Fabrizio aveva imparato a leggere prima ancora di capire perché gli piacesse così tanto farlo. A otto anni non avrebbe saputo spiegare cosa ci fosse di speciale in quelle pagine piene di parole. Non conosceva la differenza tra un romanzo e un racconto, non sapeva cosa fosse la narrativa e non aveva mai sentito parlare di ritmo, di struttura o di punto di vista. Sapeva soltanto che, quando apriva un libro, succedeva qualcosa. La sua stanza diventava più grande. Il letto poteva trasformarsi nella coperta di una nave, il pavimento nel ponte di un veliero e il vecchio armadio, soprattutto quando la luce era spenta, poteva diventare l'ingresso di un castello.
A volte bastava una frase. Altre volte un'illustrazione. Quelle erano le sue preferite. Le guardava così a lungo che sua madre, passando davanti alla porta, gli chiedeva se avesse intenzione di finire il libro o di consumare la pagina con gli occhi. Fabrizio non rispondeva mai. Era troppo occupato a entrarci dentro.
La cosa più bella, però, era la lampada. Era una piccola lampada da comodino con il paralume color crema, leggermente storto da una parte. La luce non era abbastanza forte da illuminare tutta la stanza. Creava invece una piccola isola dorata intorno al letto. Il libro era illuminato. Tutto il resto rimaneva nell'ombra.
E le ombre, di notte, diventavano strane. La sedia sembrava più alta. I vestiti lasciati sulla poltrona sembravano avere delle gambe. La maniglia dell'armadio proiettava sul muro una forma che, a seconda di come Fabrizio inclinava la testa, poteva sembrare un uncino, un naso enorme oppure la mano di qualcuno che stava cercando di entrare.
Fabrizio non aveva paura. O almeno cercava di convincersi di non averne. Perché aveva una regola. Una regola che nessuno gli aveva insegnato. Finché aveva un libro aperto davanti, nessuna cosa brutta poteva accadere. Era una regola perfetta. E le regole perfette, a otto anni, non avevano bisogno di essere dimostrate.
Quella sera stava leggendo Ventimila leghe sotto i mari. Lo aveva ricevuto qualche giorno prima dal nonno. Arturo arrivava sempre senza preavviso. Suonava il campanello, entrava con il suo cappotto anche quando non faceva particolarmente freddo e nascondeva qualcosa dietro la schiena. Fabrizio aveva imparato che quella era la parte più importante. Quando il nonno nascondeva qualcosa, quasi sempre era un libro.
«Indovina.»
«Un libro.»
«Non vale. Come fai a saperlo?»
«Perché lo nascondi sempre dietro la schiena.»
Arturo fingeva di offendersi.
«E io che pensavo di essere diventato bravo.»
Poi tirava fuori il libro. A volte erano vecchie edizioni con la copertina rigida, altre volte libri comprati in qualche bancarella durante una delle sue passeggiate.
Fabrizio aveva già conosciuto Peter Pan, Pinocchio, D'Artagnan e i suoi tre moschettieri, Sandokan, il capitano Nemo e il piccolo Jim Hawkins dell'Isola del tesoro. Una volta il nonno gli aveva portato Il giro del mondo in 80 giorni e Fabrizio aveva passato quasi un'intera domenica a guardare la cartina stampata all'inizio del volume, seguendo con il dito il viaggio di Phileas Fogg.
Gli sembrava incredibile. Non tanto che un uomo potesse fare il giro del mondo. Quanto che qualcuno avesse avuto l'idea di inventarlo.
Quella sera, però, era Nemo. Il capitano Nemo. Il Nautilus. Il mare.
Fabrizio era arrivato a una pagina particolarmente avvincente quando sentì sua madre chiamarlo dal corridoio.
«Fabrizio.»
Lui continuò a leggere.
«Fabrizio, dormi?»
«No.»
«E allora spegni quella luce.»
Fabrizio guardò la lampada. Poi guardò il libro. Il capitano stava per fare qualcosa che Fabrizio non aveva ancora capito.
Non poteva spegnere. Non in quel momento.
«Ancora cinque minuti.»
Dall'altra parte della porta arrivò un sospiro.
«Sono venti minuti che dici cinque minuti.»
«Questa volta sono davvero cinque.»
«Domani hai scuola.»
«Lo so.»
«E domani mattina non voglio sentire che sei stanco.»
«Non sarò stanco.»
«Fabrizio.»
«Sì?»
«Spegni.»
Lui sorrise.
«Va bene.»
Sua madre se ne andò. Fabrizio aspettò. Uno. Due. Tre.
Quando sentì i passi allontanarsi, tornò a leggere. La porta della sua stanza era rimasta socchiusa. Dal corridoio arrivava una striscia di luce.
Fabrizio si sentiva al sicuro.
Poi sentì la voce di suo padre.
«Ancora sveglio?»
Il cuore gli fece un piccolo salto.
Elio era diverso dalla mamma. Non urlava quasi mai. Non ne aveva bisogno. Aveva una voce bassa, ruvida, che riusciva a far sembrare seria anche una domanda innocente.
Fabrizio chiuse il libro.
«Stavo finendo.»
Elio apparve sulla porta. Aveva ancora addosso la camicia da lavoro. Le maniche erano arrotolate fino ai gomiti e sulla fronte aveva quella riga che gli rimaneva quando era stanco.
Guardò il libro. Poi guardò lui.
«Finendo cosa?»
«Il capitolo.»
«E quanto manca?»
Fabrizio guardò la pagina. Non lo sapeva.
«Poco.»
Elio entrò nella stanza. Prese il libro e lo osservò per qualche secondo.
