legati in una treccia sfatta, sarebbe andata al bar del motel, come ogni maledetta volta.
Compiva quei movimenti senza neanche soffermarvisi più di tanto, era diventata una routine ben oleata e il correre in auto per raggiungere quella stanza dalla porta scolorita, le scale fatte a due a due per l'impazienza di un bacio, l'affanno nell'attraversare quel corridoio e ritrovarselo lì, dietro quelle mura contaminate dal cinismo, svestito di tutti i suoi problemi, di tutti i suoi mali, convincevano Claudie a farlo sempre ''un'ultima volta'', che inevitabilmente si rivelava la penultima.
Se qualcuno le avesse chiesto se quella era la fine che desiderava per se stessa, lei avrebbe semplicemente risposto in modo poco appropriato, con un dito medio e un sorrisino strafottente stampato su quella faccia da schiaffi che si ritrovava, perchè mai avrebbe lasciato che qualcuno leggesse dentro la sua testa, dove nascondeva paure e sensazioni sgradevoli, e anche se spesso desiderava semplicemente essere capita e compresa, mai avrebbe lasciato che le sue labbra pronunciassero parole smielate e melense riguardo il suo futuro.
Molte sere, prima di addormentarsi, le era capitato di immaginare uno sguardo dolce, carico di bontà e affetto, un'immagine che aveva abitato la sua mente qualche secondo, quel poco per innescare un effetto domino: la sensazione di sentirsi al sicuro tra le braccia di un altro individuo, quella stessa sensazione capace di sminuire le negatività smorzandone i lati peggiori, rendendole quasi sopportabili, sulla pelle e tra le costole, avevano fatto si che notte dopo notte, la mancanza di un corpo caldo e vigile alla sua destra, la rendesse irrequieta e insonne.
Il sesso finito in un amplesso mediocre, non la soddisfaceva più, e se prima il profumo di James impigliatosi sui suoi vestiti la facevano sentire più forte, a tratti imbattibile, ora recava in lei solo rabbia e malcontento.
Scosse la testa, Claudie, quando legò con un elastico arancione la treccia che poi lasciò cadere sulla spalla sinistra, quasi le veniva da ridere istericamente al sol pensiero di vivere in un eterno flashback, in un riavvolgersi del nastro di cinepresa, impossibilitata di cambiare il finale a quella scena così banale e patetica.
Respirò a fondo, drizzò la schiena e passo dopo passo, varcò quella porticina azzurra e il numeretto stampato su di essa; le sue converse bianche, quasi tutte macchiate stridevano al contatto con il pavimento di finto parquet, e quando dopo pochi attimi arrivò al bancone del ''Jhonny's Girls Bar'', non potè evitare di chiedere un Gin Tonic a Nadine, la ragazza dai capelli rossi che puntualmente come ogni venerdì sera, serviva ogni tipo di alcolico in quel viscido locale.
L'odore forte di whisky le fece storcere il naso e bruciare leggermente gli occhi, arrossati e lucidi per le lacrime che qualche ora prima aveva versato. Strofinò le mani sul viso facendo pressione sulle guance, come a voler eliminare ogni traccia di quell'acqua salata che imperterrita le aveva segnato la pelle fino a fargliela bruciare e irritare: era stanca di quella sensazione, non le sembrava neanche più reale, come poteva a ventidue anni ritrovarsi in un luogo così malsano e vergognarsi di se stessa, nonostante ci fosse muffa ovunque?
Posava lo sguardo in un punto e poi frettolosamente ne passava in rassegna un altro, e poteva notare come tutto lì dentro, fra quelle quattro mura e la moquette lurida, sembrasse normale, come ogni porcheria fosse ben vista, eppure ai suoi occhi continuava a sentirsi inutile, pur dinanzi a quelle dinamiche totalmente estranee alla vita comune.
Tutto ciò che si faceva e vedeva in quel posto, nasceva e moriva lì, perché ogni cosa doveva essere un segreto e lei come gli altri, sapeva quanto fosse meglio chiuder la bocca e girare il viso dall'altra parte pur di evitare che la vita di tutti i giorni incontrasse quella del week-end e provocasse un'esplosione.
«Bambolina, perché ti rivedo sempre su quel dannato sgabello?», la voce bassa di Miles arrivò alle orecchie di Claudie dolcemente, quasi in una supplica, distogliendola dai suoi torbidi pensieri, «Non ti sono mancata neanche un po'?», chiese lei di rimando evitando di rispondere a quella domanda fin troppo scomoda, sorridendo e poggiando con poca grazia entrambi i gomiti sul bancone, attenta ad evitare le piccole scie bagnate dei precedenti drink posizionati sul legno laccato. Gli occhi scuri del cinquantenne si incupirono nonostante le sue labbra si fossero piegate in un sorriso cordiale, le rughe marcate fecero capolino sulla sua fronte non appena scosse il capo facendo dondolare di poco i suoi lunghi capelli corvini, le si parò poi difronte, scrutava il suo volto senza proferire parola, ferito dal suo comportamento come ogni volta che la ritrovava in quel posto. Avrebbe pagato oro pur di saperla lontana da Lakewood e quell'orribile motel, avrebbe dato qualsiasi cosa pur di ritrovare i suoi occhi limpidi e il suo sorriso incontaminato come la prima volta che l'aveva vista varcare la soglia del suo bar, e se solo avesse avuto il coraggio di dirle tutto, le avrebbe spiegato che quella vita non le si addiceva, che piano piano la stava facendo sfiorire come una donna che da tempo non trovava riposo.
