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5 anni prima

Kim Taehyung era una persona diversa. Meno cinico, meno rigido, ma già incredibilmente responsabile e meticoloso. A ventisette anni, con una carriera solida che muoveva i primi passi importanti e la sensazione di aver finalmente trovato il proprio posto nel mondo, pensava di aver coronato il suo sogno di stabilità: aveva appena iniziato a convivere con Bogum, la persona con cui voleva costruire il suo futuro.
L'appartamento sapeva ancora di pittura fresca e scatoli da disfare, ma per Taehyung era casa.
Era un martedì pomeriggio qualunque. Taehyung era uscito dal lavoro in anticipo con un unico obiettivo: fare una sorpresa al suo convivente, magari ordinando del cibo e finendo di sistemare il salotto insieme. Prese il telefono dalla tasca e sbloccò lo schermo, un sorriso spontaneo che gli illuminava il volto mentre digitava un messaggio sulla chat di Bogum.

Taehyung: Sto arrivando a casa. Che ne dici se stasera non cuciniamo e ordiniamo quel thai che ti piace tanto? Non vedo l'ora di rilassarmi con te sul divano ❤️

Rinfoderò il telefono nel cappotto, pregustando già la serata. Immaginava già le risate, loro due abbracciati sul divano tra gli scatoli ancora da aprire, a fare programmi su dove appendere i quadri.

Stavano insieme dai tempi del primo anno di università. Erano passati sette anni da quando Bogum gli aveva offerto per la prima volta metà del suo tramezzino durante una pausa lezioni, e da quel giorno non si erano più separati. Avevano affrontato tutto fianco a fianco: le notti in bianco sui libri, le ansie prima degli esami, la paura di non trovare un lavoro dopo la laurea e i primi stipendi. Taehyung aveva pianificato il loro futuro nei minimi dettagli, con la precisione metodica che lo contraddistingueva. Nella sua testa, la mappa della sua vita era già perfettamente disegnata: la carriera, la convivenza, e un giorno, chissà, magari una casa tutta loro fuori città, un cane e un legame indistruttibile destinato a durare per sempre.
Per Taehyung, Bogum non era solo un fidanzato; era la sua ancora, il suo porto sicuro, la persona a cui affidare ogni fragilità. E adesso, la loro vita stava andando in modo semplicemente perfetto. Avevano finalmente fatto il grande passo: firmato il contratto d'affitto per un bellissimo appartamento.
L'immobile sapeva ancora di pittura fresca e scatoli da disfare, ma per Taehyung era casa. Era il primo, vero mattone del loro "per sempre". Prima di fare il suo ingresso nel palazzo, Taehyung decise di fare una piccola tappa nella pasticceria all'angolo. Comprò una scatola con i dolcetti preferiti di Bogum — quei bignè alla crema per cui andava matto — curando persino il nastro con cui la commessa impacchettava la confezione. Voleva che fosse tutto perfetto.
Con la scatola di dolcetti ben stretta tra le mani e la chiave nell'altra, salì le scale immaginando già le risate, loro due abbracciati sul divano tra gli scatoli ancora da aprire, a fare programmi su dove appendere i quadri mentre mangiavano il dessert. Taehyung avanzava lungo il corridoio del pianerottolo con passo stanco ma leggero, il cuore pieno di quella dolce anticipazione che solo il ritorno a casa sa regalare. Salire i tre piani di scale non era stato affatto semplice: le sue mani erano completamente occupate. Con un braccio stringeva al petto la sua inseparabile cartellina di pelle, rigonfia dei documenti di lavoro firmati in giornata, mentre con l'altro reggeva con estrema cautela la busta della pasticceria. La confezione di cartone rigido era legata con un nastro di raso accuratamente annodato; dentro, una selezione perfetta dei bignè alla crema per cui Bogum andava letteralmente matto.
Raggiunto il pianerottolo del loro appartamento, Taehyung dovette fare un vero e proprio gioco di prestigio per non far cadere nulla. Con un sospiro divertito, incastrò meglio la cartellina sotto l'ascella, bilanciò la busta dei dolci sul piego del gomito e, con la punta delle dita finalmente libera, iniziò a frugare nella tasca del lungo cappotto scuro. Le dita incontrarono il metallo freddo del portachiavi. Con una fatica calcolata, sfilò il mazzo e individuò al tatto la chiave con la capocchia dorata, quella nuova di zecca, duplicata soltanto una settimana prima per la loro nuova vita insieme.