«Questo te l'ha dato tuo nonno?»
«Sì.»
«E ti piace?»
Fabrizio annuì.
«Molto.»
Elio glielo restituì.
«Bene.»
Fabrizio aspettò. Sperava forse in qualcosa. Un sorriso. Una frase. Qualcosa che dicesse che era bello vedere suo figlio appassionato di qualcosa.
Ma Elio si limitò a indicare la lampada.
«Cinque minuti.»
Fabrizio sorrise.
«Veri.»
«Veri.»
Elio uscì.
Quella fu la loro prima forma di compromesso.
Cinque minuti.
Solo che Elio non sapeva che per Fabrizio cinque minuti potevano durare un'ora.
Fabrizio non ricordava esattamente quando aveva iniziato ad amare i libri. Ricordava invece il primo momento in cui aveva capito che potevano essere importanti.
Aveva sette anni. Era seduto sulle ginocchia del nonno.
Arturo gli stava leggendo Peter Pan. Fuori pioveva. La televisione era accesa in soggiorno, ma nessuno la guardava.
Il nonno aveva una voce particolare quando leggeva. Cambiava tono. Faceva le voci. Rallentava nei momenti tristi e accelerava quando succedeva qualcosa.
Fabrizio lo guardava più che ascoltarlo. Non capiva come facesse. Un uomo seduto su una poltrona poteva diventare contemporaneamente un narratore, un pirata, un bambino che non voleva crescere e un'intera isola.
Quando arrivarono alla fine di un capitolo, Fabrizio gli chiese:
«Ma Peter Pan esiste davvero?»
Arturo rimase in silenzio per qualche secondo.
«Secondo te?»
Fabrizio ci pensò.
«Sì.»
Il nonno sorrise.
«Allora esiste.»
Fabrizio non aveva ancora capito che quella risposta sarebbe rimasta dentro di lui molto più di qualsiasi spiegazione adulta.
Perché da quel giorno aveva cominciato a pensare che forse le storie non servivano a raccontare cose che erano successe. Forse servivano a rendere vere anche quelle che non potevano succedere.
In casa, però, i libri non erano sempre stati visti di buon occhio. Soprattutto da Elio.
Una sera Fabrizio aveva lasciato tre libri sul tavolo della cucina. Elio li aveva trovati.
«Ma quanti ne stai leggendo?»
«Tre.»
«Contemporaneamente?»
«Sì.»
Elio lo aveva guardato per qualche secondo.
«E perché?»
Fabrizio non aveva saputo rispondere. Perché non poteva dirgli che uno era un'avventura, uno parlava di pirati e l'altro aveva un disegno di un castello che gli piaceva moltissimo. Gli sembrava una spiegazione insufficiente.
«Mi piacciono.»
Elio aveva annuito.
«Va bene. Però ricordati che nella vita bisogna anche fare qualcosa di concreto.»
Fabrizio aveva abbassato lo sguardo. Non sapeva ancora cosa significasse "concreto".
Avrebbe imparato molto presto.
Sara era l'unica persona in casa che non cercava di capire perché leggesse. Semplicemente lo prendeva in giro.
Aveva undici anni, tre più di lui, e possedeva già l'abilità di un'adolescente nel trovare esattamente la cosa che poteva infastidire suo fratello.
Una sera entrò nella sua stanza senza bussare.
«Che fai?»
«Leggo.»
«Lo vedo.»
«E allora perché chiedi?»
«Perché sei strano.»
Fabrizio alzò gli occhi.
«Tu guardi la televisione per tre ore.»
«Appunto. Io sono normale.»
Fabrizio le lanciò un cuscino. Sara lo schivò.
«Comunque mamma dice che devi dormire.»
«Mamma dice tante cose.»
«Papà dice che devi dormire.»
Fabrizio chiuse il libro.
«Quello è diverso.»
Sara rise. Si sedette sul letto.
«Che libro è?»
Fabrizio glielo mostrò.
«Ventimila leghe sotto i mari.»
«Quello col sottomarino?»
«Sì.»
«È bello?»
Fabrizio abbassò gli occhi sulla copertina.
Questa volta non ci mise molto a rispondere.
«È come se potessi andare da qualche parte senza muoverti.»
Sara lo guardò.
Per qualche secondo non disse niente.
Poi sorrise.
«Questa era bella.»
«Cosa?»
«Quello che hai detto.»
Fabrizio fece spallucce.
«L'ho letto.»
«Non era nel libro.»
«Ah.»
Sara si alzò. Arrivata alla porta si voltò.
«Buonanotte, scrittore.»
Fabrizio sorrise.
«Non sono uno scrittore.»
«Ancora no.»
Poi uscì.
Fabrizio rimase solo.
Guardò il libro. Guardò la lampada. Poi il muro.
L'ombra dell'armadio aveva assunto una forma strana. Sembrava quasi una persona.
Per la prima volta Fabrizio pensò che forse le storie non erano soltanto qualcosa da leggere. Forse potevano essere qualcosa da scrivere.
Non quella notte. Quella notte aveva otto anni e non sapeva ancora come si facesse.
Sapeva soltanto che un giorno avrebbe voluto provarci.
E per il momento gli bastava.
Perché aveva ancora un libro aperto.
E finché la luce del comodino fosse rimasta accesa, il mondo poteva aspettare.
VOUS LISEZ
Le storie che restano
Fiction GénéraleA volte una vita intera si può capire da una luce. Fabrizio Crispo ha imparato presto che i libri possono essere un rifugio. Crescendo, però, scopre che scrivere è molto più facile che parlare. Tra famiglia, amicizia, amore, perdite e occasioni rima...
