CAPITOLO 1

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La stanza era un disastro. Decine di scatoloni coprivano ogni superficie calpestabile e non.
Entrambi i letti erano coperti da due o tre scatole a testa, e persino le scrivanie erano occupate. Ma soprattutto… quella non doveva essere una camera singola!?
Hirotaka aveva espressamente richiesto che gli fosse assegnata una stanza tutta per sé. La scelta di passare i quattro anni successivi nel dormitorio era arrivata con la consapevolezza di vivere finalmente lontano da suo padre, ma di certo non aveva intenzione di condividere quella pace ritrovata con un perfetto sconosciuto.
Hirotaka Otori era il figlio di due importanti imprenditori giapponesi, primogenito ed erede indiscusso dell’impero. Suo padre gli aveva messo addosso un’enorme responsabilità sin dalla tenera età, riempiendogli la testa di inutili convinzioni. Questo lo aveva reso una persona molto precisa e composta e, ormai, non negava nemmeno più che, in realtà, un po’ migliore degli altri si sentiva davvero.
Ma tutta quella pressione lo aveva portato solo a odiare il suo nome e tutto ciò che rappresentava. Per questo, a partire dal liceo, aveva iniziato a usare il cognome di sua madre: Minamoto.
Hirotaka sospirò profondamente, sollevò uno degli scatoloni che occupavano il letto di destra rispetto all’entrata e vi si sedette, poggiando i gomiti sulle ginocchia e massaggiandosi le tempie.
Avrebbe fatto reclamo al più presto, ma prima doveva calmare l’emicrania che gli faceva pulsare la fronte. Non era iniziata affatto bene.
E la situazione peggiorò ancora di più nel momento in cui la porta del dormitorio si aprì.
«Perfetto! Sei già arrivato!»
Quella voce, acuta e allegra, la conosceva troppo bene. Purtroppo.
Hirotaka alzò la testa e lo vide lì in piedi sulla soglia, con un sorriso accecante, i capelli castani che non sapevano da che parte schizzare, le maniche della felpa arrotolate e le mani sui fianchi. Aoi Suoh.
Era il figlio di un importante avvocato giapponese e di un imprenditore, fidato amico di suo padre.
Era solo sette mesi più giovane di lui, quindi erano cresciuti insieme. A ogni cena di lavoro lui era lì, a ogni compleanno lui era lì, a ogni festività lui era lì. E Hirotaka non lo sopportava.
Aoi era il più piccolo di tre fratelli, senza alcun peso sulle spalle e con una vita di scelte davanti a sé. Anche fosse stato il primogenito, sicuramente non ne avrebbe sofferto quanto Hirotaka.
I Suoh erano sicuramente la famiglia più felice che avesse mai conosciuto. Nonostante appartenessero all’alta società, non si comportavano affatto come tali. Il capo famiglia era un eterno bambino e sua moglie, proveniente dai bassi borghi, era una donna estremamente semplice.
Per questo Aoi era stato cresciuto con l’idea di un mondo fatto di arcobaleni e risate. Era immaturo come il padre, non sembrava prendere mai nulla sul serio. Persino il test di ammissione al college lo aveva affrontato come se fosse un giorno qualunque.
La differenza tra i due amici d’infanzia si poteva notare già solo dall’aspetto.
I capelli neri di Hirotaka erano impeccabili, non ce n’era uno fuori posto. Indossava uno smanicato blu notte sopra una camicia bianca e pantaloni neri di taglio elegante. Anche nel modo scomposto in cui era seduto in quel momento trasmetteva un senso di perfezione del tutto apparente.
Aoi, invece, forse quella mattina non si era neppure pettinato. Aveva indossato la prima felpa e il primo paio di jeans che aveva trovato in cima alla pila di vestiti ai piedi del suo letto e, probabilmente, dentro le sneakers portava dei calzini spaiati. Ma il viso era morbido e gli occhi viola rilassati e genuinamente allegri.
«Tu!» ringhiò Hirotaka, alzandosi in piedi. «Sei tu!»
«Certo che sono io. Ho richiesto esplicitamente di essere messo in camera insieme a te» sorrise Aoi.
«Ma io avevo chiesto che mi venisse assegnata una camera singola!»
«Ma chi dei due padri ha fatto una donazione all’università? Conoscendoti, so per certo che non ti saresti mai abbassato a chiedere a tuo padre un favore» ribatté il ragazzo, con aria serena.