Infilò la chiave nella toppa, sentendo il tipico scatto metallico che rimandava un senso di calore e protezione. Girò la serratura una, due volte. Il meccanismo scivolò via liscio.
Spedì in avanti la pesante porta di legno, pronto a fare il suo ingresso ad effetto, ma non appena la fessura si allargò, venne accolto da un silenzio innaturale e dalla penombra. L'appartamento era buio. Le tende del soggiorno tirate lasciavano filtrare soltanto una debole luce grigiastra dal crepuscolo esterno, dando all'ambiente un'aria quasi deserta, come se all'interno non ci fosse assolutamente nessuno.
Taehyung corrugò leggermente la fronte, sorpreso. La prima idea fu che Bogum fosse ancora fuori o che stesse riposando in camera da letto dopo una giornata faticosa. Fece per varcare la soglia, aprì la bocca per annunciare la sua presenza con un allegro "Sono a casa!", ma le parole gli si congelarono in gola prima ancora che potessero trasformarsi in suono.
Il suo sguardo, sempre attento e meticoloso per abitudine, cadde d'istinto verso il basso, sul parquet chiaro del piccolo ingresso.
Lì, proprio sul ciglio della porta, disposte in modo disordinato e sfacciato come se chi le indossava se le fosse sfilate con fretta ed arroganza, c'era un paio di scarpe. Non erano le pantofole da casa di Bogum, e neanche le sue eleganti stringate da ufficio. Erano delle sneakers nere, enormi, dalla suola alta e piene di borchie metalliche, visibilmente usate e decisamente troppo giovanili. Un paio di scarpe che non appartenevano a quella casa. Che non appartenevano alla loro vita.
Taehyung rimase pietrificato con la porta ancora a metà, il respiro bloccato nei polmoni e la mano destra ancora stretta all'impugnatura della busta dei dolci, mentre un brivido freddo iniziava a scendergli lungo la spina dorsale. Taehyung restò immobile sulla soglia per qualche secondo di troppo, battendo le palpebre nel tentativo di dare un senso logico a quell'immagine. La mente, abituata all'ordine e alla razionalità, cercò subito una spiegazione plausibile per fugare l'ombra di disagio che aveva appena provato.
Forse Bogum aveva invitato un amico a sorpresa? Sì, doveva essere sicuramente così. Magari un ex compagno di corso che non vedeva da tempo, o un collega passato a lasciargli dei documenti. O forse... Taehyung accennò un leggero sorriso amaro e scosse la testa: magari Bogum aveva semplicemente deciso di cambiare stile e si era comprato un paio di scarpe più giovanili senza dirgli niente, stanco del solito abbigliamento formale.
Con ancora la confusione che gli annebbiava i pensieri, Taehyung varcò la soglia ed entrò in casa con passi leggeri, quasi felpati, per non fare rumore. Con estrema cura, guidato dal suo innato senso del rigore, appoggiò la cartellina di pelle e la busta dei dolci sul tavolo all'ingresso, assicurandosi che la confezione con i bignè non si ribaltasse.
Si guardò intorno. L'appartamento era avvolto nel silenzio, interrotto soltanto dal leggero ronzio del frigorifero in cucina. Tutto era calmo, quasi idilliaco.
Taehyung lasciò andare un lungo sospiro, sentendo la stanchezza della giornata lavorativa iniziare a farsi sentire sulle spalle. Allungò le braccia verso l'alto e si stiracchiò con lentezza, sciogliendo la tensione del collo. Poi, con gesti misurati, sfilò il pesante cappotto scuro e lo appese con cura all'attaccapanni, sistemandolo in modo impeccabile.
Un pensiero dolce gli balenò in testa, cancellando ogni residuo di dubbio: sta sicuramente riposando in camera. Bogum si stancava sempre molto facilmente negli ultimi tempi, e l'idea che fosse crollato a letto al buio era la spiegazione più logica.
Un sorriso affettuoso gli ammorbidì i tratti del viso. Taehyung decise di fargli una sorpresa: sarebbe entrato in camera in punta di piedi, si sarebbe infilato sotto le coperte accanto a lui e l'avrebbe svegliato con un bacio, prima di dirgli dei dolcetti che lo aspettavano all'ingresso.
