Ci sono persone che arrivano nella nostra vita per restarci.
Altre ci restano anche quando se ne vanno.
Prima di Niccolò, io ero convinto di stare bene.
Non era una bugia. Avevo una vita che funzionava: un
lavoro, degli amici, una città che avevo imparato ad amare e
Alma, che mi aspettava dietro la porta ogni sera come se il mio
ritorno fosse l'evento più importante della giornata. Ridevo
spesso, facevo ridere gli altri ancora più spesso e avevo sviluppato
quella capacità che appartiene alle persone abituate a cavarsela
da sole: sapevo trasformare quasi tutto in una battuta.
A volte bastava una frase detta al momento giusto e la
tavolata esplodeva. Io ridevo insieme agli altri, più forte di tutti,
e per qualche minuto nessuno avrebbe potuto immaginare
quanto fossi bravo a nascondermi proprio dietro quel rumore.
Ero introverso ed estroverso nello stesso istante. Entravo in
una stanza e riuscivo a riempirla, ma bastava che qualcuno
provasse ad avvicinarsi troppo perché sentissi il bisogno di
tirarmi indietro. Mi piacevano le persone; mi spaventava la
possibilità che una di loro riuscisse davvero a conoscermi.
Avevo imparato quella paura in una relazione precedente.
All'inizio l'avevo chiamata amore. Poi, con il tempo, le
attenzioni erano diventate controllo, le domande interrogatori,
la presenza una forma di sorveglianza. Le parole che avrebbero
dovuto proteggermi avevano cominciato a farmi dubitare di me
stesso.
Quando una storia tossica finisce, non si porta via soltanto la
persona. Lascia dietro di sé una voce. Una voce che continua a ripeterti che devi stare attento, che ogni gesto gentile potrebbe
nascondere una pretesa, che affezionarsi significa consegnare a
qualcuno la mappa dei punti in cui può ferirti.
Io quella voce me l'ero portata a Roma.
Roma era diventata la mia nuova casa senza chiedermi di
dimenticare la precedente. Mi aveva accolto con il traffico del
mattino, i marciapiedi sempre pieni, i motorini che
comparivano da ogni lato e il caffè bevuto in piedi prima di
entrare al lavoro. All'inizio mi era sembrata troppo grande per
accorgersi di me. Poi, giorno dopo giorno, avevo iniziato a
riconoscere le sue abitudini e lei aveva imparato le mie.
Lavoravo in un centro commerciale. Ogni mattina
attraversavo corridoi illuminati troppo bene, vetrine perfette e
persone che camminavano con la fretta di chi aveva sempre
qualcosa da comprare o qualcuno da raggiungere. C'erano
giornate in cui il tempo sembrava non passare e altre in cui mi
accorgevo dell'ora soltanto quando le serrande cominciavano ad
abbassarsi.
Avevo i miei rituali: il caffè amaro, senza zucchero; il
profumo legnoso che mettevo anche quando sapevo che nessuno
ci avrebbe fatto caso; un messaggio agli amici durante la pausa;
una fotografia di Alma se la giornata si faceva pesante.
Il caffè amaro mi piaceva perché non fingeva di essere altro.
Era forte, semplice, quasi brusco. Mi somigliava più di quanto
volessi ammettere.
Roma mi aveva dato indipendenza. Mi aveva insegnato a
scegliere per me stesso, a costruire giornate che non
dipendessero dalla presenza di qualcun altro. Mi aveva mostrato
che si può cambiare città senza perdersi e, qualche volta, perfino
ritrovarsi.
Eppure Palermo restava dentro di me con la forza delle cose
che non hanno bisogno di essere difese.
Palermo non era nostalgia. Era appartenenza.
Era il sole che rendeva quasi bianche le facciate, il vento che
portava il sale anche nelle strade lontane dal mare, il rumore
degli scooter, le voci che si sovrapponevano nei mercati, il modo in cui una conversazione poteva iniziare da un balcone e finire
dall'altro lato della strada. Era uno scorcio di mare tra due
palazzi, come una promessa che non aveva bisogno di parole.
Roma era la città in cui vivevo. Palermo era la città che
viveva in me.
Non avevo mai sentito il bisogno di scegliere tra le due.
Amavo Roma con la gratitudine che si prova per chi ti offre una
seconda possibilità. Amavo Palermo in modo viscerale,
irrazionale, come si ama una parte del proprio corpo. Anche nei
giorni più felici a Roma, bastava l'odore del mare o una voce
siciliana sentita per caso perché qualcosa dentro di me tornasse a
casa.
Quando ero triste, guidavo.
Non sempre avevo una destinazione. A volte prendevo le
chiavi, salutavo Alma e scendevo soltanto perché avevo bisogno
di muovermi. Accendevo il motore, abbassavo il finestrino
anche quando faceva freddo e alzavo la musica fino a sentire il
basso nello stomaco.