«Non guardarmi in questo modo...», le labbra della ragazza si mossero lentamente, scandendo parola per parola, e adesso era lei la supplicante, «...sai come vanno queste cose, prima o poi passerà!», la sua voce si era leggermente incrinata nel prendere nuovamente parola, avrebbe tanto voluto credere a ciò che ella stessa aveva appena detto, ma le risultava così difficile pensare d'avere una via d'uscita, una strada secondaria da percorrere per sfuggire a tutta quella disperazione, a quella merda che ormai le si era attaccata addosso, e allora scosse la testa provando ad accennare uno sguardo sincero, cercando di allontanare quanto più possibile quel discorso che ormai da tempo era stanca di affrontare.
Nadine poggiò il bicchiere mezzo pieno -o mezzo vuoto, come lo si voleva vedere- in vetro bianco proprio davanti alla ragazza e le sorrise forzatamente nonostante la stanchezza che si trascinava addosso, ondeggiò poi leggermente per pulire il legno dinanzi Claudie, e velocemente un attimo dopo si congedò all'estremità opposta del bancone, concentrandosi su un altro cliente.
I polpastrelli della mora si strinsero saldamente al bicchiere e lo facero ondulare lentamente, poi con un gesto secco bevve il gin in un sol sorso e tossì quando il liquido chiaro le si riversò in gola, provocandole un piacevole e intenso bruciore.
«Cazzo, sono solo le nove.», esclamò poi cercando di spostare l'attenzione su un qualcosa di futile e non sulla solita solfa del suo rapporto malandato, «Jade sarà qui per le undici, mi tocca giocare di nuovo a freccette.», concluse ridendo con lo sguardo basso e la consapevolezza d'essere pessima nel cambiare discorso. Miles annuì a quell'affermazione sorridendo poi ricordando quanto fosse forte la ragazza a quello stramaledetto stupido gioco, le fece un cenno con il capo e poi ritornò a catalogare accuratamente le ultime bottiglie di liquore; l'uomo ogni tanto si lasciava andare ad un sospiro rassegnato, come a volerle far intendere che nonostante i suoi stupidi sforzi non era riuscita a fargli dimenticare la ramanzina che, come ogni volta, voleva rifilarle, e lei capendo cosa in silenzio il suo amico barista le stava raccomandando, si alzò di tutta risposta e si diresse ai tavoli situati infondo al bar.
Ogni qual volta si ritrovava lì, ad aspettare senza fretta Jade, la sua migliore amica, ne approfittava per stracciare qualche ubriacone a freccette e da un anno a quella parte, era diventata l'abitudine più elettrizzante del suo venerdì sera.
La prima volta che James la lasciò in quel motel da sola, aveva iniziato a curiosare in giro e oltre ad aver scoperto tante cose raccapriccianti, ne aveva scoperte altre alquanto interessanti: il Jhonny's Girls Bar era stata la prima cosa ad incuriosirla tanto da spingerla ad entrare e, ordinare il suo primo drink alcolico senza la compagnia di qualcuno, aveva poi scoperto che in guardiola l'anziana donna che gestiva il Myland Motel, Margot, portava il conto di quanti uomini tradivano le proprie mogli ignare, inoltre aveva conosciuto Lucas, il ragazzino biondo che la stessa donna accudiva da anni poiché rimasto orfano dopo un incidente, e infine, ma non per importanza, aveva scovato un muro completamente ricoperto da dediche d'amore e per quanto tutte quelle parole potessero inizialmente risultare una cozzaglia di caratteri associati a caso, capì che in realtà era una delle poche cose che si salvava di quel luogo così solitario e triste.
''Love will tear us apart'', aveva semplicemente scritto con un pennarello blu qualche venerdì dopo, e passati altrettanti venerdì, ancora non si era pentita di non aver scritto una cosa dolce tanto da cariare i denti come tutti gli altri: l'amore li avrebbe fatti a pezzi, ne era sicura.
«Giochi come una ragazzina di provincia.», asserì Claudie prima di ridere compiaciuta e incrociare le braccia al petto, raggirò il tavolino posto difronte al bersaglio e ritrovatasi dinanzi la tavoletta con le fasce circolari colorate e numerate, sfilò le sei freccette a disposizione, «Se vuoi ti insegno io...», propose poi lentamente al ragazzo che sorseggiava una birra scura dal grande boccale in vetro, per niente entusiasta di quella strana richiesta e scocciato dal tono di voce saccente della ragazzina che gli aveva appena rivolto la parola.
