They say that time's supposed to heal ya,
but I ain't done much healing.
Vedere i corridoi così vuoti non faceva altro che ampliare il senso di inadeguatezza che si percepiva nel percorrerli. Pareti tutte uguali, pietre fredde, cornici rimosse e altre che semplicemente mostravano paesaggi abbandonati, stanze lasciate in fretta e furia in cerca di rifugio. Soltanto guardandoli distrattamente si potevano sentire i ricordi affiorare.
Il tempo che era passato non era abbastanza, ma Hermione dubitava che sarebbe mai stato abbastanza. I minuti continuavano a scorrere, portandosi appresso ore, giorni, mesi. Il fatto che la sofferenza si potesse prevedere non la rendeva meno amara, d'altronde.
Un altro passo, un altro ancora e i suoi piedi che percorrevano indolenti un percorso che sapeva a memoria. Con la borsa ben fissata sulla spalla e una mano a sorreggerla, gli occhi fissi davanti a sé ma inevitabilmente persi in un pensiero, o in sguardi e volti che non volevano saperne di abbandonarla.
Hermione aveva deciso che contare il tempo trascorso dalla fine della Seconda Guerra Magica era inutile, oltre che dannoso. Eppure a volte si ritrovava a domandarsi se la consapevolezza di aver messo distanza da quell'avvenimento l'avrebbe fatta sentire più sicura. Sebbene non ricordasse il giorno o l'ora in cui un preciso avvenimento aveva avuto luogo, aveva ben chiari i dettagli delle scene che più l'avevano toccata; ad esempio, ricordava perfettamente il taglio che Ronald aveva sotto l'occhio destro quando l'aveva baciata, nella Camera dei Segreti. Era trasversale, abbastanza innocuo, e un rivolo di sangue era colato fin sotto lo zigomo. Anche il suo sapore era quello del sangue, ma lei non ci aveva fatto molto caso e quei minuti le erano parsi così perfetti che, per la prima volta da tanto tempo, non si era soffermata ad analizzarli con minuzia.
Avevano vinto. O almeno, così si diceva. Hermione non la vedeva propriamente così, ma a questo ci era arrivata qualche giorno dopo la sconfitta di Voldemort. Più precisamente il giorno del funerale organizzato dal Ministero – sorretto da un Consiglio provvisorio – per le vittime di guerra. Lei, Ron ed Harry, silenziosi, si erano ritrovati in un grande parco poco lontano da Hogwarts, a fissare inebetiti tutte quelle bare chiuse, e tutte quelle persone dagli occhi spalancati che le guardavano, come loro. La stessa espressione sembrava improvvisamente comparsa sul volto di ogni presente, un dolore che sapeva di consapevolezza: non era stata una vittoria, ma solo una battaglia che aveva visto l'odio e la sofferenza spargersi a macchia d'olio, imbrattando ogni singolo essere che si fosse trovato nei paraggi, buono o cattivo, povero o ricco, mago e non.
Hermione si bloccò di colpo e si rese conto di non essere più sola. Era giunta davanti l'aula di Trasfigurazione, trascinata dall'abitudine, e Ron ed Harry la guardavano con relativa tranquillità, scambiandosi qualche parola tra di loro.
- Ciao – li salutò, avvicinandosi.
Harry le sorrise, Ron si avvicinò e le poggiò una mano sulla spalla, spingendola delicatamente davanti a sé per entrare nell'aula insieme. Quei contatti dolci e casuali le ricordavano l'estate che avevano appena passato insieme, alla Tana. Un'estate molto intensa, in cui aveva visto la famiglia Weasley affrontare un lutto che non poteva essere affrontato, tentare di rimanere in piedi quando sarebbe stato molto più semplice crollare.
Lei e Ron avevano passato quasi tutto il tempo insieme, sorreggendosi a vicenda quando il peso dei ricordi diventava eccessivo; Hermione aveva fatto molte ricerche per ritrovare i suoi genitori, ma solo alla fine dell'estate era riuscita a rintracciarli e a farli tornare in Inghilterra.