Con il cuore che riprendeva a battere di un calore confortante, muovendosi con la massima cautela per non scricchiolare sul parquet, Taehyung si incamminò lungo il corridoio buio, muovendosi verso la porta chiusa della loro stanza da letto. Taehyung mosse un altro passo felpato lungo il corridoio, il sorriso ancora impresso sulle labbra e la mano già semi-aperta, pronta ad afferrare la maniglia della porta della camera da letto.
Poi, d'improvviso, si bloccò.
Ogni muscolo del suo corpo si irrigidì all'istante, come se fosse stato colto da una scossa elettrica. Nell'aria ovattata della casa non c'era il silenzio pesante di qualcuno che dorme.
Dalla fessura sotto la porta della camera da letto provengono delle voci.
Erano sussurri soffusi, soffocati, interrotti da brevi risate soffocate. Una era senza dubbio la voce calda e familiare di Bogum, sottile e complice. Ma l'altra... l'altra non apparteneva a nessuna delle persone che Taehyung conosceva. Era un tono di voce più fresco, sfacciato, accompagnato da un murmure divertito che non aveva nulla a che fare con la stanchezza di una giornata di lavoro.
Taehyung restò congelato al centro del corridoio. La mano rimase sospesa a mezza altezza nell'aria, mentre il sangue iniziava lentamente a defluire dal suo viso, lasciando spazio a un gelo sottile e devastante. Taehyung rimase lì, completamente immobile al centro del corridoio, il respiro bloccato in gola e le mani che iniziavano a tremare leggermente. Sembrava intrappolato in un incubo ad occhi aperti, in un limbo sospeso dove la realtà rifiutava di farsi accettare.
A risvegliarlo da quella trance fu un suono nitido, inconfondibile: la risata sonora e complice di Bogum. Una risata che Taehyung conosceva fin troppo bene, ma che in quel momento risuonava del tutto sbagliata, intima e viva, scaturita da qualcosa che stava accadendo dentro quella stanza chiusa.
Sopravvissuto appena all'impatto di quel suono, Taehyung fu travolto da un'ondata incontrollabile di dubbi ed emozioni contrastanti. Il cuore gli batteva così forte nelle orecchie da farimene quasi male, mentre il panico iniziava a farsi strada tra le sue difese. Con i piedi pesanti come il piombo, si avvicinò ancora di più alla porta, spinto dal disperato bisogno di smentire i suoi stessi sospetti, di dimostrare a se stesso che stava solo fraintendendo.
Si sporse verso il legno della porta, trattenendo il fiato.
Ed è in quel preciso istante che la voce sconosciuta bucò la penombra. Era un tono giovane, provocatorio, carico di una sicurezza quasi insolente.
«Sono meglio io, vero?»
La frase rimase sospesa nell'aria come un fendente affilato.
A quel punto, il panico e la rabbia primordiale presero il totale controllo di Taehyung. Nessun pensiero razionale, nessuna esitazione meticolosa. Con un movimento brusco, istintivo e violento, Taehyung allungò la mano, afferrò la maniglia e spalancò la porta di colpo. Proprio mentre Taehyung fa capolino nella stanza, prima ancora che i suoi occhi riescano a mettere a fuoco l'interno, un indumento gli vola addosso, finendo per impigliarsi bruscamente sopra le sue scarpe da lavoro. È una t-shirt scura, lanciata con sbadata disinvoltura.
A Taehyung si chiude lo stomaco in una morsa violenta. Un'ondata di nausea istintiva gli sale fin alla gola, così forte e improvvisa da fargli venire quasi da vomitare. Il pavimento sotto i suoi piedi sembra cedere.
La scena che gli si parà davanti gli devasta i sensi. Su quel letto — il loro letto —, Bogum è completamente sopra un altro ragazzo. In un primo momento, Taehyung quel ragazzo non lo guarda nemmeno; la sua mente rifiuta di elaborare i dettagli di quell'intruso. I suoi occhi sono completamente fissati, quasi ipnotizzati dal terrore, su Bogum.
