Part I: Souls

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Sabbia, segreti e gravità

I raggi arancioni del sole di Naxos filtravano attraverso la tempesta di sabbia come lame sporche di luce.

Il vento sollevava vortici secchi lungo la strada principale del piccolo avamposto, sbattendo granelli contro insegne mezze rotte, finestre impolverate e pareti di legno consumate dal tempo. Il saloon, semi vuoto e malconcio, era diventato un rifugio provvisorio contro il turbine che da ore inghiottiva tutto il villaggio.

Poco oltre la strada, appena visibile tra i muri di sabbia, si intravedeva la sagoma della Fenix, l'aeronave della ciurma. Anche ferma, sembrava pronta a mordere il cielo.

Sotto la tettoia del saloon, raccolti tra l'ingresso e l'interno, erano in otto.

Vincent era il primo a guardare fuori.

Vestito di nero, i ricci scuri mossi appena dal vento che riusciva a infilarsi fin lì, aveva quell'aria da capitano che non aveva bisogno di essere dichiarata. Stava in silenzio, una mano nella tasca del cappotto, l'altra appoggiata al fianco, gli occhi stretti verso l'orizzonte cancellato dalla sabbia.

Accanto a lui, Galassia se ne stava con la calma di chi non si lascia impressionare facilmente dall'ambiente attorno. Alta, bella nel suo modo glaciale e vivo insieme, osservava anche lei il deserto davanti al saloon, ma senza la tensione febbrile di Vincent. Il suo sguardo era più lucido, più tecnico, abituato a leggere situazioni prima ancora che paesaggi.

Dietro di loro, Jimbo, vicecapitano della Fenix, stava in piedi con le braccia incrociate e la faccia da uomo già stufo da almeno un'ora.

«Odio la sabbia,» borbottò, sputando di lato appena per liberarsi la bocca da qualche granello. «Si infila ovunque. Nelle scarpe, nei vestiti, nel caffè, nei pensieri.»

Vincent non si voltò.

«Tu hai pensieri?»

Jimbo lo guardò storto.

«Pochi, ma di qualità.»

Galassia sbuffò appena una risata.

All'interno del saloon, più al riparo, Lucius si era già sistemato in un angolo vicino al bancone, con davanti un piccolo assortimento di oggetti tirati fuori chissà da dove. Bottigliette, pezzi metallici, panni, un vecchio contenitore di vetro. I suoi occhi rossi, così particolari da avergli cucito addosso il soprannome di Occhi Rossi, si muovevano rapidi tra ciò che stava facendo e il resto della stanza.

«Che stai combinando?» chiese Jimbo.

Lucius non alzò subito lo sguardo.

«Sto cercando di rendere meno tragica questa sosta.»

Jimbo lo fissò.

«Con dei barattoli?»

Lucius annuì.

«Con dei barattoli.»

Poco più in là, Maximilian manteneva la sua consueta calma. Se ne stava appoggiato a una trave, apparentemente rilassato, ma con l'attenzione distribuita ovunque. Aveva quel modo di stare in silenzio che non sembrava mai vuoto.

Sofi, al contrario, era incapace di starsene ferma davvero.

Passava dall'ingresso al tavolo, dal tavolo alla finestra sporca, dalla finestra di nuovo verso Vincent, cercando di raccogliere quanti più dettagli possibili su qualsiasi cosa stesse succedendo, anche se spesso con quella goffaggine vivace che la rendeva tanto sveglia quanto accidentalmente rumorosa.

«Secondo me potrebbe durare ancora un'ora,» disse guardando fuori. «Forse due. O magari dieci minuti. O magari è una di quelle tempeste che sembrano finire e poi tornano peggio.»

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