Seoul mi aveva accolta con la pioggia.
La prima cosa che avevo imparato di quella città era che non conosceva il silenzio anche sotto il diluvio, Seoul vibrava, rumorosa e caotica. Il traffico sembrava un fiume in piena di luci rosse e bianche, e la gente correva sui marciapiedi con una frenesia che mi faceva sentire fuori posto, con gli ombrelli stretti tra le mani come scudi.
Le insegne al neon dei negozi si riflettevano sull'asfalto bagnato, creando macchie di colore distorte che tremavano a ogni passaggio di un taxi.
Io, invece, ero rimasta immobile davanti alla finestra della mia stanza. Osservavo il mondo esterno attraverso un velo di condensa, vedendo solo frammenti di palazzi sfocati. Era assurdo pensare che quella fosse la mia nuova realtà. Tre mesi prima ero in Italia, nella mia camera, avvolta dalle solite abitudini, dal calore della mia famiglia, dalla sicurezza di chi mi conosceva da una vita.
Poi, un volo intercontinentale, due valigie pesanti come macigni e una paura viscerale che mi ero imposta di nascondere a chiunque. Specialmente a Jenny la mia migliore amica. Perché ammettere di avere paura avrebbe significato cedere, confessare a me stessa di non essere pronta.
Inspirai a fondo, cercando di placare il battito irregolare nel petto, e appoggiai la fronte contro il vetro gelido. Il freddo mi aiutò a schiarire i pensieri.
«Ce la puoi fare,» sussurrai, una preghiera rivolta al riflesso di me stessa.
Mi staccai dalla finestra e, mentre cercavo di sistemare una ciocca di capelli ribelle, un bussare secco alla porta mi fece sussultare. Non ebbi nemmeno il tempo di rispondere.
«Sei pronta?» La voce di Jenny arrivò insieme alla sua testa che faceva capolino nella stanza.
Aveva i capelli raccolti in una coda disordinata e, come sempre, una tazza di caffè fumante tra le mani.
Mi guardai nello specchio, studiando il pallore del mio viso. «Questa è una domanda molto complicata,» risposi, cercando di mascherare il tremore nella voce.
Lei entrò, chiudendosi la porta alle spalle con la calma di chi sa sempre cosa dire. «Perché?»
«Perché se dico di sì, sto mentendo spudoratamente.»
Jenny sorrise, appoggiandosi allo stipite con quell'aria sicura che un po' le invidiavo. Mi osservò per qualche secondo, in silenzio, lasciando che il mio nervosismo si palesasse in tutta la sua evidenza. «Sei nel panico,» sentenziò, senza bisogno di una conferma.
Abbassai lo sguardo sulle mie mani intrecciate. «Un po'.»
«Un po'?»
«Tanto.» ammisi, lasciando cadere la maschera.
Lei ridacchiò, un suono cristallino che riempì la stanza. «Ecco, questa risposta mi piace di più. È onesta.»
Afferrai la spazzola, facendola ruotare nervosamente tra le dita prima di posarla. «È il primo giorno. Il primo semestre. In una università coreana.»
«Ellie,» la sua voce si fece più dolce, quasi un richiamo. Mi voltai verso di lei, colpita dall'improvvisa serietà nel suo sguardo. «Sei qui da tre mesi. Hai superato l'esame di lingua, hai trovato casa, hai imparato a usare la metro senza finire dall'altra parte della città.»
«Quella volta mi ero solo confusa con la linea,» protestai debolmente.
«Hai fatto di tutto per restare a galla,» continuò lei, ignorando la mia scusa. «Sei sopravvissuta alla nostalgia. Sei forte.»
Sentii un nodo alla gola. Le sue parole mi scaldarono il petto, ma la malinconia rimaneva lì, ostinata. «È proprio questo il problema,» sussurrai, vergognandomi della mia fragilità. «Mi manca casa.»
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Non dovremmo amarci
FanfictionEllie, una ragazza italiana di vent'anni, lascia il suo Paese per inseguire il sogno di studiare in una prestigiosa università in Corea del Sud. Tra nuove amicizie, difficoltà e una vita completamente diversa da quella che conosceva, cerca di costru...
