Nell'antica Grecia, quando gli dèi camminavano ancora tra gli uomini e il sangue decideva il destino, Eirene viene trovata neonata sul campo di battaglia e cresciuta come principessa del potente regno di Aithérion.
Adottata da una dinastia di semide...
Non so il giorno in cui sono nata. So solo che il mondo mi ha accolta con il rumore delle spade.
È così che me lo raccontano, almeno.
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Ogni volta che chiedo, gli adulti si scambiano sguardi lenti, pesanti, come se le parole fossero pietre troppo grandi da sollevare.
Dicono che piangevo. Dicono che il cielo era rosso, che la terra tremava sotto i passi dei guerrieri, che l'aria sapeva di ferro e di fumo.
Io non ricordo il pianto. Ricordo il silenzio.
Un silenzio innaturale, come quello che segue una tempesta troppo violenta.
Come se il mondo stesso avesse trattenuto il respiro nel momento esatto in cui ho aperto gli occhi per la prima volta.
Mi chiamarono Eirene.
Pace.
Un nome che non mi è mai appartenuto davvero.
Sono cresciuta nel palazzo di Aithérion, regno consacrato agli dèi, costruito su un'altura che dominava il mare Egeo. Da lassù, nelle giornate limpide, si potevano vedere le vele delle navi mercantili e, più lontano, l'orizzonte tremare sotto il sole.
Il palazzo era fatto di marmo bianco e ombre profonde.
Colonne altissime sorreggevano soffitti decorati con scene di guerra e di sacrificio.
Ovunque statue: Zeus con il fulmine alzato, Atena armata e vigile, Ares con lo sguardo feroce.
Nessuno di loro sorrideva mai. Mi osservavano. Sempre.
Il re di Aithérion si chiamava Therón, figlio di Zeus, sangue divino e mani segnate dalla guerra. Aveva occhi scuri e stanchi, come se avesse visto troppe profezie avverarsi contro la sua volontà. Quando mi prendeva in braccio, lo faceva con una delicatezza che contrastava con la sua fama di guerriero.
— Sei più leggera di quanto sembri — diceva a volte, come se parlasse più a se stesso che a me.
La regina Alkìone, sua sposa, era mortale. Eppure, tra tutti, era quella che incuteva più rispetto. Aveva una voce calma, ferma, e uno sguardo che non abbassava mai davanti a nessuno, nemmeno agli dèi quando scendevano a banchettare nel palazzo.
Fu lei a crescermi.
— Cammina dritta, Eirene — mi diceva, aggiustandomi le vesti di lino. — Non permettere mai a nessuno di farti sentire meno di ciò che sei.
Avrei voluto chiederle cosa fossi. Non l'ho mai fatto.
La famiglia reale era grande, rumorosa, piena di presenze che sembravano troppo grandi per il mondo.