Cantavo a squarciagola. Ero stonato, lo sapevo, ma nessuno
poteva sentirmi davvero. Le macchine intorno a me
diventavano luci, le strade si allungavano e per qualche
chilometro avevo l'impressione che ogni problema potesse essere
lasciato indietro a un semaforo.
Le canzoni riuscivano a farmi piangere più dei film. Al
cinema potevo commuovermi, sentire il nodo salire, ma restavo
composto. Una canzone, invece, poteva sorprendermi mentre
guidavo e aprire una crepa senza chiedere permesso.
Non mi piaceva piangere. Mi sembrava una resa troppo
visibile. Preferivo trattenere, sorridere, cambiare discorso.
Avevo pianto poche volte davanti a qualcuno, e quasi sempre
quel qualcuno era Andrea.
Andrea era il mio migliore amico. Riflessivo e impulsivo
nello stesso modo contraddittorio in cui io ero introverso ed
estroverso. Poteva ascoltarmi per un'ora senza interrompermi e,
un secondo dopo, propormi una decisione folle come se fosse
l'unica ragionevole. Sentiva tutto. A volte più di me.
Con lui non avevo bisogno di essere quello simpatico. Potevo
stare zitto, e Andrea non interpretava il silenzio come distanza.
Sapeva che, in certi momenti, il modo migliore per volermi
bene era restare lì.
Poi c'era Alma.
Alma era una bulldog francese albina con la capacità di
occupare molto più spazio di quanto il suo corpo permettesse.
Dormiva come se il letto fosse suo, pretendeva attenzioni
quando decideva lei e mi guardava con un'espressione offesa
ogni volta che uscivo senza portarla.
Per tutti era il mio cane. Per me era famiglia.
La sera, quando infilavo la chiave nella serratura, la sentivo
già muoversi dall'altra parte. Aprivo la porta e lei mi veniva
incontro con quell'entusiasmo assoluto che soltanto gli animali
sanno conservare.
«Ciao, amore.»
Era quasi sempre la prima frase che pronunciavo entrando in
casa.
Posavo le chiavi, lasciavo la giacca su una sedia anche se mi
ripromettevo ogni volta di sistemarla e mi chinavo ad
accarezzarla. Alma mi annusava le mani come se dovesse
verificare dove fossi stato, poi mi seguiva in ogni stanza.
Le raccontavo le giornate. Le parlavo dei clienti, del traffico,
degli amici, delle piccole cose che mi avevano irritato. Lei
inclinava la testa e io fingevo che capisse tutto.
Forse lo faceva.
In quel periodo la mia vita aveva un ordine preciso. Lavoro,
amici, telefonate alla famiglia, serate semplici, Alma. Non
sentivo che mancasse qualcosa. O forse avevo imparato a non
fare domande alle assenze.
Quando qualcuno provava a presentarmi una persona,
ridevo.
«Sto bene così.»
Lo dicevo con leggerezza e spesso ci credevo davvero.
Non ero contrario all'amore. Ero contrario al rischio. Avevo
confuso le due cose fino a renderle quasi inseparabili. Desideravo
la vicinanza, ma appena la intravedevo cominciavo a cercare la
via d'uscita. Volevo essere scelto, purché nessuno mi chiedesse di
abbassare del tutto le difese.
La sera, prima di dormire, chiusi la valigia. La mattina
seguente sarei partito per Palermo: mi aspettava il matrimonio
di mia cugina Martina. Mi buttai a letto e iniziai a guardare
Instagram.
Era un gesto automatico: il telefono in una mano, l'altra
appoggiata sul fianco di Alma. Scorrevo fotografie di viaggi,
piatti troppo belli per essere veri, tramonti, amici, sconosciuti,
persone che sembravano sapere esattamente dove stessero
andando.
A volte lasciavo un cuore sotto una fotografia. Non
significava quasi mai nulla. Era un gesto piccolo, distratto,
destinato a scomparire tra decine di altri.
Non sapevo ancora che anche i gesti più insignificanti
possono trovare la persona giusta.
Nel 2021 il mondo non aveva ancora ricominciato del tutto.
La pandemia aveva insegnato a tutti una nuova grammatica
della distanza: mascherine, paura, esitazioni, incontri
rimandati. Avevamo imparato a desiderare gli altri attraverso
uno schermo e a considerare pericoloso perfino un abbraccio.
Grazie per aver letto il primo capitolo di Londra saprà sempre di te.
Questo romanzo è attualmente inedito. Ho scelto di condividere soltanto l'inizio di una storia che parla di incontri, distanze e di quelle persone che riescono a cambiarti senza fare rumore.
Se questo primo capitolo ti ha lasciato qualcosa, fammelo sapere nei commenti. Ogni opinione è preziosa.
— Manlio Prestianni
KAMU SEDANG MEMBACA
Londra saprà sempre di te
RomansaNon tutte le storie d'amore iniziano con un bacio. Alcune iniziano con una chiamata, crescono attraverso uno schermo e trovano il coraggio di attraversare centinaia di chilometri. Londra saprà sempre di te è un romanzo sulla distanza, sulle coincide...