«Ma tu sì?» Hirotaka fece schioccare la lingua.
«Io non ho chiesto niente a mio padre. Ne abbiamo parlato a cena, del fatto che mi sarebbe piaciuto condividere la stanza con il mio migliore amico. E il giorno dopo è venuto da me e ha detto di avermi fatto il suo regalo per l’ammissione. Tutto qui» spiegò Aoi. «Non convincerai la commissione a spostarti. Arrenditi, Hiro» aggiunse, sempre con un sorriso in volto. Quelle non erano minacce, affatto: lui era onestamente contento di poter stare con lui.
«Avrei dovuto fare come Mihira e affittare un appartamento» sospirò Hirotaka, tornando a sedere.
«Tua sorella ha dell’incredibile. Che senso ha affittare un appartamento vicino al campus? Avrebbe potuto soggiornare ai dormitori come te, ma è troppo snob per vivere in uno studentato» rispose Aoi, iniziando ad aprire uno scatolone.
«Che stai facendo?» lo bloccò Hirotaka.
«Metto in ordine le mie cose. Dovresti farlo anche tu» disse l’amico con aria confusa. «A proposito, dov’è la tua roba?» domandò poi.
«È ancora nel camion, perché qualcuno ha otturato ogni angolo della camera con la sua di roba» rispose Hiro, passivo-aggressivo.
Aoi si guardò attorno, realizzando solo in quel momento. «Accidenti! Mi sa che hai ragione» ridacchiò, grattandosi la nuca sotto le ciocche più lunghe. «Inizia a scaricare, ti prometto che quando sarai tornato avrai la tua metà di stanza completamente libera» aggiunse.
Hirotaka sospirò rumorosamente e lasciò il dormitorio. Non ne poteva già più di lui.
Ma, effettivamente, quando tornò, la stanza era perfettamente in ordine. Lui non c’era, ma gli oggetti personali di Aoi erano ben sistemati sul suo scaffale, il letto aveva lenzuola pulite, l’armadio, leggermente socchiuso, mostrava i suoi abiti appesi e ordinati, e gli scatoloni vuoti erano stati piegati e nascosti dietro all’armadio. Il lato destro della stanza era così spoglio da suscitare una strana sensazione di tristezza.
Hirotaka aveva portato con sé solo tre scatole e una valigia, facilmente trasportabili con un carrello. Non possedeva molti oggetti personali e la maggior parte erano vestiti.
Iniziò a riporre le camicie, sorprendentemente ancora stirate, all’interno dell’armadio, appese in modo ordinato. Poi passò ai pantaloni.
Nei cassetti piegò attentamente maglioni, smanicati e polo estive e di mezza stagione, e nel piano più basso poggiò le scarpe perfettamente lucidate. Poi guardò soddisfatto il suo lavoro: i colori predominanti erano il bianco, il blu e il beige. Prima di chiudere l’armadio, però, prese una delle scatole rimaste e la mise all’interno, più in fondo che poteva. Sembrava volesse nasconderla.
Aprì l’ultima scatola, colma di libri seri, dalle copertine rigide, e li dispose sulla mensola in ordine tematico.
Quando tutto fu al suo posto, si sedette sul letto poggiando la schiena contro il muro, accese il cellulare e chiamò il primo contatto in rubrica.
Squillò tre volte prima che qualcuno rispondesse.
«Ciao, caro. Come stai? Ti sei sistemato nel dormitorio?» disse una voce di donna, calda e amorevole.
«Mamma…» sospirò. «Non immagini cos’è successo. Suoh ha pagato l’università per mettere Aoi in camera con me.»
La donna dall’altra parte del telefono rise. «Perché ne parli come se fosse una tragedia?» domandò. «È una cosa bella. Io ti ho sempre ripetuto che preferivo avessi un compagno di stanza. Lo sai, io non ho potuto vivere a pieno l’esperienza del college, quindi vorrei che almeno i miei figli si godano questi quattro anni.»
«Questo perché tu sei andata a vivere con papà non appena avete finito il liceo e vi siete trasferiti negli Stati Uniti per l’università» borbottò Hirotaka. «In più io non ricordo che tu abbia fatto questo discorso anche a mia sorella.»
La donna sospirò dall’altra parte del telefono. «Lo sai com’è fatta Mihira.»
