«June, mamma ha detto che devi scendere a preparare la tavola!» La voce di Luna risuonò chiara, a tratti infantile. Spuntava dallo stipite della porta solo con la testa, le mani aggrappate al cornicione di legno. Mia sorella aveva pochi anni meno di me, ma il distacco tra noi pareva smisurato. Essendo la maggiore, "responsabilità" era diventato il mio secondo nome: i nostri genitori lavoravano spesso e toccava quasi sempre a me occuparmi delle più piccole.
Eravamo diverse in tutto, non sembravamo neppure imparentate. I suoi capelli erano di un biondo talmente chiaro da apparire bianchi, creavano un gioco di luci e ombre che faceva risaltare ancora di più i suoi occhi, neri come l'abisso.
«Arrivo, dammi solo un secondo,» risposi, posando la matita e chiudendo il diario.
Scrivere mi era sempre piaciuto; era il mio modo per svuotare la testa, mettendo su carta i pensieri e le lezioni imparate dopo ogni lunga giornata. Uscii dalla stanza spegnendo la luce e chiudendo la porta con cura — lo facevo sempre, non sopportavo che le mie sorelle andassero a ficcanasare tra le mie cose.
Mi diressi verso le scale. La nostra non era una casa enorme, ma bastava per cinque. Il piano terra era essenziale: un salotto che sfumava nella cucina e un piccolo bagno di servizio; sopra c'era la zona notte, con le camere e il bagno principale. Io, per fortuna, avevo una stanza tutta mia, ma le mie sorelle erano costrette a condividerne una.
Mentre scendevo, un profumo invitante mi avvolse: mamma stava cucinando. L'odore di polpettone e patate arrosto riempiva l'aria; era uno dei nostri piatti preferiti, che però preparava solo quando doveva darci qualche notizia importante.
In cucina, Luna sedeva già a tavola con le mani infilate sotto le cosce e le gambe che dondolavano freneticamente avanti e indietro. Mamma era impegnata ai fornelli e papà le stava proprio accanto con Aurora in braccio, intento ad assaggiare un boccone che lei gli porgeva. Aurora mi somigliava molto: aveva ereditato i capelli castani della mamma e gli occhi chiari del papà. Le lentiggini, invece, erano una mia esclusiva. Nessun altro in famiglia le aveva, e per questo mi chiamavano "Stellina": dicevano che i puntini sul mio viso sembrassero piccoli astri nel cielo.
«Stellina, sei scesa finalmente!» esclamò papà, accorgendosi per primo di me.
«Apparecchia la tavola, per favore,» aggiunse la mamma, tenendo lo sguardo fisso sulle pentole.
Senza dire una parola, presi la tovaglia dal solito cassetto sotto il forno. Poi i piatti, i bicchieri e infine le posate. Ci sedemmo nei posti di sempre, che pur non essendo etichettati erano ormai fissi da anni: papà a capotavola, mamma accanto ad Aurora — che aveva ancora bisogno di aiuto per mangiare — e dall'altro lato io e Luna. Io sedevo alla destra di papà.
Di solito, la cena era il momento in cui ci raccontavamo la giornata tra risate e chiacchiere, ma quel giorno era diverso. I nostri genitori sembravano tesi, quasi rigidi; restavano in silenzio, limitandosi ad ascoltare Luna che descriveva, con fin troppi dettagli ed entusiasmo, come avesse disezionato una rana a scuola.
Continuai a rigirare la forchetta nel piatto, smontando pezzo dopo pezzo la mia porzione di carne.
«Non ti piace?» mi chiese la mamma, notando come stessi riducendo il polpettone in briciole.
«No, no... è buono,» esitai, cercando le parole giuste. Sapevo che non si sarebbero arrabbiati; dopotutto, in casa nostra la sincerità era una regola. O almeno, così volevano farci credere. «È solo che... lo prepari solo quando devi dirci qualcosa di grosso. Che succede?»
Gli sguardi dei miei si incrociarono per un istante carico di sottintesi. Posarono le posate all'unisono, un gesto che fece calare un silenzio improvviso e pesante nella stanza. Papà appoggiò le braccia sul tavolo, cercando il consenso di mamma con un cenno del capo. Lei ricambiò, stringendo le labbra in una linea sottile.