Vede Bogum attorcigliato a quel corpo sconosciuto, le braccia strette a lui con un'intimità spietata, mentre si muove sopra di lui ora del tutto senza maglia, con la pelle lucida nel buio della stanza. Sette anni di fiducia, di ricordi, di promesse e di sacrifici condivisi crollano simultaneamente in quel singolo, atroce fotogramma. Il mondo intorno a Taehyung sembrò sgretolarsi, polverizzandosi in un silenzio assordante dove l'aria diventò improvvisamente troppo pesante da respirare. Non era solo rabbia: era una delusione corrosiva, profonda, un senso di tradimento così sordo e viscerale da frantumargli il petto dall'interno.
Quegli occhi che per sette lunghi anni avevano rappresentato la sua casa, la sua certezza incrollabile e il suo rifugio sicuro, ora appartenevano a un estraneo. Ogni singolo ricordo insieme — le notti passate a studiare fianco a fianco, le promesse sussurrate a mezza voce, i sacrifici fatti per costruire quel "noi" che pareva indistruttibile — si trasformò all'istante in cenere tossica.
Un senso di nausea devastante lo travolse, accompagnato dalla sensazione glaciale di essersi fatto ingannare per tutto quel tempo, di aver regalato la parte più pura e vulnerabile di sé a una menzogna ben recitata. L'uomo per cui aveva pianificato ogni singolo passo del suo futuro lo stava svendendo in quel modo spudorato, sopra le lenzuola pulite della loro nuova vita, come se sette anni non fossero mai esistiti, come se Taehyung non fosse mai stato nulla. La delusione gli scavò un vuoto abissale nello stomaco, sostituendo il calore dell'amore con un gelo glaciale e definitivo. Nessuno fiatava in quella stanza. Il silenzio imbarazzante era denso, pesante e soffocante come un macigno piombato improvvisamente al centro della camera. L'aria si era fatta velenosa, congelata tra la porta spalancata e quel letto che fino a poche ore prima rappresentava un simbolo di futuro.
Il primo a muoversi fu proprio Bogum. Con gli occhi spalancati dal panico e il volto sfigurato da una maschera di puro terrore, si staccò di colpo da quel corpo giovane, quasi come se la pelle di quel ragazzo fosse diventata improvvisamente rovente. La fretta nell'allontanarsi fu tale che rischiò di perdere l'equilibrio, finendo sul bordo del materasso con il respiro affannato, cercando disperatamente di coprirsi il torace nudo con un lembo di lenzuolo.
«T-Taehyung...» balbettò Bogum. La sua voce, di solito calda e rassicurante, ora era solo un filo tremante e patetico. «Cosa... che ci fai qui? Tu dovevi uscire alle sei...»
Taehyung restò fermo sulla soglia, le mani lungo i fianchi serrate in due pugno rigidi. I suoi occhi passavano dalla figura di Bogum al disordine delle lenzuola. Sentiva le orecchie fischiare, un rumore bianco che cercava di coprire il crollo di tutto ciò in cui aveva creduto per sette anni.
«Uscire alle sei?» ripeté Taehyung. La sua voce non era un urlo, ma un sussurro gelato, affilato come una lama. «È questa la prima cosa che hai da dirmi, Bogum? Che dovevo uscire alle sei?»
«No! Cioè... lasciami spiegare, ti prego!» scattò in piedi Bogum, provando a fare un passo verso di lui, ma bloccandosi subito alla vista dello sguardo di Taehyung, glaciale e privo di qualsiasi calore umano. «È stato un errore, te lo giuro! Non significa niente, lui è solo... è solo un ragazzino, non contava nulla!»
Mentre Bogum cercava disperatamente di arrampicarsi sugli specchi, una risatina bassa e sfacciata risuonò dalla parte opposta del letto.
Il ragazzo — fino a quel momento rimasto in ombra — si mise lentamente a sedere. Con gesti pigri e provocatori, allungò una mano per raccogliere la maglietta da terra, scompigliandosi i capelli neri arruffati con l'altra. Sul suo volto non c'era traccia di vergogna, né di panico. Soltanto un'insolente, purissima spavalderia.
Spostò lo sguardo rotondo e attento su Taehyung, squadrandolo da capo a piedi prima di soffermarsi sul suo viso tirato dalla delusione.
«Un errore? Un ragazzino?» disse il giovane, inclinando la testa di lato con un sorriso storto e pungente. «Bogum-ah, è davvero così che mi definisci adesso? Fino a cinque minuti fa mi sembrava che apprezzassi parecchio la mia compagnia.»