«È uguale a lui. È un bene che sia così indipendente, altrimenti non sarebbe mai stata in grado di trovarsi un uomo con cui costruire una vita. Se tu e papà non foste stati promessi quando avevate diciassette anni, sicuramente anche lui sarebbe rimasto da solo.»
«Non dire certe cose! Io e tuo padre ci siamo fidanzati perché ci amavamo, la storia la sai bene» lo riprese la madre.
«Vi amavate così tanto che dopo nove anni di matrimonio avete divorziato» ribatté lui.
«Hiro» lo ammonì la donna, «abbiamo passato un brutto periodo, ma ora è passato.»
«A proposito… quando torni negli Stati Uniti?»
«Presto. I documenti del primo matrimonio sono tutti qui e, da quando è morto tuo nonno, qui è tutto diverso. Tuo zio mi sta dando una mano.»
«Avete davvero bisogno dei vecchi documenti? In fondo quel matrimonio è stato annullato. Che rilevanza ha ora che dovete rifare tutto da capo?»
«Ti giuro, se lo sapessi te lo direi. A pensarci ora, non le avrei mai firmate quelle carte… ma cosa ne sapevo io che dieci anni dopo mi avrebbe fatto innamorare di nuovo come quando eravamo due ragazzi…» rifletté la donna.
«Tu lo sai come la penso. Sono felice che la nostra famiglia si sia riunita, ma ti sconsiglio di legarti nuovamente a quell’uomo ora che sei libera da lui.»
Sua madre ridacchiò dolcemente. «Mio caro figlio, il giorno in cui ti innamorerai capirai finalmente le mie azioni» disse. «Tuo padre ha un carattere duro con te e Mihira, ma lo fa per il vostro bene. Neanch’io approvo il modo in cui vi carica delle responsabilità, ma è un uomo meraviglioso.»
Hirotaka dall’altra parte non rispose.
Così la donna continuò: «A proposito di tua sorella. L’hai sentita da quando siete partiti?» gli domandò.
«So solo che si è sistemata nell’appartamento. Il resto non mi importa. Eppoi ci vedremo alla cerimonia di questo pomeriggio.»
«Cerca di starle vicino. È ancora giovane» si raccomandò lei.
«Non è una bambina. Ha diciotto anni. Stiamo parlando della stessa persona che ha fatto il test di ammissione per il college quando era ancora al primo anno di liceo.»
«Sarà anche un genio accademico, ma resta comunque la tua sorellina.»
«È la mia sorellina che ha deciso di vivere distaccata da tutti, specialmente da me» ribatté Hirotaka. «Io vorrei fare la parte del fratello maggiore, davvero, è lei che me lo impedisce. Mi vede come un ostacolo da superare, un muro da abbattere. Sono quello che la ostacola dal raggiungere il suo obiettivo.»
«Ma sei anche quello che le ha insegnato ad andare in bicicletta e che le faceva vedere come si scrivevano i nostri nomi in kanji. Lei ti vuole bene, credimi.»
Hirotaka sospirò. «Ora devo andare, mamma» disse, tagliando corto. «Devo prepararmi per la cerimonia.»
«Ci vediamo presto» lo salutò la donna.
Poi la chiamata terminò.
Lui rimase seduto qualche minuto, con la testa poggiata indietro contro il muro e gli occhi chiusi; il mal di testa non gli era ancora passato. Anzi, sembrava stesse peggiorando.
Poi si alzò e aprì l'armadio. Tra tutti i suoi abiti appena riposti c'era la divisa dell'università: blazer e cravatta bordeaux scuro e pantaloni neri. Era la divisa ufficiale, da indossare obbligatoriamente durante le cerimonie ufficiali, ma non durante le lezioni.
La ripose con cura sul letto insieme alla biancheria pulita, poi si chiuse in bagno per fare la doccia. Il bagno non era molto grande, ma aveva tutti i comfort necessari. Il box doccia occupava quasi metà dello spazio, abbastanza grande da far entrare comodamente due persone.
L’acqua iniziò a scorrere calda e un vapore denso iniziò a riempire la stanza, appannando lo specchio sopra il lavandino e il soffione della doccia. Si lavò in fretta, senza bagnare i capelli: non era sudato né aveva realmente bisogno di lavarsi, ma sentiva il forte desiderio di scacciare via lo stress accumulato. Tuttavia, tutto quel caldo non fece che peggiorare il suo mal di testa.