I capelli castani di lui erano tirati maldestramente su, tanto in disordine da far pensare alla ragazza che sicuramente poco prima qualcuno glieli aveva disfatti passandoci le dita dentro. I suoi occhi luccicavano appena ed erano di un color cioccolato molto intenso, sembravano tristi e ad una prima occhiata fin troppo profondi per carpirci qualcosa, le sue labbra spaccate al centro erano screpolate e contornate da un leggero livido giallognolo che ai bordi andava sfumandosi in un color violetto, le mani con le vene in evidenza catturavano l'attenzione poiché erano arrossate sulle nocche dove vi erano dei taglietti in via di guarigione.
«Se vinco io sarò lieta di offrirti il prossimo giro, altrimenti...», si portò in avanti ripercorrendo i pochi passi che aveva fatto appena prima, fino a ritrovarsi a meno di un metro dal castano, «...se vinci tu, sarà solo fortuna e allora non mi approfitterò di te lasciando perdere la ricompensa. Ci stai?», il tono giocoso mise in allerta i sensi del ragazzo che indietreggiò leggermente e prese un altro lungo sorso dal suo boccale, «Credi che solo perché hai un bel culo puoi venire qui a darmi fastidio senza alcun problema?», parlò piano, lui, quasi in un sussurro tanto da far sporgere di poco Claudie per cercare di udire ciò che le stava dicendo.
Ella spalancò gli occhi quando, anche non captando tutte le parole, capì il senso di ciò che le aveva appena sputato in volto, e ne rimase colpita tanto quanto uno schiaffo in pieno viso. Non aveva mai approcciato con nessuno in quel bar per dare fastidio o per accalappiare qualcuno con il quale trascorrere la serata, semplicemente cercava di passare il tempo impegnandosi in uno stupido gioco e ciò che le aveva appena detto quel bastardo dall'aria stralunata e decisamente barbara, di certo non le sarebbe sceso giù così facilmente.
Ciò che ella pensava di se stessa, era discutibile, ma non per questo avrebbe lasciato che qualcuno le avrebbe messo i piedi in testa anche perché, se con Jason faceva sempre tre passi indietro, con gli altri non riusciva proprio a fare altrettanto: nonostante tutto non avrebbe permesso a nessun altro di trattarla come un'idiota senza cervello, richiedeva rispetto e se non glielo si dava, allora passava all'attacco senza alcun timore.
«Credi io sia qui per scoparti?», sussurrò a pochi centimetri dal suo volto dopo essersi avvicinata a lui pericolosamente, «Mi dispiace per te, ma sono fuori dalla tua portata, figlio di puttana!», sillabò spingendolo per le spalle facendolo quasi cadere dopo averlo colto di sorpresa, «Chi sei per parlarmi così?», gli puntò un dito contro e alzò la voce tanto da attirare l'attenzione su di loro, poi si guardò in giro e socchiuse gli occhi capendo di aver esagerato e optando per la ritirata.
Claudie lisciò lentamente i suoi jeans e sospirò profondamente, poi lanciò le freccette una dopo l'altra al bersaglio, e «Fottiti.», mimò con le labbra al ragazzo che la guardava con gli occhi socchiusi senza saper bene cosa dire, osservandola mentre si dirigeva al bancone dove avrebbe recuperato le sue cose.
Afferrò la borsa in pelle con un gesto veloce e senza voltarsi, salutò Miles frettolosamente mentre lui provava invano a richiamarla e a trattenerla ancora per capire cosa stesse succedendo. Senza alcuna intenzione di spiegare, ignorò la voce dell'uomo, a lunghe falcate raggiunse la porta d'uscita e quando fu fuori, poté sentire la pelle pizzicargli appena al contatto con l'aria fredda di quella sera d'Ottobre.
I 6° che vi erano rendevano il tutto ancora più complicato: i nervi a fior di pelle le offuscavano la vista e più cercava di non pensare a quanto le stava capitando in quel periodo e più le capitavano cose assurde.
Scrollò le spalle e poi incrociò le braccia al petto, avrebbe camminato fino alla successiva sosta di servizio perché immobile non poteva starsene lì fuori con una rabbia inaudita e un rancore che andava, ogni minuto che passava, ad ingigantirsi sempre più.
Mai come in quel momento, Claudie sentiva di dover cambiare la sua vita: avrebbe fatto qualunque cosa pur di riprendere in mano la situazione e non le importava quanto altro tempo ci volesse, quante energie e lacrime e sangue, avrebbe sprecato, perché sapeva che prima o poi l'amore l'avrebbe fatta a pezzi, ma non era quello il momento, non lo sarebbe stato per bel un po'.

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