«Jungkook, per favore, stai zitto!» lo ringhiò Bogum, voltandosi verso di lui con gli occhi sgranati, la fronte imperlata di sudore freddo. «Non peggiorare le cose!»
«Io non sto peggiorando niente» rispose Jungkook, mettendosi comodo e incrociando le braccia sul petto con un'aria fin troppo rilassata per quella situazione. Poi tornò a fissare Taehyung, assaporando quasi la tensione. «Oh... ma allora sei tu il famoso Taehyung-hyung? Bogum mi parlava sempre di te. Mi diceva quanto fossi preciso, perfetto, metodico... e di quanto la vostra vita stesse diventando maledettamente noiosa. Ora che ti vedo dal vivo... beh, capisco cosa intendeva.»
La frase cadde nel vuoto come un macigno.
Per Taehyung fu come ricevere uno schiaffo in pieno volto. Sentire le sue debolezze, i suoi sacrifici e la sua dedizione svenduti in quel modo da Bogum a un ragazzino sconosciuto gli prosciugò anche l'ultima goccia di aria nei polmoni.
«Tae, non ascoltarlo, sta mentendo!» supplicò Bogum, facendo un altro passo avanti con le mani giunte. «È stato solo un momento di debolezza, la pressione del trasferimento, del lavoro... ti prego, parliamone!»
Taehyung guardò l'uomo con cui aveva condiviso la giovinezza, il primo appartamento, i sogni di una vita intera. E poi guardò il ragazzino, Jungkook, che continuava a sostenere il suo sguardo con una sicurezza sfrontata, senza un minimo rimorso per aver appena distrutto la vita di un estraneo.
«Non c'è niente di cui parlare» disse Taehyung. La sua voce si era fatta sorprendentemente ferma, quasi robotica, scaturita da quel meccanismo di autodifesa che congelava ogni dolore per non farlo crollare sul posto. Taehyung continuava a stare fermo sulla soglia, la mente completamente anestetizzata dall'impatto di quella visione. Gli petti tremavano: le sue mani, prima serrate in due pungi rigidi, ora oscillavano in un tremito incontrollabile, tradendo la tempesta di dolore che la sua mente cercava disperatamente di bloccare.
Fissò Bogum negli occhi. Cercava ancora di ritrovarci l'uomo che aveva amato per sette anni, ma dentro quelle iridi scure non vedeva più nulla che gli appartenesse. Erano gli occhi di uno sconosciuto.
Notando quel tremore e lo sguardo fisso di Taehyung, Bogum provò a fare un ultimo, disperato passo avanti. Si allungò verso di lui, tese le braccia e cercò di afferrargli le mani congelate per cingerle tra le sue.
«Tae... guarda come tremi, ti prego, guardami...» sussurrò Bogum con la voce rotta dal panico, provando a stringergli le dita.
Ma Taehyung era come sospeso in un altro mondo. Quando la pelle calda di Bogum sfiorò la sua, non ci fu alcuna reazione rabbiosa, nessun urlo. Taehyung non si ritrasse nemmeno subito: rimase semplicemente immobile, con gli occhi spalancati e vuoti, come se quell'interazione stesse avvenendo a chilometri di distanza da lui. Il suo cervello rifiutava di elaborare il contatto, incapace di metabolizzare che l'uomo che gli stringeva le mani era lo stesso che, un istante prima, si trovava sopra un altro su quello che doveva essere il loro letto.
Era in uno stato di shock puro. Il mondo gli girava intorno in un vuoto d'aria totale, mentre la realtà continuava a bussare con troppa violenza per poter essere accettata. In quell'atmosfera surreale e densa di tragedia, Jungkook era l'unico a muoversi con una disinvoltura disarmante, quasi fosse l'unico individuo "normale" e fuori contesto in quella stanza devastata.
Sbuffò sonoramente, un suono carico di noia e insofferenza per quel dramma che si stava consumando davanti ai suoi occhi. Senza la minima fretta, si infilò i pantaloni e recuperò la sua felpa oversize da terra. Si sistemò i vestiti con gesti calmi, si scompigliò un'ultima volta i capelli neri con le dita e si incamminò verso l'uscita della stanza.
Passando accanto a Taehyung, che rimase pietrificato e assente mentre Bogum continuava a implorarlo in sottofondo, Jungkook si bloccò per un secondo. Si affiancò alla figura rigida di Taehyung, inclinando leggermente la testa.