Uscì dal bagno con l’asciugamano legato alla vita, ormai completamente asciutto, e iniziò a indossare l’uniforme. Mentre si abbottonava la camicia bianca, la porta si aprì.
«Sei in ritardo» disse, senza nemmeno voltarsi.
«Lo so, faccio una doccia veloce e ci sono» rispose Aoi, sfilandosi la felpa.
«Dove sei stato?» domandò Hirotaka.
«Ho esplorato un po’ il campus. Ti ho avvisato. Non hai letto il messaggio?»
Lui si voltò e vide un post-it giallo sulla scrivania di Aoi. Non lo aveva notato fino a quel momento.
«Che stupidaggine. Hai un cellulare, perché non lo usi?» lo denigrò con disprezzo.
«Ho pensato che sarebbe carino comunicare così. Una specie di codice del dormitorio» sorrise Aoi.
«Stai perdendo tempo» lo ammonì Hirotaka.
«Hai ragione, hai ragione! Mi aspetti?» disse l’altro, sfilandosi in fretta pantaloni e mutande.
«Assolutamente no!»
«Sei sempre il solito antipatico~» canzonò Aoi, infilandosi in bagno.
Hirotaka si infilò il blazer e guardò il mucchio di vestiti sparsi sul pavimento; l’occhio gli cadde sugli slip. Nonostante lo disgustasse, non aveva potuto evitarlo: erano troppo appariscenti, con stampe… Super Mario?
Hiro sospirò irritato. «Mi hanno messo a fare il babysitter» borbottò, poi uscì.
Il Boston College, situato a Chestnut Hill, Massachusetts, si stagliava come un gioiello di architettura neo-gotica, sospeso tra storia e presente. Fondata dai gesuiti, l’università vantava torri imponenti e cortili erbosi perfettamente curati, edifici in mattoni rossi con tetti di ardesia scintillanti e viali alberati che invitavano a passeggiate lente e riflessive. Era un luogo dove la tradizione accademica si mescolava alla modernità, dove ogni angolo respirava cultura, rigore e senso di comunità.
Sia i genitori di Hirotaka sia quelli di Aoi avevano frequentato quell’università. Per i primi fu una scelta casuale: avevano deciso di trasferirsi negli Stati Uniti per gli studi e Boston era una delle università a cui erano stati ammessi. I genitori di Aoi, invece, avevano lasciato il Giappone poco dopo il fidanzamento, quando lei vinse una prestigiosa borsa di studio al Boston College; lui la seguì per non separarsi.
Di conseguenza, i loro nomi erano già ben noti all’interno della rinomata università, e il peso che Hiro portava sulle spalle non faceva che aumentare.
Dopo aver lasciato il dormitorio, avanzò lungo il vialetto principale dell’Upper Campus, il passo leggermente incerto, gli occhi che cercavano di orientarsi tra edifici di mattoni rossi e tetti di ardesia grigia.
Davanti a lui, i dormitori si allineavano come piccoli castelli: finestre alte e archi eleganti, porte di legno scuro che scricchiolavano leggermente al passaggio di qualcuno.
Seguendo il sentiero, giunse al Middle Campus, il cuore del College, dove la vista si apriva verso torri gotiche e cortili erbosi immacolati. Il sole basso dell’autunno fece brillare le guglie della Gasson Hall, mentre un leggero vento mosse le foglie degli aceri, creando un tappeto dorato sui vialetti.
Superata la Gasson Hall, imboccò il vialetto verso la Bapst Library, che si stagliava con la sua facciata neo-gotica: alte finestre ad arco, pietre scolpite con dettagli quasi religiosi e porta in legno massiccio, accompagnata da un lieve profumo di legno antico e carta. Anche da lontano, la biblioteca emanava un’aura di solennità.
Intorno a lui c’erano decine di studenti del primo anno, tutti diretti nella sua stessa direzione. La biblioteca era stata adibita a sala delle cerimonie: in fondo un palchetto in legno con gradinate corali piene di strumenti musicali, davanti al quale erano schierate due colonne di scanni, almeno cinquanta per lato, molte già occupate.
Si bloccò all’ingresso, ammirando quasi a bocca aperta l’immensità del luogo. All’improvviso, una piccola mano gli si posò sul braccio, distogliendolo dall’osservazione.
