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I primi giorni di ottobre avevano quella strana capacità di confondere le idee.
Sulla carta era autunno. Roma, però, sembrava non averlo ancora capito.

Mina chiuse il rubinetto e si passò entrambe le mani sul viso, lasciando che l'acqua fresca le scivolasse lungo il collo. Sollevò la testa e si osservò per un istante nello specchio del bagno.
Capelli raccolti male, maglietta larga, occhiaie, niente trucco. La versione di sé che esisteva quando non c'era nessuno da impressionare.

Uscì dal bagno scalza e attraversò l'appartamento.

La finestra del soggiorno era aperta. Entrava un'aria tiepida che sapeva di città e asfalto caldo, non certo di foglie secche o castagne.
Si affacciò appena. La strada sotto era già viva: motorini, macchine parcheggiate in doppia fila, qualcuno che litigava per un posto auto, un cane che abbaiava da qualche balcone.
Normale, tutto normale. Forse fin troppo.

La donna si appoggiò allo stipite della finestra e lasciò vagare lo sguardo sui palazzi di fronte.

Era tornata da più di un mese.
Un mese.
Detta così sembrava un'eternità.

Eppure c'erano mattine in cui il suo primo pensiero era ancora capire che ora fosse a Seoul.
Non perché dovesse sentire qualcuno. Era diventata un'abitudine. Come controllare il meteo, guardare l'oroscopo, scrollare titktok.
Il telefono era sul tavolo della cucina. Lo schermo spento, nessuna notifica.

Mina si allontanò dalla finestra e si preparò il caffè. Il rumore della moka che iniziava a borbottare riempì il silenzio dell'appartamento.
Un rumore che conosceva da sempre. Molto più familiare delle macchinette automatiche dei convenience store aperti ventiquattro ore su ventiquattro. Molto più familiare del caffè annacquato che aveva imparato a bere in Corea.

Eppure, mentre versava il caffè nella tazza, le venne da sorridere pensando a quante volte Donghae aveva definito quella roba "carburante per aerei". Aveva provato a farglielo assaggiare e non aveva più voluto ripetere l'esperienza.

Mina scosse la testa ridendo tra sé e sé.
Si sedette al tavolo e accese il computer. Controllò alcune mail, rispose a un paio, aggiornò un paio di documenti. Cose normali, cose utili, concrete. La vita che aveva sempre avuto e che fino a pochi mesi prima le sembrava sufficiente.

Sul frigorifero era ancora attaccato il biglietto di Sookja.
Lo sguardo le cadde lì quasi senza volerlo.

"Quando l'acqua è agitata, non cercare il fondo.
Aspetta. Chi deve restare, resta quando smetti di trattenere."

Mina abbassò gli occhi sulla tazza. Il problema era che non si sentiva ferma per niente. Non si sentiva nemmeno agitata. Era peggio, era come stare in una stazione con il tabellone spento. Non sai dove andare e non sai nemmeno quali treni stanno arrivando. Sai soltanto che sei in attesa.
E aspettare non era mai stata la sua specialità.

Si alzò dal tavolo e iniziò a sistemare alcune cose sparse sul mobile del soggiorno.
Un libro, una ricevuta, un caricatore.
Una foto... La prese tra le dita.
Era stata scattata durante il periodo del comeback.

Lei, Arin e Luna.
Tutte e tre che ridevano per qualcosa fuori campo.
Ricordava bene quel giorno.
Ricordava benissimo anche la sensazione, quella certezza assurda che il tempo davanti a loro fosse infinito, che ci sarebbe sempre stato un altro pranzo, un'altra prova, un'altra serata, un altro giorno.

Mina rimise la fotografia al suo posto, poi si avvicinò alla finestra un'altra volta.

Da qualche parte, a quasi novemila chilometri di distanza, era già quasi sera.
Forse stavano mangiando.
Forse stavano lavorando.
Forse stavano dormendo.
Forse non stavano pensando a lei.

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⏰ Last updated: 5 days ago ⏰

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