«Dobbiamo trasferirci di nuovo,» disse papà. Il suo tono era fermo, privo di appello.
«Come, di nuovo?» La voce di Luna esplose nel silenzio, acuta e incredula. «Ci siamo appena sistemati!»
Aveva ragione. Dopo che nella nostra città natale si erano diffuse quelle strane voci sulla nostra famiglia, eravamo stati costretti a fuggire. Ma un nuovo trasloco, ora, non aveva senso. Non era successo nulla; non avevamo avuto il tempo di conoscere nessuno, né di farci notare. Eravamo lì solo da una settimana: quale motivo poteva essere così grave da spingerci a scappare ancora?
«Quelle voci... sono arrivate fin qui?» chiesi, cercando una conferma che temevo.
«No. Quella storia è acqua passata,» Mamma mi fissò, la voce decisa ma velata da una nota di urgenza. «Non possiamo spiegarvi con precisione perché dobbiamo farlo, ma restare non è più sicuro.»
«In che senso "non è più sicuro"?» incalzai. Sentii un brivido scendermi lungo la schiena. Com'era possibile? Cosa poteva minacciarci in un posto dove eravamo ancora dei perfetti sconosciuti?
All'improvviso, la porta sul retro si spalancò con un colpo secco. Carl, il nostro vicino, irruppe in cucina.
«Ci hanno trovati! Dovete andare, ora!» Era stravolto: la maglietta zuppa di sudore, le parole che gli uscivano strozzate, tremanti per il terrore.
I miei balzarono in piedi, facendo stridere pesantemente le sedie sul pavimento. Nei loro occhi vidi un lampo di puro panico, una paura folle che non riuscivo a decifrare.
«Come hanno fatto a fare così in fretta?» Papà scattò verso la finestra, la voce incrinata dal nervosismo. In sottofondo, il pianto improvviso e acuto di Aurora iniziò a coprire ogni altra cosa, rendendo l'aria densa e irrespirabile.
Carl ci spinse con forza verso l'uscita. «Non c'è tempo! Ho lasciato un'auto a un isolato da qui, c'è l'essenziale per un paio di giorni. Muovetevi!»
Ci scagliammo verso il corridoio, ma proprio mentre stavamo per varcare la soglia, il rumore di una sgommata squarciò la quiete della strada.
«Maledizione! Sono già qui,» imprecò Carl, impallidendo. «Pensavo di aver guadagnato più tempo. Dovete correre!»
Non fece in tempo a finire la frase. Un boato scosse la casa e la porta d'ingresso venne abbattuta, schiantandosi contro il muro. Cinque uomini armati fecero irruzione con una coordinazione feroce.
«Tutti a terra! Subito!»
Carl non esitò. Si scagliò in avanti, facendoci scudo con il proprio corpo per aprirci una via di fuga. Poi, un sibilo secco squarciò l'aria, seguito da un tonfo sordo. Carl crollò a terra. Mio padre lanciò un grido e scattò per soccorrerlo, ma un secondo colpo, identico al primo, lo intercettò a metà strada.
«June, ascoltami!» mia madre mi afferrò per le spalle, le dita conficcate nella carne. Il suo volto era una maschera di terrore e lacrime, la voce ridotta a un sussurro soffocato. «Prendi le tue sorelle e scappa. Ora! Nell'auto c'è un indirizzo, devi raggiungerlo a ogni costo.»
Mi consegnò Aurora tra le braccia e, con un gesto frenetico, mi allacciò qualcosa al collo. «Quando arrivi, mostra loro questo. Capiranno. Ti aiuteranno.»
Un terzo colpo esplose, squarciando ogni cosa.
Spalancai gli occhi. Il soffitto grigio della camerata mi fissò, immobile. Ero di nuovo lì, distesa tra gli altri ragazzi. Sentivo ancora le lacrime bagnarmi il viso e il respiro corto, incastrato in gola. Sotto le coperte, la mia mano stringeva convulsamente il ciondolo che portavo al collo: una stella blu.
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SYNAPSE "Non lasciare che la paura cancelli chi sei."
Science FictionJune Grey si risveglia nel silenzio di una casa isolata, con il vuoto nella mente e solo il volto familiare di un amico d'infanzia a cui aggrapparsi. Ma non sono soli: altri sei ragazzi condividono lo stesso smarrimento, intrappolati in un luogo che...