Si voltò e abbassò lo sguardo: venti centimetri più in basso, una ragazza minuta lo osservava con occhi neri imperscrutabili, schermati da occhiali rotondi. I capelli corvini e liscissimi le ricadevano ordinati sulle spalle.
«Sei arrivata» disse Hirotaka.
«Smettila di perdere tempo con il naso all’insù, prendiamo posto» tagliò corto la ragazza, camminando lungo la navata.
Lui la seguì. «Com’è il tuo appartamento?» le domandò.
«Non fingere che ti importi, fratello. Sediamoci e basta» replicò Mihira, sua sorella minore.
Come tutti i coetanei, avrebbe dovuto iniziare l’ultimo anno di liceo, ma si era sempre ritenuta diversa, migliore. Già al primo anno, mentre Hiro frequentava il secondo, Mihira aveva mandato la domanda per l’esame di ammissione al college e lo aveva passato a pieni voti a soli quindici anni, entrando così con un anno di anticipo.
Per lei era motivo di orgoglio e dimostrazione di superiorità, ma il vero obiettivo era uno: dimostrare a suo padre di essere l’unica degna di ereditare la società di famiglia.
Mentre l’uomo cercava di istruire Hirotaka, Mihira osservava e assimilava, diventando il primogenito che il padre desiderava.
I due fratelli presero posto su uno scanno quasi centrale; Mihira sedette all’esterno per avere una buona visuale del palco nonostante la sua altezza, mentre Hiro si sporse leggermente tra le teste davanti, concentrato sull’ascolto.
La cerimonia sarebbe stata breve: apertura del Rettore, seguita dall’esecuzione di un componimento della prestigiosa Boston College Symphony Orchestra.
Il rintocco di una campana richiamò al silenzio; tutti si alzarono in piedi.
Poi entrò un uomo anziano, basso e calvo, in uniforme da ufficiale dell’United States Army, con numerose spille e nastri sul petto, simbolo di lunga carriera. Nonostante la statura, il suo portamento era fermo e autorevole. Era Aurelius Smith, Rettore dell’università.
Si posizionò al centro del palchetto e si schiarì la voce.
«Signore e signori, stimati colleghi, care studentesse e cari studenti del primo anno…» iniziò, accogliendo ufficialmente i nuovi studenti nella comunità del Boston College e invitandoli a vivere appieno l’esperienza accademica, la curiosità e la responsabilità.
Quando il discorso terminò, un gruppo di studenti del secondo, terzo e quarto anno entrò e si posizionò ordinatamente sui gradini corali.
«Ed ora, lascio spazio a uno dei gruppi più prestigiosi della nostra università: la Boston College Symphony Orchestra, eseguiranno una sinfonia originale composta dal direttore Colin Davis, figlio del celebre Maestro Theodor Davis e studente del terzo anno, diventato direttore lo scorso autunno» annunciò il Rettore, prima di scendere dal palco e accomodarsi in prima fila.
Hirotaka non aveva mai sopportato la musica classica: la trovava lenta, prevedibile, piena di pause inutili. Rimase seduto più per obbligo che per interesse, pronto a lasciar vagare la mente.
Poi arrivò la prima nota. Non fu dolce né timida: netta, potente, un colpo improvviso che squarciò il silenzio. Le note successive formarono una melodia intensa, serrata, che non lasciava spazio alla distrazione.
Cercò di scrutare il direttore tra le file di teste davanti a lui. Lo scorse appena di spalle: biondo scuro mossi, leggermente brillanti sotto le luci, spalle larghe e gesti fluidi che trasmettevano energia e convinzione.
Ogni movimento comunicava intensità, trasmettendo passione e autorità. Hiro avvertì un richiamo magnetico che lo teneva sospeso tra sorpresa e ammirazione.
La melodia avanzava vigorosa e misteriosa, alternando passaggi bassi a crescendi travolgenti. Era musica che svegliava ogni cosa, trascinando l’ascoltatore in un mondo più grande di lui.
Quando l’ultimo accordo si spense, ci fu un silenzio perfetto, sospeso, come se la sala trattenesse il respiro. Poi, quasi senza pensarci, Hirotaka batté le mani. Una, due, tre volte. L’applauso si diffuse come un’onda travolgente, contagiando tutti attorno. Con il cuore in tumulto e l’applauso ancora in corso, Hiro notò che il mal di testa gli era improvvisamente passato.

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