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Giada

Camilla

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Camilla

Il suono della sveglia sul comodino non fece in tempo a finire il primo squillo

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Il suono della sveglia sul comodino non fece in tempo a finire il primo squillo. La mano di Giada si abbatté sullo schermo del telefono con la precisione chirurgica di un cecchino.
Se c'era una cosa che Giada amava, era la sua routine millimetrica: cinque minuti esatti per fissare il soffitto chiedendosi perché non avesse scelto una facoltà più facile, una doccia gelata per darsi una svegliata, tre tazze di caffè nero bollente e la sua immancabile giacca di pelle nera. Quel giorno, però, non era un giorno qualunque. Era il suo primo giorno di tirocinio in chirurgia.
Prese il casco, saltò in sella alla sua moto e fece ruggire il motore. Sfrecciare nel traffico della città la faceva sentire viva, e in un attimo si ritrovò a svoltare nel vialetto che conduceva ai parcheggi sul retro dell'ospedale.
Parcheggiò, spense la moto e scese, togliendosi il casco con un colpo di testa teatrale per sistemarsi i capelli biondi. Fu esattamente in quel momento che la sua attenzione venne completamente rapita.
A pochi metri da lei, camminando a passo sicuro verso l'ingresso secondario, c'era una donna. Indossava un tubino scuro che fasciava un corpo da favola e delle scarpe col tacco che facevano un rumore ipnotico sull'asfalto. Ma soprattutto, aveva un sedere che sembrava disegnato da un artista rinascimentale.
Giada rimase letteralmente folgorata. Senza un briciolo di pudore, iniziò a camminare nella stessa direzione, praticamente ipnotizzata da quella visuale celestiale.
"Santo cielo, grazie per avermi fatto scegliere medicina", pensò, con gli occhi incollati alle curve della sconosciuta.
Troppo impegnata a fare apprezzamenti mentali, Giada non vide il blocco di cemento di un vecchio cantiere stradale lasciato lì vicino al marciapiede.
Il piede ci sbatté contro. Il baricentro fallì miseramente.
Con un verso decisamente poco sexy e le braccia che roteavano nell'aria come pale eoliche, Giada franò rovinosamente a terra, trascinando con sé lo zaino e facendo un rumore tremendo.
La donna davanti a lei si bloccò immediatamente. Sentendo il pasticcio, si girò e guardò la ragazza distesa a terra. Poi, incrociò le braccia al petto, sollevando un sopracciglio perfettamente curato. Sul volto le spuntò un sorrisetto divertito e decisamente ironico.
Si avvicinò a Giada, fermandosi a pochi centimetri dalla sua testa, e si chinò leggermente, offrendole una mano affusolata.
«Tutto bene? O hai bisogno di un trapianto di occhi per guardare dove metti i piedi?» domandò la donna, con una voce profonda, vellutata e tremendamente affascinante.
Giada, ancora dolorante ma per nulla imbarazzata, afferrò la mano e si tirò su, sfoggiando il suo sorriso più sfacciato. «In realtà, penso che mi servirebbe un cardiologo. Il mio cuore ha saltato un battito, ma la colpa non è del sasso... è della visuale panoramica che avevo davanti.»
La donna trattenne a stento una risata, scuotendo la testa. «Oltre che distratta sei anche un'ottima adulatrice. Ma ti consiglio di concentrarti sulla strada, la prossima volta rischi di romperti il naso.»
«Oh, per una vista del genere mi romperei anche una gamba, signora...» ribatté Giada, ammiccando spudoratamente mentre si ripuliva la giacca dalla polvere.
La donna la squadrò un'ultima volta, divertita da tanta audacia, e si voltò: «Muoviti a entrare, ragazza della moto. O farai tardi.»
Dieci minuti dopo, Giada era nell'aula dei tirocinanti, con il camice bianco addosso e l'adrenalina a mille. Il direttore del reparto entrò per presentare il chirurgo strutturato che avrebbe supervisionato il loro percorso per i mesi successivi.
«Ragazzi, vi presento il vostro incubo per i prossimi mesi. È una delle nostre migliori chirurghe, esigente e senza peli sulla lingua. Cercate di non farla arrabbiare.»
La porta dell'aula si aprì.
Giada, che stava giocherellando con una penna, alzò lo sguardo. Il respiro le si bloccò in gola.
La donna del parcheggio entrò nella stanza, i tacchi che battevano sul pavimento esattamente come prima, ma ora indossava un camice bianco impeccabile e un tesserino magnetico sul petto. Il contrasto tra la sua postura elegante e lo sguardo severo era letale.
«Buongiorno a tutti. Sono la dottoressa Camilla Roversi», disse la donna, lo sguardo serio che passava in rassegna i giovani medici.
Quando gli occhi della dottoressa incrociarono quelli di Giada, si fermarono per un secondo impercettibile. Un lampo di divertimento e di pura sfida passò nelle sue pupille. Lei sapeva. E Giada sapeva che lei sapeva.
Giada si raddrizzò sulla sedia, mandando giù un groppo di saliva, ma il suo cervello non ne volle sapere di stare zitto e tenere un ceccio in bocca. Con un sorriso che le spuntava d'istinto sulle labbra, si chinò verso il collega di fianco a lei e sussurrò a voce fin troppo alta: «Bene. Se dobbiamo fare i turni di notte, ho appena deciso che voglio essere la sua ombra. Anche perché, fidati, quell'ombra ha delle curve pazzesche.»
La dottoressa Camilla, che evidentemente aveva un udito finissimo, batté la cartella clinica sul tavolo di metallo, producendo uno schiocco secco che fece zittire la stanza. Fissò Giada dritto negli occhi.
«Qualcosa da condividere con la classe, dottoressa... ?»
«Giada, mi chiamo Giada», rispose lei, sostenendo lo sguardo senza battere ciglio e sfoderando la sua solita sfrontatezza. «Dicevo solo che non vedo l'ora di... imparare tutto da lei, dottoressa Camilla.»

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