Sulle sue labbra comparve di nuovo quel sorriso storto, accompagnato da un'occhiata insolente che trapassò il vuoto negli occhi dell'altro.
«Dovresti ringraziarmi» le sussurrò a voce bassa, con un tono fin troppo leggero. «Con me hai finalmente capito che tra voi due non poteva più andare avanti.»
Rilasciò una breve risatina sommessa, secca e sfacciata, prima di superarlo con un passo felpato, attraversare il corridoio e lasciarsi la porta dell'appartamento alle spalle con un click definitivo.
Taehyung non mosse un muscolo. Non rispose, non si girò nemmeno a guardarlo mentre se ne andava. Ma dentro di sé, incassò ciascuna di quelle parole come se fossero pugni sferrati a tradimento dritto allo stomaco, lasciandolo senza fiato in quel mare di rovina. Quando la porta d'ingresso si richiuse alle spalle di Jungkook, Bogum scattò di rabbia e panico, gridandogli dietro a squarciagola verso il corridoio vuoto:
«Jungkook, smettila! Sparisci!»
La sua voce rimbalzò contro le pareti dell'appartamento prima di spezzarsi definitivamente. Subito dopo, le spalle di Bogum crollarono verso il basso e l'uomo scoppiò in un pianto dirotto, disperato e rumoroso, coprendosi il volto con le mani ancora tremanti.
I singhiozzi soffocati di Bogum infransero finalmente la bolla d'aria che avvolgeva Taehyung. Quel suono patetico agì come una scossa, risvegliandolo di colpo dallo stato di trance in cui era sprofondato.
Taehyung abbassò lentamente lo sguardo sulle proprie mani, che Bogum stava ancora cercando di stringere nella sua presa debole e bagnata di lacrime. In lui non c'era più rabbia esplosiva, ma un vuoto gelido e smisurato.
Con un movimento lento e misurato, Taehyung sfilò con fermezza le dita da quelle dell'altro, spezzando ogni contatto. Guardò l'uomo che aveva amato per sette anni, ora distrutto dal pianto sul bordo del letto, e con un filo di voce, poco più di un sospiro spezzato, sussurrò:
«Perché...»Il silenzio che fino a un attimo prima lo congelava si frantumò in un millisecondo. Lo sguardo di Taehyung scivolò dalle mani di Bogum alle lenzuola stropicciate, a quella piega sul materasso che recava ancora l'impronta di due corpi uniti.
Un senso di nausea devastante e di rabbia primordiale lo travolse come un'onda d'urto. Quelle lenzuola... erano contaminate. Erano sporche, infettate dalla presenza di un estraneo, irrimediabilmente rorovinate.
Senza più alcun controllo, Taehyung scattò verso il letto. Con mani frenetiche e disperate, afferrò i lembi del lenzuolo e cominciò a strapparli via dal materasso con una violenza che non gli apparteneva. Tirava, strattonava, accumulando la stoffa con furia cieca come se stesse cercando di cancellare fisicamente la traccia di quel tradimento, come se a mani nude potesse ripulire la sua casa e la sua memoria da quell'infezione.
«Perché?!» la sua voce esplose finalmente nell'aria, spezzandosi in un urlo straziante che gli squarciò la gola.
Lanciava le lenzuola a terra con foga, il respiro spezzato e gli occhi sgranati e lucidi di lacrime che rifiutavano di cadere. Si girò di scatto verso Bogum, che lo guardava impetrito, e continuò a gridare con tutto il fiato che aveva in corpo, una furia cieca nata dal dolore più profondo.
«Perché mi hai fatto questo?!» urlò, con le dita ancora strette nella stoffa sgualcita. «Sette anni, Bogum! Sette anni! Dove cazzo ho sbagliato?! Dimmelo! Dove ho sbagliato?!»Bogum scattò in avanti, superando d'impatto il disordine delle lenzuola ammucchiate sul pavimento. Le sue mani cercarono di nuovo, disperatamente, le braccia di Taehyung per bloccare quel movimento furioso.
«Tae, ti prego! Lasciami spiegare!» implorò Bogum con la voce soffocata dal pianto, gli occhi rossi e imploranti. «Ti prego, ascoltami... Io mi sentivo solo, va bene?! Non ti sentivo più vicino! Il lavoro era diventato uno stress continuo per entrambi, ci vedevamo poco... non mi sentivo più amato da te!»
