«Merlino!» la porta si spalancò con un tonfo.
Gaius alzò la faccia dalla sua pergamena.
Arthur cercò di ricomporsi. «Ah, Gaius» soffiò via un ciuffo biondo dagli occhi. «Avete visto quello zotico buonannulla del mio servitore?»
«Temo di no, Sire» il vecchio tornò col naso tra le sue scartoffie.
«Sarebbe sparito, quindi.»
«So che era sceso in città.»
Arthur si mise le mani sui fianchi. «Non mi starai mica dicendo che è andato alla taverna, vero?»
«Non posso saperlo con certezza, Sire.»
«Dannazione!» Arthur girò i tacchi e sparì dalla stanza. Stava scendendo a spron battuto dalle mura del castello, diretto al centro di Camelot, quando adocchiò qualcosa nella sua vista periferica: un calzare di pellaccia che dondolava penzoloni dal ramo alto di una delle sequoie del giardino del castello. Avrebbe riconosciuto quelle scarpe logore ovunque, così come la capoccia corvina che sbucava da sotto le fronde.
Giunse sotto l'albero a passo di guerra: Merlino sonnecchiava tranquillamente appollaiato su un ramo, la testolina ciondoloni da un lato.
Arthur si leccò le labbra, furibondo. Si sfilò uno stivale di cuoio nuovo e glielo lanciò dritto in testa. Poco ci mancò che l'altro cadesse a faccia sotto sull'erba del prato.
«Merlino!»
«Maestà!»
«È tutto il giorno che ti cerco!» ringhiò Arthur.
Merlino sbatté le palpebre, sbigottito. «Strano, io è tutto il giorno che cerco voi.»
«E pensavi di trovarmi» Arthur smanaccò una mano. «Su un albero?»
Merlino fece una delle sue solite faccette, come a dire "tentar non nuoce, o sbaglio?"
«Ti avevo dato i miei sabatoni da lucidare. E lo scudo. E le mie spade!»
«Ma le ho lucidate sei giorni fa!»
«E sono da lucidare di nuovo!»
«C'è stata una guerra in settimana? Devo essermela persa.»
Arthur gli mostrò quasi i denti come un cane. «Allora forse non ti è chiaro come stanno le cose. Tu sei il mio servo, io il tuo Principe. Tu fai quello che dico io, quando lo dico io. Perciò» indicò il palazzo. «Va' a pulire la mia armatura.»
Merlino si lasciò cadere a terra e gli piombò davanti. Molto, davanti.
Arthur se lo ritrovò a un palmo dal naso. Deglutì.
Merlino fece un passo indietro. «Perdonatemi, Maestà.»
Arthur si grattò le labbra. Si schiarì la voce. «Non...» non completò la frase. Distolse lo sguardo.
Merlino fece un inchino e sparì.
(due sere dopo):
«Cos'è questa sbobba?» Arthur sollevò la cloche che celava la sua cena.
«Credo sia» Merlino sbilanciò la testa sopra al piatto. «Haggis, Maestà.»
«Stomaco di pecora» Arthur sentì la bocca seccarsi. «Dio, che oscenità.»
«Faccio decapitare la cuoca, Maestà?»
Arthur gli lanciò un'occhiata truce. «Non essere ridicolo. Ah no, dimentico che è una tua prerogativa» si finse sorpreso. «Fammi portare qualcos'altro, uno stufato di maiale, o dei fagioli arrostiti.»
«Come sua Maestà desidera» Merlino si riprese l'haggis e si avviò fuori dal salone. «Viziato» tossicchiò.
«Ti ho sentito!» urlò Arthur. «Un'altra parola da parte tua e poi vedrai chi verrà decapitato!»
«Tremo dal terrore, uuh!» gli arrivò dal corridoio.
Arthur roteò gli occhi e nascose a se stesso un sorrisino. Prese in mano un cucchiaio di argento e si specchiò: si aggiustò un ciuffo biondo, si strofinò un dente col dito...poi, da fuori il salone, giunse il un botto cacofonico che si srotolò come una specie di frana che scende a valle. Arthur scattò in piedi, la sedia cadde a terra, e corse nel corridoio centrale.
«Merlino?!» gridò. «Merlino!» corse verso le cucine del palazzo, scendendo le scalette a chiocciola mal messe. Aveva il fiatone. Perché aveva il fiatone?
Alla fine della rampa, all'imboccatura delle cucine reali, Merlino era steso rovinosamente a terra, ricoperto di haggis dalla testa ai calzari.
«Merlino!» Arthur accorse e si accucciò vicino a lui. L'haggis era bollente. «Sei ferito?»
«Sto bene» gli assicurò Merlino mentre si rialzava.
«Sei ustionato da qualche parte?» Arthur controllò.
«Sto bene, Maestà, ve l'assicuro, tornate di sopra.»
«Sei ustionato» Arthur gli sollevò un polso. Merlino sgusciò via dalla sua presa. Era bordeau su tutto il viso.
«Non dovreste essere qui, Maestà.»
«Cosa?»
«Non dovreste stare qui. Maestà.»
Arthur fece un sorrisino confuso. «Io...vado dove voglio. Questo è il mio palazzo.»
«Appunto, Maestà. Questo è il vostro palazzo. Non dovreste scendere nelle cucine della servitù.»
Arthur tirò indietro il mento. «Merlino, sei ferito...»
«Io sono il vostro servo, Maestà» asserì Merlino. «Sono io ad occuparmi di voi, Maestà.»
«Smettila di chiamarmi così» ringhiò Arthur.
Merlino deglutì. «Andate via. Ve ne supplico.»
Solo in quel momento Arthur sembrò accorgersi di buona parte delle schiere della servitù che erano lì presenti e che, naturalmente, stavano assistendo alla scena: i cuochi, i domestici, i valletti, le sguattere. Li fissavano tutti.
Arthur sentì le mani fredde, la bocca secca, le guance a fuoco. Avrebbe potuto urlare a tutti quanti di farsi gli affari propri, o ordinare a Merlino di tornare di sopra per concludere quella discussione insensata, ma...per qualche motivo, non ci riuscì.
Aprì la bocca per dire qualcosa. La richiuse. Deglutì ancora. Poi fece dietrofront e sparì di sopra.
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a night in the servants quarters
Fanfiction«Gesù Cristo mi perdoni» il sussurro di Arthur fremette tra loro. «Se oso uscire da qui senza averti preso.» «Maestà» sospirò Merlino. «Non c'è Cristo che impedirebbe a voi alcunché sul mio corpo. Io sono...» aggrottò le sopracciglia, strinse gli oc...
