Incanto

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La prima volta che Dafne vide la radura pensò di essersi persa; non avrebbe saputo spiegare altrimenti come avesse potuto camminare per vent'anni nello stesso bosco senza accorgersi che, oltre il filare dei castagni, crescevano fiori azzurri alti fino alle ginocchia.

Era ottobre inoltrato, ma i fiori non sembravano saperlo.

Dafne rimase tra gli alberi massicci, con una mano stretta intorno alla tracolla della borsa, mentre una luce dorata filtrava tra le fronde in un punto che il sole non avrebbe potuto raggiungere. Il vento che le scompigliò i capelli lisci portò con sé una risata lontana, poi arrivò anche la musica.

Tese le orecchie ma non riconobbe lo strumento. Aveva il pizzichio degli archi, l'armonia di un flauto e una nota più profonda che sembrava vibrarle direttamente dentro lo sterno. Fece un passo e si fermò subito: sua nonna le aveva raccontato così tante storie, quando era bambina, da averle lasciato addosso una prudenza irrazionale verso i boschi troppo belli.

Non mangiare quello che ti offrono.

Non dire il tuo nome.

Non ringraziare.

E soprattutto:

Se trovi un cerchio, non entrarci.

Dafne abbassò lo sguardo. Funghi colorati formavano un anello perfetto intorno alla radura.
«Certo.» Rise tra sé. «Mancano solo le fate!»
Ispirò ancora una volta l'odore intenso, dolciastro dei fiori azzurri e tornò a casa.

Quella notte sognò la musica della radura e la sera seguente era di nuovo lì, anche se non ricordava di aver deciso di tornarci.
Questa volta, però, non era sola.
Tra gli spiragli di luce aranciata del sole morente c'erano persone che ballavano. Abiti lunghi sfioravano i fiori senza piegarli, dita inanellate si intrecciavano come radici sotto terra; capelli rossi, bianchi, neri si muovevano nell'aria anche quando il vento taceva.

Erano bellissimi. Tutti quanti, in un modo quasi offensivo.

Dafne rimase oltre il cerchio, mentre la musica le sussurrava nelle orecchie, le sfiorava le dita, le entrava nelle gambe. Fece un passo avanti, soltanto un passo. Non sarebbe successo nulla con un passo.
«No...»
Lo disse ad alta voce e qualcuno rise, un soffio caldo che le sfiorò le labbra.

La terza sera c'era una donna ad aspettarla. Era al centro della radura, immobile, mentre gli altri continuavano a danzarle intorno. Portava un vestito verde così scuro che pareva nero, i capelli dorati le scendevano fino ai fianchi e sulla fronte aveva una corona di rametti coperti di minuscoli fiori bianchi.
Quando sorrise, Dafne dimenticò il suo nome, perché fosse lì e perché avrebbe dovuto avere paura. Poi la donna tese una mano delicata verso di lei.

«Solo un ballo.»

Quella voce era una carezza che le sfiorava l'anima, un abbraccio di cui non sapeva di avere bisogno. Dafne rabbrividì, la mano tremante che saliva lenta lungo il fianco, finché quel sussurro non venne sovrastato da un ricordo, e la voce della nonna le rimbombò in testa.

Non accettare niente.

Dafne si portò la mano al petto, scuotendo la testa piano. «Non posso.»
Il sorriso della donna si allargò, la testa inclinata e gli occhi del colore del cielo fissi nei suoi. «Non ti ho offerto niente.»
Dafne esitò, persa nel rimbombo del suo cuore nelle orecchie. Era vero; una domanda non era un dono e un ballo non era qualcosa che avrebbe potuto portare via con sé; e poi era ridicolo. Erano storie, solo storie, vecchie superstizioni nate quando perdersi nel bosco significava morire di freddo prima che qualcuno riuscisse a trovarti.

Dafne inspirò forte dal naso e attraversò il cerchio.
La mano della donna era tiepida, liscia come i petali dei fiori che troneggiavano nella radura. Il suo cuore vacillò di nuovo e la musica cambiò. Dafne chiuse gli occhi e si lasciò trasportare dall'energia che le infondeva il solo tocco di quella mano. Ballò, anche se non sapeva farlo, anche se non lo aveva mai fatto. Calciò via gli stivaletti da qualche parte nella radura e i suoi piedi ballarono. Girò una volta, due, dieci; rise quando qualcuno la prese per la vita e la fece volteggiare. Bevve l'odore dei fiori, la luce, il calore delle mani che passavano sulla sua pelle, si perdevano e si ritrovavano in altre ancora.