Le sue parole caddero come macigni roventi sopra la ferita già aperta di Taehyung.
A quell'ennesima scusa — a quel tentativo vigliacco di scaricare la colpa su di lui, sul lavoro, sulla loro routine —, la barriera rigida che Taehyung aveva eretto per proteggersi crollò definitivamente. Le difese si spezzarono tutte insieme in un unico, devastante istante.
I suoi pungi persero la presa sulla stoffa del lenzuolo. Taehyung piegò leggermente le ginocchia e scoppiò a piangere.
Non fu un pianto silenzioso o contenuto. Fu un pianto dirotto, viscerale, un pianto che gli strappò il fiato dal petto e lo fece tremare dalla testa ai piedi. Le lacrime, tenute a freno fino a quel momento, gli inondarono il viso caldo, lasciandolo piegato su se stesso al centro di quella stanza devastata, sommerso dal peso insopportabile di un tradimento che non meritava. Al contatto con le dita di Bogum, la pelle di Taehyung bruciò come se fosse stata toccata dal fuoco. Con una reazione improvvisa e violenta, si diede una spinta all'indietro, strattonando le braccia per liberarsi dalla sua presa.
«NON MI DEVI TOCCARE!» urlò Taehyung, la voce spezzata dalle lacrime e squarciata da un'isteria che non gli apparteneva.
Fece due passi indietro, inciampando quasi tra le lenzuola che aveva appena strappato dal letto. I suoi occhi, rossi e gonfi, fissarono Bogum con una rabbia devastante, mescolata a una repulsione pura, viscerale.
«Mi fai schifo, hai capito?!» continuò a gridargli contro, mentre il petto gli si alzava e abbassava a ritmi incontrollabili. «Mi fai schifo! Te ne devi andare! Vattene via da questa casa!»
Senza attendere una risposta, Taehyung si girò di scatto e corse verso le grandi ante dell'armadio a muro. Le spalancò con un colpo secco, così forte da far rimbombare il legno nella stanza. Con mani tremanti e furiose, iniziò ad afferrare a manciate le maglie, i pantaloni e le giacche di Bogum.
Non c'era più nulla di metodico in lui. Strappava i vestiti dalle grucce senza pietà e glieli scagliava addosso con foga cieca, lasciando che la stoffa volasse per la stanza e ricoprisse il pavimento.
«Prendi le tue cose e sparisci!» gli gridava contro, lanciandogli ai piedi un'altra manciata di vestiti. «Vattene! Non voglio più vederti, non voglio più sentire la tua voce! Fuori da qui!»Anche Bogum piangeva, inghiottito da un singhiozzo disperato e rumoroso che lo scuoteva interamente. Le sue lacrime, calde e inutili, cadevano sui vestiti che Taehyung continuava a scagliargli contro con cieca rabbia. Rimase immobile al centro della stanza, circondato da giacche, maglioni e pantaloni ammucchiati sul pavimento, cercando invano di incrociare di nuovo lo sguardo di Taehyung per ritrovarci un briciolo di pietà.
«Tae, ti prego... guardami, ascoltami solo per un secondo...» supplicava Bogum, la voce ridotta a un rantolo patetico, mentre le sue mani cercavano ancora gesticolando un contatto che ormai era diventato impossibile. «Non buttare via tutto così... Abbiamo fatto così tanti sacrifici per arrivare fin qui... sette anni, Tae... non puoi cancellare sette anni per un solo sbaglio...»
Ma Taehyung non lo ascoltava più. Le parole di Bogum non erano altro che un rumore di fondo infastidente, un eco distante che non riusciva più a bucare la barriera di gelo che gli si era cristallizzata intorno al cuore. In lui si era rotto qualcosa. Un crack invisibile, sordo e profondo, come una crepa che spacca un cristallo pregiato in mille pezzi irreparabili. Quel legame che per sette lunghi anni aveva rappresentato la sua unica certezza, il suo porto sicuro di fronte a ogni difficoltà, si era spezzato con la violenza spietata di un cavo d'acciaio teso all'estremo. E nulla al mondo — nessuna scusa, nessuna lacrima, nessuna preghiera — avrebbe mai potuto ricomporlo.
«Prendi le tue cose e vattene» disse Taehyung. La sua voce non era più un urlo. Era diventata piatta, glaciale, svuotata di ogni tipo di emozione.