Il resto del tempo era trascorso in maniera surreale, tra baci che sapevano di felicità rubata e tocchi gentili, necessari per dare un po' di sollievo alle loro anime. Avevano vissuto la loro storia come ci si gode la prima giornata primaverile, assaporandone ogni momento senza pretese e con la consapevolezza che prima o poi sarebbe finita.
- Buongiorno a tutti – esordì la professoressa McGranitt, osservando con attenzione ogni singolo studente, - Sedetevi, prego, tra un paio di minuti iniziamo.
Harry prese posto alla sua sinistra, Ron alla sua destra.
L'aula era mezza vuota. Il Ministero aveva decretato che il primo settembre le lezioni sarebbero riprese e che gli studenti dell'ultimo anno avrebbero potuto tornare per terminare la propria istruzione, mentre nuove frotte di bambini avrebbero riempito il Castello. Come previsto, però, erano stati pochissimi i ragazzi che avevano deciso di rimettere piede ad Hogwarts, ridotto a santuario di una battaglia che l'aveva messa in ginocchio solo qualche mese prima.
I Gryffindor erano i più numerosi, il loro proverbiale coraggio li aveva spinti nuovamente nelle braccia di mura colme di ricordi dolorosi, mentre i Ravenclaw e gli Hufflepuff erano più che dimezzati; la casa che contava meno presenze, ovviamente, era Slytherin: soltanto una trentina di studenti riempivano il tavolo in Sala Grande, alle ore dei pasti, e tra questi meno di dieci erano "ripetenti" - come venivano chiamati coloro che avevano deciso di tornare.
Data la scarsità di studenti che seguivano le lezioni avanzate, il direttivo composto dai Direttori delle quattro Case aveva decretato che avrebbero accorpato in un solo gruppo i "ripetenti", generando un clima di profondo turbamento. In particolare, per gli Slytherin.
Hermione si guardò intorno distrattamente, facendosi dondolare la piuma tra le dita. Alla destra di Harry era seduta Lisa Turpin e, dietro di lei, Ernie Macmillan parlottava sotto voce con Terry Steeval. Sembrava che a nessuno importasse più la Casa di appartenenza.
Tranne se eri membro di Slytherin, ovviamente: dall'altro lato della classe, leggermente più in ombra rispetto al resto dell'aula, il gruppo di studenti verde-argento sembrava rinchiuso in un mutismo ostinato. Le prime due file erano occupate dagli otto studenti che costituivano l'intero settimo anno Slytherin e tutti si limitavano a fissare, con sguardo assente, un punto indefinito al di là della cattedra.
Hermione riportò lo sguardo su Harry, poi su Ron, e si accorse che i suoi due amici stavano osservando, come lei, quello sparuto gruppo di ragazzi troppo gelidi e fuori luogo per non attirare l'attenzione.
La McGranitt li riportò tutti quanti alla lezione del giorno con un secco colpo della bacchetta, che ebbe l'effetto di far levitare dei fogli dalla cattedra fino al banco di ciascuno studente.
- Non prendetelo come un test d'ingresso, - stava spiegando, quieta ma con rigore, - mi serve soltanto per capire il livello generale della classe e regolarmi sul programma da svolgere durante l'anno scolastico.
Nessuno parve molto rassicurato dal discorso della professoressa, soprattutto quando una serie di più di trenta domande giaceva davanti ai loro occhi. L'unica a non batter ciglio fu Hermione, che annuì compita alle parole dell'insegnante, grata del fatto che l'avesse distratta dalle sue elucubrazioni sugli Slytherin. Harry si voltò verso di lei e aggrottò le sopracciglia, forse pensando a quanto e in quali modi avrebbe potuto copiare, o se lei gliel'avesse permesso o meno. Ron era passato già all'attacco, sussurrandole piano per chiederle di spostarsi più verso di lui in modo da agevolargli la visione delle risposte.
- Non ci provare, – lo redarguì Hermione in un sussurro, - non è valutativo, se ti facessi copiare risulterebbe falsato.
Ron sospirò, ed Harry lo seguì a ruota. Neville, dietro di lei, si afflosciò sulla sedia.
La McGranitt fece abilmente finta di non accorgersi di ciò che stava accadendo.