Non aveva fame né freddo né sonno; voleva solo restare lì per sempre.

Dafne aprì gli occhi dopo quella che le parve una piccola eternità, e fu allora che vide il gatto. Era seduto appena oltre il cerchio, nero come la notte che sembrava avvolgerlo in una carezza senza tempo, la coda avvolta intorno alle zampe e occhi splendenti che illuminavano l'oscurità. Uno azzurro e uno dorato come il miele.
Dafne rise e allungò una mano verso di lui. «E tu? Non vieni?»
Il gatto non si mosse; schiacciò le orecchie all'indietro, il pelo gonfio lungo la schiena.
La fissava, e Dafne inciampò. Per un istante i suoi occhi incontrarono quelli dell'animale e la musica cessò in un colpo secco, spezzata.

Il profumo dei fiori divenne odore di terra marcia e Dafne abbassò lo sguardo. Non stava ballando su un prato. Sotto i suoi piedi c'erano foglie nere, ossa minute e funghi sfatti e le mani che stringevano le sue erano grigie.
Alzò gli occhi.
Dei ballerini che le volteggiavano attorno erano rimaste solo ombre senza volto; dove avrebbero dovuto esserci occhi, naso, bocca c'era soltanto pelle liscia.

Dafne urlò, ma la donna in verde non mollò la presa. Dafne sollevò gli occhi velati di lacrime; la donna aveva ancora una faccia, ma non era più quella di prima. La pelle le pendeva dalle guance in pieghe sottili, le labbra si erano ritirate sui denti aguzzi e i rametti della corona affondavano nella fronte come radici.

«Non dovevi guardare fuori.»

Il gatto si alzò, soffiò e si voltò, incamminandosi tra gli alberi. Dafne strattonò il braccio, gemette, e la donna strinse più forte.

«Hai accettato.»

«Non mi hai dato niente!»

La vecchia sorrise. «Hai dato tu.»

Dafne non perse tempo a chiederle cosa avesse dato; le morse la mano e corse via. Superò il cerchio nel momento esatto in cui qualcosa le afferrò i capelli, strappandone una ciocca. Poi soltanto rami contro il viso, fango sotto i piedi nudi e qualche metro più avanti, nel buio della foresta, una coda nera che spariva tra gli alberi.
La seguì.
Quando raggiunse la strada, il gatto non c'era più.
Dafne cadde sulle ginocchia, tirò fuori il telefono e premette il tastino laterale. Niente. Lo schermo rimase nero.

«Cazzo...»

Se lo infilò di nuovo in tasca e si incamminò verso casa.
Solo allora cominciò ad accorgersi che qualcosa non andava: una recinzione che non ricordava, una nuova villetta al posto del campo dei Moretti, gli alberi lungo la strada molto più alti di quanto avrebbero dovuto essere.

Quando sua madre aprì la porta, Dafne quasi non la riconobbe.

Per molto tempo nessuna delle due riuscì a parlare, poi sua madre le cadde ai piedi, abbracciandole le gambe mentre singhiozzi convulsi le scuotevano il corpo. Dafne si accucciò accanto a lei e la abbracciò forte, senza capire come stesse succedendo, senza riuscire a dire una sola parola. Poi sua madre le prese il volto tra le mani, lisciando indietro i capelli con dita tremanti e le confessò il suo dolore.
Dafne rise, poi smise, poi pianse.

Erano passati nove anni.

***


Dafne le raccontò tutto, seduta al tavolo della cucina mentre sua madre le stringeva le mani come se temesse che potesse sparire di nuovo.
La radura, la donna, il ballo, le mani, i fiori, la luce, la notte. I nove anni. E il gatto.
Di tutto il racconto, fu quell'ultima parola a cambiare qualcosa nei suoi occhi.

«Che gatto?»

Dafne glielo descrisse e solo allora sua madre le lasciò andare le mani. Passò gli indici sulle tempie, massaggiando la pelle come se questo potesse aiutarla a ricordare.

«Mamma mi raccontava sempre una storia.»

«La nonna?»

Annuì lentamente. «Quando era bambina si perse nel bosco.»

Dafne serrò le dita, improvvisamente gelide. «E?»

Sua madre guardò verso la finestra. «Diceva che, per uscire da un cerchio di fate, aveva seguito un gatto.»

Dafne deglutì e seguì il suo sguardo.

Fuori, sul muretto del giardino, non c'era niente.
Solo due piccole impronte nel terriccio umido.

02 ottobre | IncantoStories to obsess over. Discover now