I suoi occhi, gonfi e rossi per le lacrime versate un istante prima, ora fissavano Bogum con un distacco spaventoso, lo stesso con cui si guarda un totale estraneo incrociato per sbaglio lungo la strada. Non c'era più amore, non c'era più odio: c'era soltanto un abisso di niente.
Bogum capì. Capì nel preciso istante in cui incrociò quel muro d'ombra che tra loro due era davvero finita. Con le mani tremanti e la vista offuscata dal pianto, iniziò a raccogliere i suoi vestiti da terra, infilandoli alla rinfusa in una borsa da viaggio recuperata dal fondo dell'armadio. Ogni gesto era lento, pesante, accompagnato da continui sguardi verso Taehyung, sperando fino all'ultimo in un ripensamento, in un cenno, in una qualsiasi crepa in quella corazza di ghiaccio.
Ma Taehyung rimase fermo sul bordo della porta, incrociando le braccia al petto, a fare da spettatore silente alla fine della sua storia d'amore.
Quando Bogum chiuse la cerniera della borsa, si alzò e camminò verso il corridoio, trascinando i piedi come se portasse sulle spalle un peso insopportabile. Si bloccò sulla soglia dell'ingresso, accanto al tavolo dove la custodia dei bignè — la sorpresa che Taehyung gli aveva portato con tanto affetto — giaceva ancora intatta.
«Mi dispiace, Taehyung... mi dispiace davvero...» mormorò Bogum per l'ultima volta, senza ricevere alcuna risposta.
Poi, la porta d'ingresso si aprì e si richiuse con un click secco, definitivo.
Da quel momento in poi, il silenzio avvolse l'appartamento, pesante come una lastra di piombo. Non ci furono telefonate chiarificatrici nei giorni successivi. Non ci furono messaggi di scuse a notte fonda, né incontri casuali per strada organizzati con la speranza di vedersi. La cancellazione fu totale, sorda, chirurgica e spietata.
Come se un singolo, maledetto pomeriggio di penombra, bugie e tradimento avesse avuto il potere spaventoso di spazzare via per sempre sette lunghi anni di vita condivisa, riducendo due anime che si promettevano l'eternità a due perfetti sconosciuti. I mesi passavano con la monotonia di un orologio a cucù in una stanza vuota. Taehyung era cambiato, e ne era dolorosamente consapevole: se ne accorgeva nelle piccole, terribili banalità quotidiane che prima definivano la sua esistenza.
Il ragazzo che un tempo passava le sere d'inverno arrotolato sotto una coperta a guardare film fino a tardi, ora non riusciva più neanche ad accendere la tv. Lo schermo nero del salotto era diventato uno specchio che gli restituiva solo la sua immagine riflessa in una casa troppo grande e troppo silenziosa.
Il contatto fisico, un tempo la sua forma d'espressione preferita e naturale, gli provocava ormai un rigetto istintivo. Se al lavoro un collega gli sfiorava sbadatamente la spalla per attirare la sua attenzione, Taehyung si irrigidiva come se fosse stato toccato da un ago rovente. Si ritraeva con un movimento impercettibile ma netto, erigendo una bolla d'aria invalicabile attorno a sé.
Rifiutava sistematicamente ogni invito. Le cene dopo il lavoro con i colleghi, gli aperitivi del venerdì, i caffè al bar d'angolo: trovava sempre una scusa educata, una voce piatta e sorrisi di circostanza per declinare. Tornare a casa, chiudersi la porta alle spalle ed essere inghiottito da quel silenzio era l'unica cosa che gli dava una macabra sensazione di sicurezza.
Ma la verità più spaventosa, quella che gli scavava buchi nello stomaco ogni volta che si lavava i denti prima di andare a dormire, era un'altra: per sette anni era stato la metà di qualcosa. Aveva costruito la sua identità, i suoi gusti, i suoi ritmi in funzione di un "noi". E ora che quel "noi" era stato polverizzato, si rendeva conto che da solo non sapeva più chi fosse.
Era come se il tradimento non gli avesse tolto solo un compagno, ma gli avesse prosciugato l'anima, lasciandolo un guscio vuoto, un'ombra che vagava per il mondo senza più nessun posto da chiamare casa.

Niente di personale - TaeKookStories to obsess over. Discover now