PROLOGO

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Oliver teneva la radio così bassa che la pioggia sembrava più forte della musica.

Le spazzole del parabrezza si muovevano avanti e indietro con una regolarità quasi ipnotica, ma non riuscivano a tenere il passo con l'acqua che cadeva dal cielo. Fuori, la città era diventata una successione di luci distorte: semafori, insegne, fari lontani, riflessi rossi e blu che tremavano sull'asfalto nero.

Dietro di lui, Sophie aveva gli occhi chiusi.

Oliver la osservò nello specchietto retrovisore per l'ennesima volta.

«Papà, se continui a controllare se respiro, mi fai venire il sospetto che tu sappia qualcosa che io non so.»

Oliver sorrise appena.

«Volevo solo vedere se dormivi.»

«Non dormo.»

«Hai gli occhi chiusi.»

«Sto risparmiando energia. È diverso.»

Nathalie rise piano dal sedile accanto al suo. Era una risata breve, ma vera. Per qualche secondo Oliver sentì il nodo allo stomaco allentarsi.

Sophie era pallida. Aveva il cappuccio della felpa tirato sulla testa e una coperta sottile sulle gambe. Sul sedile accanto a lei c'era una borsa con una bottiglietta d'acqua, dei farmaci e una copia consumata de Il Sigillo delle Ancore. Alcuni piccoli segnalibri di carta spuntavano dalle pagine.

Ma quando parlava, Sophie riusciva ancora a riempire l'auto.

«Domani non voglio vedere nessuno.»

«Domani non devi vedere nessuno,» disse Nathalie.

«Nemmeno la zia.»

Nathalie si voltò verso di lei. «La zia viene sempre quando non deve venire.»

«Appunto.»

Oliver lasciò uscire un piccolo sorriso.

Era quello che facevano da mesi: cercavano di rendere normale ciò che normale non era. Parlare della scuola, delle serie televisive che Sophie non sopportava più, della zia troppo affettuosa, del vicino che parcheggiava sempre storto. Tutto, purché non dovessero parlare delle stanze bianche, delle flebo, dei medici che abbassavano la voce quando pensavano che Sophie non potesse sentirli.

«Sabato guardiamo un film,» disse Oliver.

«Uno brutto.»

«Perché brutto?»

«Perché così possiamo insultarlo insieme.»

«Hai gusti terribili,» disse Nathalie.

«Sono gusti raffinati. Voi non capite.»

Per un momento sembrò davvero una serata qualunque.

Poi il telefono di Nathalie vibrò.

Non squillò. Vibrò soltanto una volta.

Lei abbassò lo sguardo verso lo schermo e il sorriso le morì lentamente sulle labbra.

Oliver la vide cambiare espressione.

«Tutto bene?»

Nathalie bloccò il telefono e lo posò a faccia in giù sulle ginocchia.

«Sì.»

Oliver aspettò.

Nathalie guardava fuori dal finestrino. Le luci della città scorrevano sul vetro e le attraversavano il volto come ombre.

«È il lavoro?» chiese lui.

Lei rimase in silenzio per qualche secondo.

«Domani te ne parlo.»

Non era una risposta. Oliver lo capì subito.

«Nathalie...»

«Domani,» ripeté lei, più piano.

Dal sedile posteriore, Sophie sospirò.

«Se è una discussione da adulti, io mi dichiaro contraria.»

Nathalie si voltò verso di lei e tentò di sorridere.

«Non è niente che tu debba sentire.»

«Allora sicuramente è interessante.»

Oliver guardò sua figlia nello specchietto. Sophie gli fece una smorfia e lui le strizzò l'occhio.

Il semaforo davanti a loro diventò verde.

Oliver riprese a guidare.

La strada si allargava in un incrocio quasi deserto. Alla loro destra, un edificio in costruzione si alzava nel buio come uno scheletro di vetro e cemento. Le gru erano immobili. Le finestre nere.

Nathalie tornò a guardare il telefono.

Poi, all'improvviso, disse: «Oliver.»

Non era il tono di qualcuno che voleva iniziare una conversazione.

Era paura.

Oliver si voltò appena verso di lei.

Fu allora che vide i fari.

Due luci bianche, troppo vicine, troppo veloci.

Un suono violento spezzò la pioggia.

Oliver ebbe appena il tempo di stringere il volante.

Nathalie gridò il suo nome.

Sophie disse qualcosa dal sedile posteriore, ma lui non la sentì.

Poi il mondo diventò vetro, metallo e buio.

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