Sophia
Quando aprii gli occhi, una lama di luce tagliava la stanza in due, proiettando pulviscoli di polvere che danzavano nell'aria immobile. Erano le dieci passate, un lusso che potevo permettermi solo perché era sabato e la villa sembrava avvolta in un silenzio insolito. Uscii dalla camera, trascinando i piedi sul parquet freddo, e imboccai il corridoio; l’aria che entrava dalle finestre aperte era fresca ma carica di sole. Se non fosse stato per gli alberi spogli del viale, non avrei mai detto che fosse già la metà di ottobre.
In cucina trovai Rosa, la governante, intenta a riordinare con la solita meticolosa precisione che la contraddistingueva. Quando mi vide, si fermò e mi rivolse un sorriso materno, uno di quelli che ti fanno sentire, anche se solo per un secondo, al posto giusto. «Buongiorno, signorina Sophia. La signora Sarah mi ha chiesto di dirle che ha avuto un imprevisto in ufficio ed è dovuta correre al lavoro.»
Cercai di ricambiare il sorriso, ma sentii una fitta allo stomaco. Sarah sembrava evitarmi ultimamente; forse il mio arrivo aveva incrinato quell'equilibrio perfetto che regnava nella villa prima di me. Era un copione già visto con le mie vecchie famiglie, ma da lei, che sembrava così diversa, faceva ancora più male.
Persa nei miei pensieri, non mi accorsi subito che Rosa aveva sfornato dei pancake. L'odore di vaniglia e burro invase la stanza, delizioso e terribile al tempo stesso. Una parte di me li bramava, desiderava quel conforto zuccherino, ma la voce di zia Josephine nella mia testa iniziò subito a urlare: “Ingorda, guarda che gambe che hai, non vedi che i vestiti iniziano a starti stretti?”. Rimasi immobile davanti al piatto, finché Alex non apparve sulla porta, ancora spettinato dal sonno.
«Che fai, non mangi?» chiese con quel tono tra il protettivo e l'inquisitorio che usava sempre.
Non sapevo cosa rispondere, sentivo la gola chiudersi. Feci la cosa più facile per evitare il conflitto: lo ignorai, presi un bicchiere d’acqua e tornai in camera mia, sentendo lo sguardo di Alex bruciarmi sulla schiena.
Appena chiusi la porta a chiave, il telefono vibrò sul comodino. @logan.h ti ha inviato un messaggio.
Il cuore fece una capriola violenta. Con le dita che tremavano leggermente, aprii la chat di Instagram.
“Allora, **Complice**... quando iniziamo a indagare? 😏😏”
Rimanere lucida era diventato impossibile. Quel soprannome, "Complice", risuonava nella mia testa come una melodia proibita. Mi faceva sentire parte di qualcosa, di una squadra, una sensazione che non avevo mai provato prima. Sorridevo come un'ebete fissando lo schermo, finché Alex non entrò in camera senza bussare, facendomi quasi saltare sul letto.
«Chi è il fortunato — o dovrei dire lo sfortunato — che ti fa sorridere così?» chiese, allungando il collo per sbirciare.
Sentii il sangue salirmi al viso in un istante. «Nessuno, Alex! Era solo un video di un cane buffo che ho visto sui social,» ribattei con voce stridula, bloccando il telefono e infilandolo sotto il cuscino. Lui mi guardò con sospetto, un’ombra di dubbio che gli scuriva le iridi azzurre, ma sospirò e se ne andò.
Più tardi, il telefono vibrò di nuovo: «Eh Complice, il cane ti ha mangiato la lingua?».
Logan mi stava mettendo a dura prova. Sapeva come toccare le corde giuste per farmi reagire. Non sapevo ancora che quel pomeriggio avrebbe cambiato totalmente le carte in tavola.
Logan mi passò a prendere nel primo pomeriggio. Mi disse che voleva farmi vedere una cosa, ma si fermò davanti a un edificio elegante con grandi vetrate che riflettevano il cielo grigio. «Che ci facciamo qui, Logan?» chiesi, mentre un senso di déjà-vu mi stringeva il petto.
«Devo lasciare Clara a lezione di danza, mi fai compagnia?» rispose lui con una naturalezza disarmante.
Entrammo e l'odore acre di legno, sudore e resina mi investì come uno schiaffo. I ricordi di quando ero bambina, dei tempi in cui ballavo sognando di essere leggera come l'aria prima che la zia distruggesse ogni briciolo di autostima, riaffiorarono prepotenti. Mentre Clara correva verso le sue compagne, una donna sulla cinquantina, con i capelli neri raccolti in uno chignon perfetto e una postura regale, si avvicinò a noi. Era Miss Chloe, l'insegnante.
I suoi occhi esperti, abituati a scrutare linee e muscoli, si posarono subito su di me. «E tu chi sei?» chiese con un sorriso appena accennato. «Hai un portamento impeccabile, spalle dritte e... le gambe lunghe di una ballerina.»
Sentii le guance andare a fuoco. «Oh, no... io non ballo più...»
«L'hai fatto, però. Lo vedo da come cammini, non mentire,» incalzò lei, leggendomi dentro come se fossi un libro aperto. «Perché non provi? Entra in sala, abbiamo appena iniziato il riscaldamento alla sbarra.»