- Molto bene, avete un'ora e mezza di tempo per rispondere alle domande. Siate più esaurienti possibili, senza andare fuori tema. Al tre girerò la clessidra e voi potrete girare il foglio. - Girò intorno alla cattedra per portarsi dietro ad essa, dopo di che cominciò a contare e, al tre, con un colpo di bacchetta, la sabbia della clessidra cominciò a scorrere verso il basso.
Mentre Hermione faceva scorrere velocemente la piuma sul foglio, nel lato Slytherin della classe Draco Malfoy fissava indolente il parco al di là della finestra. Nonostante fosse appena settembre, il caldo estivo e il sole sembravano lontani anni luce: nuvole grige e piovose si muovevano veloci, proiettando ombre scure sulla vallata; gli alberi erano agitati da un vento insistente e i rami si contorcevano lasciando cadere foglie a manciate.
Riportò gli occhi sul foglio e provò di nuovo a leggere la prima domanda, assottigliando gli occhi nel tentativo di racimolare un po' di concentrazione. Niente da fare, vedeva a malapena le parole. Sbirciò alla sua destra, dove Blaise Zabini ricambiò il suo sguardo confuso, aggiungendovi un'alzata di spalle che attirò l'attenzione di Theodore Nott. Quest'ultimo prese il foglio tra le mani e lo avvicinò ancora di più agli occhi, ma a giudicare dalla sua espressione, doveva avere lo stesso problema dei suoi due compagni.
Prima che Draco potesse anche solo reagire a quello strano avvenimento, un urlo acuto proveniente dalla fila dietro la sua lo fece voltare di scatto: Daphne Greengrass si agitava convulsamente le mani davanti agli occhi, spalancati e vacui in maniera inquietante, con una maschera di terrore sul volto.
Il resto della classe si era girata all'unisono per rintracciare la fonte di quell'urlo, e ora la stava osservando con espressioni che andavano dallo spaventato al basito, le piume ormai abbandonate sul tavolo.
- Greengrass? - chiamò la McGranitt, affrettandosi a raggiungere la studentessa, - che cosa succede? Cos'hai?
Daphne aveva iniziato a gemere in maniera insistente e gli occhi erano affollati da lacrime che chiedevano di uscire. - Io... - balbettò, la voce solitamente tagliente fattasi incredibilmente stridula, - Non ci vedo!
In meno di trenta secondi la classe si era svuotata. Gli studenti erano stati esonerati dalla lezione, mentre i Caposcuola avrebbero dovuto seguire Daphne Greengrass e la McGranitt in Infermeria per aiutarla a ricostruire le dinamiche dell'accaduto. La Professoressa si muoveva veloce tra i corridoi, tenendo un braccio intorno alle spalle di Daphne e sussurrandole di stare tranquilla. Chiaramente quelle parole non stavano avendo l'effetto desiderato, dati i singhiozzi che la ragazza continuava ad emettere ad intervalli sempre minori.
Dietro di loro, Hermione Granger, Caposcuola Gryffindor, cercava di mantenere l'andatura dettata dalla McGranitt, affiancata da Hannah Abbot e Lisa Turpin, Caposcuola rispettivamente di Hufflepuff e Ravenclaw.
- Dov'è Zabini? - domandò Hermione, buttandosi un'occhiata alle spalle.
Hannah le rispose con un'alzata di spalle, mentre Lisa batté un paio di volte le palpebre e si guardò intorno. - Non saprei – mormorò, - Era al mio fianco fino a qualche secondo fa.
Di certo la solidarietà che un tempo animava i membri di Slytherin doveva essere andata perduta durante la battaglia, pensò amaramente Hermione, dato che il Caposcuola aveva deciso di non accompagnare nemmeno la sua compagna in Infermeria. In ogni caso, non erano affari suoi, e di certo non provava tanta simpatia per Daphne da preoccuparsi più di tanto per lei.
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Crystalised
FanfictionLa Seconda Guerra Magica è ormai un ricordo, sempre presente e pressante, nelle menti di chi l'ha vissuta. Non può essere dimenticata, e forse la vittoria non è quella che tutti si aspettavano. Tornando ad Hogwarts, dopo pochi mesi dalla fine dell...