Il panico mi assalì. La voce della zia tornò a sussurrare che ero inadeguata, che i miei movimenti sarebbero stati goffi e ridicoli. «No, davvero, non posso. Non ho neanche i vestiti adatti e sono fuori allenamento da anni.»
Logan, che fino a quel momento era rimasto in silenzio a osservarmi con un'intensità che mi faceva mancare il fiato, mi posò una mano sulla spalla. Il calore del suo palmo attraversò il tessuto della felpa, stabilizzandomi.
«Provaci, Sophia,» sussurrò vicino al mio orecchio, la voce bassa e ferma. «Non farlo per lei, non farlo per me. Fallo per te stessa. Ti ho vista come guardavi quelle scarpette nella vetrina... non spegnere la luce che hai ritrovato oggi.»
Lo guardai, smarrita, cercando nei suoi occhi una via d'uscita che però non volevo davvero trovare. «Logan, io ho paura.»
«Andiamo, Complice. Io resto qui dietro il vetro. Se inciampi, facciamo finta che sia un nuovo passo di danza, okay? Io ci sono.»
Quelle parole mi diedero un coraggio che non sapevo di possedere. Entrai in sala con il cuore in gola, sentendomi nuda sotto lo sguardo delle altre ragazze. Ma appena poggiai la mano sulla sbarra di legno, qualcosa scattò. Il corpo ricordava. Mentre eseguivo i primi plié, mi sentivo osservata, ma non era il giudizio di Alex o la cattiveria della zia. Era lo sguardo di Logan, che mi seguiva da dietro il vetro della porta, a darmi la forza di alzare il mento.
Approfittando di un momento di pausa in cui Miss Chloe spiegava un esercizio a Clara, i miei occhi caddero su una bacheca nell'angolo della sala. C'erano foto d'archivio dei saggi passati. Mi avvicinai lentamente, con il fiato corto. In una foto di tre anni prima, Emily Rodriguez sorrideva radiosa con un tutù bianco e un trofeo tra le mani. Ma non era sola. Accanto a lei, con un braccio possessivo intorno alla sua vita, c'era un ragazzo che riconobbi immediatamente: Miller, uno degli amici più stretti e fidati di Alex.
Sussultai. Logan aveva ragione: c'era una verità sommersa che Alex si rifiutava di vedere. Emily aveva una vita segreta con le persone che Alex riteneva "sicure".
Tornata a casa, la tensione accumulata esplose in un'ansia sorda. Sarah aveva organizzato una cena formale con i soci di Matthew e, per una crudele ironia del destino, erano stati invitati anche gli Harris.
La tavola era un campo di battaglia silenzioso, illuminato dai riflessi argentei dei candelabri. Seduta tra Alex e Sarah, fissavo il risotto ai funghi nel mio piatto come se fosse un ammasso di veleno. Il rumore delle posate che sbattevano sulla porcellana mi sembrava assordante. Di fronte a me, Logan indossava una camicia bianca che metteva in risalto la sua carnagione, ma il suo sguardo era cupo, perso in pensieri che potevo solo immaginare.
Alex era una corda tesa pronta a spezzarsi. Non mangiava quasi nulla, limitandosi a osservare Logan con un odio che potevo sentire sulla pelle, per poi spostare lo sguardo su di me, notando ogni mia esitazione davanti al cibo.
«Tutto bene, Soph? Sei strana da quando sei tornata oggi pomeriggio. Sembri altrove,» disse Alex a bassa voce, approfittando di un momento in cui i genitori discutevano animatamente di borsa.
«Sì, sono solo un po' stanca, la lezione di danza mi ha sfinita,» mentii, sperando che il battito del mio cuore non fosse udibile all'esterno.
Sotto il tavolo, sentii una pressione leggera contro il piede. Era Logan. Mi sfiorò appena, un tocco elettrico e rassicurante al tempo stesso. Alzai lo sguardo e lo incrociai: lui mimò con le labbra una sola parola, quasi impercettibile: “Respira”.
Quando la cena finalmente terminò, corsi in camera mia con la scusa di un mal di testa. Volevo guardare meglio la foto che ero riuscita a scattare di nascosto alla bacheca con il telefono. Mi sedetti sul letto, con il respiro ancora affannato, ma non feci in tempo a sbloccare lo schermo. La porta si spalancò con un tonfo secco. Alex era lì, sulla soglia, con il volto stravolto da una rabbia che faticava a contenere.
«Perché tremi, Sophia? E perché c'è una foto di mia sorella sul tuo telefono?» chiese, avvicinandosi a grandi passi mentre io cercavo inutilmente di nascondere il dispositivo sotto il cuscino.
Il silenzio che seguì fu rotto solo dal mio respiro spezzato. Il velo era caduto. Il segreto era fuori, e ora dovevo decidere se proteggere l'illusione di mio fratello o combattere per la verità insieme al ragazzo che lui odiava più di ogni altra cosa. Il gioco era diventato pericolosamente reale.
Spazio autrice
Eiiii, sono tornata, spero che questo capitolo vi piaccia, mi scuso ancora per l'assenza. Spero di essere più costante.
Alla prossima
~marty💜🌸🌺
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Cuori Ribelli
ChickLitSophia è una ragazza orfana che ha imparato a non illudersi. Ogni nuova famiglia, per lei, è sempre stata solo una promessa destinata a rompersi. Anche questa volta è convinta che non sarà diverso. Viene adottata da una coppia ricca, gentile, appare...
